Maggio 18, 2026
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L’universo onirico e ancestrale di Lamante nel nuovo album “Non dico addio”

Dal recupero dell’archivio familiare alla presa di coscienza personale: abbiamo parlato con l’artista del suo nuovo lavoro, registrato in una chiesa a Schio, tra sogni trasformati in oggetti, influenze internazionali e il superamento della rabbia.

Il passaggio tra il primo album, In memoria di, e il nuovo Non dico addio, non è solo cronologico, ma un vero e proprio processo di metamorfosi. Se il debutto scavava nelle radici e nel rapporto delle donne della sua famiglia con l’assenza, questo nuovo capitolo sposta l’obiettivo sull’esperienza personale, trasformando il lutto in una consapevolezza che definisce l’essere umano. Abbiamo approfondito la genesi di questo “flusso di coscienza”, tra registrazioni in luoghi sacri e simbologie visive potenti.

Il tuo precedente lavoro si intitolava In memoria di, mentre questo nuovo album, Non dico addio, sembra quasi la chiusura di un cerchio o una seconda fase. Come si è evoluto il tuo rapporto con l’assenza e la perdita tra questi due dischi?

Hai ragione a parlare di evoluzione. Il primo album è nato interamente dall’archivio della mia famiglia: era un dialogo con le donne che ne hanno fatto parte e il loro modo di gestire l’assenza. In Non dico addio, invece, emerge la mia esperienza personale. Se il primo disco era quasi un’operazione di “archiviazione”, qui c’è una presa di coscienza: la perdita è qualcosa che ci portiamo dietro e che, in fondo, ci definisce come esseri umani.

Ascoltandolo, si ha l’impressione di un concept album sull’elaborazione del lutto. Si tratta di un lutto in senso letterale o di una trasformazione della tua persona?

Entrambe le cose. Due anni fa, prima dell’uscita del primo album, ho vissuto un lutto che mi ha portata a ragionare sul concetto di morte e perdita in senso molto più ampio. Il disco riflette entrambe queste facce.

Rispetto al passato, questo disco sembra meno strutturato, quasi un flusso di coscienza senza freni. È stato difficile rinunciare a una costruzione dei brani più ragionata?

In realtà il ragionamento c’è, ma è diverso. In memoria di era un collage di pezzi di tempi e persone differenti. Con Non dico addio, a un certo punto, il “filo rosso” che teneva insieme le canzoni è diventato chiarissimo. La vera difficoltà è stata l’inizio: non c’erano le parole per descrivere ciò che stavo vivendo. Nel primo disco le parole arrivavano prima delle immagini; qui è successo l’opposto. Sono arrivate prima le visioni, i sogni, e poi ho cercato di tradurli in musica. Mi sono lasciata guidare dalle canzoni invece di guidarle io.

C’è stato anche un cambio timbrico notevole: suoni più dolci, quasi “femminili”, e meno rabbia ruvida. Cosa ti ha spinta ad abbracciare questa morbidezza?

Sono state le canzoni a volerlo. Per me è stato quasi un trauma accorgermi che non c’era spazio per le chitarre elettriche; all’inizio è stato difficile accettarlo. Ma questo è un album che parla molto di “madre” e di femminile, aveva bisogno di strumenti che richiamassero quella figura: l’organo, l’armonium, gli archi (che hanno quasi la forma di un corpo di donna). Non potevo fare diversamente.

Parli spesso di radici contadine e identità matriarcale, ma a livello sonoro ed estetico sento riferimenti internazionali come Last Dinner Party o Wolf Alice. Ti senti più vicina a quel mondo rispetto alla scena italiana?

Per il primo disco la reference principale era Francesco Motta. Per questo, musicalmente, mi sono ispirata molto ad Anna Von Hausswolff. Però le radici restano: abbiamo registrato l’album in una chiesa sconsacrata a Schio, un luogo dove i miei antenati hanno celebrato battesimi e funerali. Più che alla musica, però, cerco di rifarmi alla letteratura: in questi due anni sono stati fondamentali scrittori come Han Kang e Gurdjieff.

Per la registrazione in chiesa ti sei circondata di “oggetti-amuleto”. Che ruolo hanno avuto?

Non era tanto per creare un luogo sicuro, quanto per portare il mio mondo onirico dentro la chiesa. Ho portato oggetti che avevo sognato: un uovo di struzzo, uccelli di legno, vetrini con capelli. Cose che ho cercato o costruito per mantenere la magia dei sogni durante le riprese. Il videoclip della focus track, Una magia più forte della morte, nasce proprio da un sogno ricorrente: una collina di croci e uno stormo di uccelli rossi.

In Ritorneremo a guardare il cielo parti da una fotografia dei tuoi genitori. Senti l’esigenza di trasformare i ricordi privati in testimonianza pubblica per mantenerli vivi?

Sì, assolutamente. È il mio modo di portare avanti l’eredità familiare.

Nel video di quel brano, diretto da Nicolò Bassetto, vediamo una croce che cresce fino a sfondare le pareti di una casa. Cosa rappresenta per te quella croce?

È legata a un luogo che ho sognato e poi trovato davvero in Lituania: la Collina delle Croci. Non è un cimitero, ma un santuario dove le persone portano croci come “ex voto” per grazia ricevuta. Quindi è un simbolo legato alla vita, non alla morte. Quella croce che cresce è una risposta alla morte: è la vita che va coltivata.

Che rapporto hai con la spiritualità, visto che hai scelto di registrare in una chiesa?

Per me è un “esercizio al mistero”. Mi piace credere in ciò che non vedo e non tocco. È lo stesso rapporto che ho con la musica: difendere quella dimensione inafferrabile e magica che rende l’arte veramente tale.

A fine maggio sarai sul palco del MI AMI a Milano per l’inizio del tour. Cosa dobbiamo aspettarci dai nuovi live?

Sarà un tour con la mia band di sempre, ma con arrangiamenti completamente nuovi. A Milano, in particolare, avremo con noi anche un quartetto d’archi per ricreare le atmosfere del disco. Non vedo l’ora.

Articolo a cura di Pierluigi Spagnolo

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