Settembre 30, 2026
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Che cosa significa oggi chiamare qualcosa “lavoro”? E cosa succede quando il lavoro non coincide con un’unica professione, con uno stipendio o con un contratto? Per chi vive di musica, creatività e attività indipendenti, i confini tra lavoro, passione, necessità economica e identità sono spesso molto più sfumati.

Abbiamo parlato di questo con Giorgieness, musicista e autrice che da quindici anni attraversa il mondo della musica indipendente senza rinunciare alla propria idea di libertà. Del rapporto con il lavoro e con il successo, della fatica di essere indipendenti, del pubblico e della comunità, ma anche della rabbia, dell’attivismo e della possibilità che la musica possa ancora avere un ruolo nel dibattito sociale.

Una conversazione che parte dal lavoro per arrivare, inevitabilmente, a una domanda più ampia: quanto spazio siamo disposti a lasciare, nelle nostre vite, a ciò che ci fa sentire davvero liberi?

Il TFR è una cosa che arriva alla fine di un rapporto di lavoro. “Tutte le Frequenze dei Diritti”, invece, prova a rimettere i diritti al centro mentre il lavoro è ancora in corso. Tu che rapporto hai oggi con la parola “lavoro”? Fare musica per te è ancora un lavoro o è una definizione che ti sta stretta?

Io penso che mi stia stretta la definizione di “lavoro” intesa nel senso più comune. Quello che è stato promesso alla mia generazione era, di fatto, un grande scam e non potevano saperlo nemmeno i nostri genitori quando ci dicevano: “Studia e tutte le porte ti si apriranno”. Ho investito la mia vita nella musica e continuo a farlo, ma non mi dà tutti i soldi di cui ho bisogno per vivere. Quindi non è il mio lavoro, anche se sono 15 anni che occupa il 70% del mio tempo?

Faccio comunicazione per altre persone, quello è il mio lavoro fisso e stabile. Anche quella è un’occupazione che mi piace, mi stimola e mi dà soddisfazione, ma non l’avrei mai scelta se non avessi dovuto trovare un compromesso tra fare musica e mangiare. Dovrei definirmi una social media manager nella vita perché pago più tasse con questo lavoro?

Allo stesso tempo faccio attivismo — parola che odio perché mi sembra performativa, ma rende l’idea —: non paga economicamente, ma ripaga tantissimo a livello umano e, ad oggi, prende moltissimo del mio tempo.

Insomma, io penso che, in un mondo del lavoro come il nostro, preferisco lavorare un po’ di più e avere meno tempo “libero”, ma sentire di vivere anche mentre faccio tutte le cose che devo fare, piuttosto che chiudermi in un posto che odio per otto ore al giorno e fare comunque la fame. E mi rendo conto del fatto che questo discorso presupponga un grande privilegio: quello di aver sempre fatto sacrifici, certo, ma con alle spalle una madre che ha supportato le mie scelte e mi ha aiutata quando il mio impegno non è bastato o quando ho avuto altri problemi. Non sono ricca di famiglia, ma sicuramente parto da una base che mi ha permesso di scegliere di fare fatica, ma non sentirmi in gabbia.

C’è una retorica molto romantica del musicista che “fa quello che ama”. Ma fare quello che ami non significa necessariamente essere tutelato. Qual è la parte più dura del tuo lavoro di cui il pubblico non si accorge?

“Fai quello che ami… e lavorerai ogni giorno della tua vita!”. Ci scherziamo spesso tra amiche.

Io penso che quello che non si vede sia quanto io faccia da sola molto di quello che succede in Giorgieness. E, in realtà, quanto sia complesso, soprattutto ora da adulta, continuare a metterci lo stesso impegno. Non solo per me, ma in generale, sarebbe bello che si tornasse a dare valore all’indipendente, inteso proprio come modo di pensare la musica. Quindi non come un parcheggio dove stare finché non si diventa mainstream — cosa che, a un certo punto, ho erroneamente pensato anch’io per un periodo e che fortunatamente ho scardinato dalla mia testa —, ma come un terreno fertile per fare musica in un altro modo.

Sei una musicista che ha sempre rivendicato una certa indipendenza. Quanto è difficile essere indipendenti in un’industria che continuamente ti chiede di essere riconoscibile, vendibile, coerente?

Impossibile? No, scherzo, è più che possibile. Il viaggio nei glitter di cuori infranti, in realtà, mi ha insegnato questo: non sei tu che scegli il tuo pubblico. Come non sei tu che scegli chi ti ama nella vita. E, proprio come nelle relazioni, più provi a piacere a tutti e meno piaci a te stessa. Per me non è facile o difficile, è solo vitale rimanere me stessa, anche se questo significasse non arrivare mai più in là di dove sono ora.

Credo altresì che, individuato il tuo pubblico e il tuo linguaggio, sia però stupido essere reazionari. Abbiamo tanti strumenti per esprimerci oggi, basta trovare il tuo.

C’è stato un momento in cui hai pensato: “Forse per andare avanti devo diventare qualcun’altra”?

Sì, penso sia fisiologico.

E, come dicevo prima, non mi sono riconosciuta più. Per fortuna la vita aveva letteralmente in serbo per me altro ed è stato relativamente facile non perdermi. Ricordo un momento bello, con una persona bella, a Bari, questo inverno, in cui, in un centro sociale, mentre ascoltavamo musica che non so nemmeno se ci sia su Spotify, gli ho detto: “Io penso di essere esattamente dove dovrei essere”.

Viva perdersi, viva sbagliare strada, viva allungarla. Senza sbandate non penso sia possibile conoscersi davvero.

Negli ultimi anni hai parlato molto di sentirsi fuori posto e del bisogno di trovare una comunità. Ti interessa ancora l’idea di “appartenere” oppure oggi preferisci l’idea di non dover appartenere a niente?

Sono ancora immersa in quella ricerca, ma penso di aver trovato i miei simili, ora posso solo trovarne di più. Sono una solitaria, ma non sono fatta per essere sola, anzi. Pur avendo estremo bisogno dei miei spazi, riesco a stare h24 con altre persone per settimane, mesi. L’uomo è un animale sociale, del resto.

Hai costruito un rapporto molto diretto con chi ti ascolta. Ma quando il pubblico diventa una comunità, dove finisce il rapporto artista-fan e dove comincia qualcosa di diverso?

Forse non me lo chiedo. Nel senso che, pur richiedendo il rispetto dei miei confini e chiarendo che non siamo “amici” nel senso stretto del termine, non sento il bisogno né la necessità pratica di mettere una qualsivoglia distanza tra me e chi mi ascolta. Anzi, trovo sempre bellissimo incontrarci e parlare un po’ di come mai eravamo allo stesso concerto!

La musica può davvero cambiare qualcosa sul piano sociale oppure rischiamo di attribuirle un potere che non ha?

Se un microfono su un palco non ha potere, allora cosa?

Forse il punto è proprio cosa significhi avere il potere di parlare nel 2026, in particolare quello di spostare l’opinione pubblica. Sia chiaro, buona parte di quello che faccio io a livello sociale non porta il mio nome e non mi interessa che lo porti. Ma io non sono Ed Sheeran, né Taylor Swift.

Però metti caso che la tua audience sia composta da miliardi di persone nel mondo e tu scelga di non dire nulla su un genocidio — per esempio, eh —: come puoi pensare che anche il tuo silenzio sia neutro?

L’arte, storicamente, ha sempre avuto il compito di portare un messaggio, quantomeno sociale. Pensiamo al teatro greco. Penso sia molto comodo nascondersi dietro al “io faccio solo musica”. Forse preferirei l’onestà intellettuale di dire: “Se dico qualcosa, non lavoro più”.

In ogni caso, non penso sia un obbligo esporsi sempre e comunque, anzi, credo sia anche giusto che ognuno combatta le battaglie che sente più vicine. Ma credo anche ci sia modo di fare capire da che parte si sta, anche implicitamente.

E dall’altra parte: può una canzone essere politica senza parlare esplicitamente di politica?

In questo senso troverò sempre ispirazione nel modo di scrivere dei Ministri. Penso che quel tipo di scrittura mantenga sempre un commento politico di sottofondo, un’attenzione alla cosa pubblica. Quindi sì, sono totalmente convinta che ci siano mille modi per parlarne.

Io ho sempre cercato di essere meno retorica possibile, ma di inserire i personaggi delle mie storie nel nostro tessuto sociale, con tutte le sue problematiche. Anche questa è una via, per esempio: raccontare ciò che hai attorno. Nel mio caso ho parlato spesso di relazioni nate in un clima così incerto e complesso, tra persone incerte e complesse.

C’è ancora una forma di rabbia nella tua musica? E, se sì, oggi contro cosa è arrabbiata Giorgieness? La tua rabbia è diventata più feroce o più consapevole?

“Con rabbia e con amore” penso spieghi bene il mio modo di scrivere. La mia rabbia è diventata più feroce perché è calma, perché non ha bisogno di urlare, di puntare il dito — oddio, in una delle nuove canzoni un po’ sì.

Credo che sia cambiata l’idea che, per farti sentire, devi fare più rumore possibile. E credo rifletta anche come mi sento nel mondo: osservo molto di più e partecipo un po’ meno in certi contesti.

Credo che la rabbia sia il regalo più bello che mi ha fatto il punk. Se sai incanalarla, se sai renderla fertile, non diventa una fonte di scollamento dagli altri, ma anzi un collante. Come ogni sentimento, bisogna saperci avere a che fare e a volte ancora la indirizzo verso di me. Anche se, ad oggi, la mia è molto più collettiva, molto meno personale.

Ho sempre mal sopportato le ingiustizie e mi hanno sempre fatto soffrire molto, non solo quelle personali. Forse la consapevolezza che ho oggi è che è un sentimento come gli altri: so gestirlo e non ne ho paura.

Quanto conta oggi per te il successo? E soprattutto: come hai cambiato la definizione di successo rispetto a quando hai cominciato?

Per quanto sicuramente il mio ego d’artista punti ancora più in alto possibile, perché credo in quello che faccio, ad oggi il concetto di successo è davvero un po’ cambiato.

Personalmente ho lavorato tantissimo, anche in terapia, sull’idea di “arrivare” e penso che il primo passo per me fosse essere conscia di esistere. Non voglio sentirmi emergente per sempre, sono una musicista da 15 anni, ho il mio pubblico, ho il mio mondo, penso di essere un’artista riconoscibile anche nei miei mille cambiamenti.

Concedermi questo, capirlo, interiorizzarlo, mi ha tolto tantissima ansia da prestazione. Io faccio musica, ma faccio anche tantissime altre cose. Per me forse il successo oggi è questo: continuare a fare musica con qualcuno che ci crede attorno, aver trovato il modo di fare nella vita solo cose che mi interessano e, soprattutto, sapere che per qualcuno quelle canzoni sono state importanti.

Streaming, numeri, follower, algoritmi: è possibile fare musica senza trasformare continuamente se stessi in un prodotto?

Come dicevo, non penso che essere reazionari sia la via migliore. Piuttosto bisogna capire come vivi tu gli algoritmi, i follower ecc. Facendo anche la social media manager, ho imparato tutto delle dinamiche con cui qualcosa diventa virale, ma la domanda è sempre: in che modo vuoi arrivare alle persone?

E questo fa la differenza.

Il primo step è sicuramente capire come funzionano, ma il secondo è capire cosa ti rappresenta e, a quel punto, l’algoritmo e tutte le metriche puoi “usarle” per la tua comunicazione, senza diventare una macchina sforna-contenuti.

Allo stesso modo, so che non tutte le persone che mi seguono lo fanno per la musica: alcune lo fanno per le cose che scrivo e va benissimo così. Non mi è piaciuto, quando l’ho fatto, usare i social in modo asettico solo per celebrare i successi o per costruire un personaggio. Non sono un piano editoriale, mi sono arresa al fatto che voglio usare i social in modo più naturale. Il che non significa non pensato, ma nemmeno tutto sempre programmato.

In sostanza, penso che diventi “un prodotto” solo quando quello che “vendi” non ti appartiene davvero.

Qual è la cosa che oggi ti rifiuti categoricamente di fare per avere più pubblico?

Non dire quello che penso e fingere di essere qualcosa di meglio di me stessa.

E qual è invece il compromesso che hai imparato ad accettare?

La pazienza.

Se potessi parlare con la Giorgieness degli inizi, cosa le diresti di non perdere mai? E cosa invece le diresti di smettere immediatamente di fare?

Non penso le direi nulla, quella Giorgie ha bisogno di passare attraverso tutto ciò che le è successo per arrivare qui. Forse le direi proprio di vivere, il più possibile, ancora di più di quanto abbia fatto, soprattutto nei suoi 20 anni.

Alla fine, forse, parlare di lavoro significa parlare anche di possibilità. Della possibilità di scegliere, di cambiare strada, di sbagliare e ricominciare, ma anche del privilegio necessario per poterselo permettere. Nel percorso di Giorgieness, musica, comunicazione, attivismo e vita non sembrano compartimenti separati, ma parti diverse dello stesso tentativo: costruirsi uno spazio in cui lavorare non significhi necessariamente smettere di vivere.

“Viva perdersi, viva sbagliare strada, viva allungarla”, dice. E forse è proprio qui che si trova il senso di questa conversazione: non nell’idea di aver finalmente trovato la propria strada, ma nella possibilità di continuare a percorrerla senza sentirsi in gabbia.

Photo Credit Copertina Alessandro Bello

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