In occasione dell’uscita del suo nuovo album, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Alex Wyse, artista che negli ultimi anni ha costruito un percorso sempre più definito all’interno del panorama pop italiano, tra scrittura personale e ricerca di una propria identità sonora.
Dicono che tutte le cose belle poi finiscono, in uscita il 15 maggio su tutte le piattaforme digitali, è un progetto intenso e profondamente personale che racconta, con uno sguardo lucido e contemporaneo, le emozioni e le contraddizioni di una generazione sospesa tra il bisogno di autenticità e la paura di esporsi davvero. Il disco nasce da un percorso di ricerca tra suono e linguaggio, avviato anche a partire dall’esperienza sanremese, e si muove attorno a un senso diffuso di irrequietezza: quello di chi fatica a riconoscersi pienamente nel proprio tempo.
Partiamo dal titolo dell’album, perché racconta già moltissimo dell’atmosfera del disco. È una frase che porta con sé malinconia, paura, ma anche consapevolezza. Era un pensiero che avevi dentro da tempo oppure qualcosa che hai realizzato scrivendo questo progetto?
«Sì, è un concetto che ho riscoperto e che nell’album provo ad approfondire meglio, cercando di capire davvero cosa significhi anche per me. Il fatto di mettere “dicono che” all’inizio rende quella frase quasi un detto popolare, qualcosa che non necessariamente corrisponde alla realtà. Infatti, nel disco parto da New Love e arrivo ad Arrivederci più, dove emerge proprio l’idea che le cose belle possono anche finire, ma in realtà restano comunque, magari sotto altre forme.»
Ascoltando il disco si ha la sensazione che, oltre alle relazioni e alle emozioni, ci sia soprattutto il tentativo di capire chi si è davvero in un momento storico in cui sembra facilissimo perdersi. Questo progetto nasce anche da un periodo in cui sentivi il bisogno di capire meglio chi eri, sia come persona che artisticamente?
«Sicuramente sì. Molte di queste canzoni sono nate proprio in quel periodo, e alcune sono anche molto recenti. Avevo bisogno di trovare leggerezza nella malinconia e di dare un colore diverso a momenti che magari ne avevano uno più spento.»
Nel disco torna spesso l’idea di una generazione sospesa tra il bisogno di autenticità e la paura di esporsi davvero. Tu questa difficoltà la vivi anche personalmente? Hai mai avuto la sensazione di dover mostrare una versione più “giusta” o più forte di te rispetto a quella reale?
«Viviamo in una generazione in cui tutto corre velocemente, e anch’io faccio fatica a trovare il tempo per riconoscere la bellezza nelle piccole cose. Quando non ci riesco, ci sto male, perché in realtà mi piacerebbe non essere figlio di questa velocità. In una canzone come Batticuore parlo proprio di questo: mi guardo intorno e vedo quanto tutto voli via in un secondo, come se ogni cosa ruotasse attorno ai social.»
A proposito di Batticuore, l’amore nel disco viene raccontato in modo molto contemporaneo: veloce, quasi consumato prima ancora di essere vissuto davvero. Secondo te oggi è più difficile lasciarsi andare perché siamo diventati più difensivi emotivamente, oppure è semplicemente un modo diverso di vivere le relazioni?
«Credo entrambe le cose. Da una parte è difficile capire davvero chi siamo, anche perché spesso nascondiamo il nostro lato più autentico per paura del giudizio degli altri. Così finiamo per comportarci in un certo modo più per ciò che gli altri si aspettano che per quello che sentiamo davvero. E questo ci porta un po’ a uniformarci, a vivere tutti le stesse cose in modo dispersivo.»
Il disco però non è soltanto malinconico: sembra anche un lavoro di accettazione. Oggi la fine delle cose belle la vivi ancora come una paura o come qualcosa che hai imparato ad accettare?
«La vivo ancora come una paura, perché ci sono cose a cui non vorrei mai dire addio. Però ho imparato che ogni cosa ha un inizio e una fine, e che proprio nella fine esiste la possibilità di un nuovo inizio. Questa è anche la bellezza della vita.»
In Rockstar invece emerge il tema della pressione di dover essere sempre all’altezza, sempre perfetti. Quando parli del rifiuto di certi standard, stai raccontando solo te stesso o una sensazione più generazionale?
«Vorrei che fosse qualcosa in cui tutti possano riconoscersi. Rockstar parla proprio della necessità di inseguire la parte più vera di noi stessi senza nasconderci dietro niente. Alla fine, chi sa ascoltare davvero riesce sempre a vedere chi siamo. Però spesso non riusciamo a essere completamente noi stessi, e questo ci impedisce anche di rincorrere i nostri sogni. Per me Rockstar è proprio questo: un urlo, una battaglia per essere semplicemente ciò che siamo.»
Verso la fine del disco, soprattutto in Arrivederci più, sembra emergere una consapevolezza diversa: meno rabbia e meno paura rispetto all’idea dell’addio. Oggi vivi i cambiamenti in modo diverso rispetto a qualche anno fa?
«Credo di sì. Anche se l’addio non mi è mai piaciuto e continuo a sentirmi “allergico” a quel concetto, ho imparato che bisogna accettarlo. Ogni persona vive emozioni e relazioni in modo diverso, quindi anche gli addii assumono significati differenti. Non credo che riuscirò mai ad accettarli del tutto, ma so che dentro quell’accettazione si trova sempre qualcosa.»
Dal punto di vista artistico il disco appare molto coeso, quasi come se scrittura e suono fossero nati insieme. Per te è stato più naturale partire dai testi o dal suono?
«In realtà tutto è partito dai testi. Il suono è arrivato dopo, quando avevamo già trovato il senso delle canzoni. È stato un lavoro costruito insieme, anche a livello di scrittura.»
Questo album arriva dopo anni molto intensi, tra esperienze importanti come Sanremo e un percorso artistico in continua evoluzione. Senti che il tuo modo di scrivere sia cambiato insieme a te?
«Sì, penso di aver trovato un altro modo di leggere le cose e soprattutto di essere più diretto. Prima tendevo a nascondere molti aspetti della mia vita personale dietro concetti più astratti; oggi invece sento il bisogno di raccontarmi in modo più sincero e immediato.»
Quindi vivi questo disco come un nuovo punto di partenza?
«Sì, lo vivo come una virgola più che come un punto. Oggi mi sento più libero di mostrare anche il mio lato più intimo e trasparente, soprattutto grazie al rapporto costruito negli anni con il pubblico e con i live.»
C’è un brano del disco che sei particolarmente curioso di vedere arrivare alle persone?
«Sono molto curioso di vedere come verrà recepita Vis-à-vis, perché è una canzone che parla semplicemente del lasciarsi andare, senza pensare troppo e senza paura del giudizio. È un invito a vivere il momento con leggerezza. Poi c’è tutta la ricerca sonora legata agli anni Sessanta che mi affascina molto. Però sono curioso anche per Amara e New Love: in realtà un po’ per tutte.»
E invece quella che non vedi l’ora di portare live?
«Direi proprio Vis-à-vis. Anche Amara, però in generale credo che siano tutte canzoni molto da concerto.»
Chiudiamo tornando al titolo dell’album: oggi c’è qualcosa, nella musica o nella tua vita, che speri davvero non finisca mai?
«Spero non finisca mai la voglia di cercare cose nuove e di continuare a fare quello che amo: scrivere canzoni e fare live.»
Da qui prende forma un racconto fatto di fragilità, nostalgia e bisogno di comprendersi, in cui convivono ribellione e vulnerabilità, leggerezza e malinconia.
Articolo a cura di Natalia Ameduri
