All’Alcatraz Tredici Pietro entra in scena senza effetti plateali: pochi minuti raccolti, quasi trattenuti, e poi il concerto cambia pelle. Basta l’attacco di Non Guardare Giù per trasformare il club in un’esplosione di luci, bassi e voci urlate a memoria. Dopo averlo visto anche al Vox Club, la sensazione è che questo tour abbia trovato una dimensione ancora più potente dal vivo.
Ad aprire la serata all’Alcatraz è stata Jungle Julia, nome d’arte di Giulia Covitto, artista maremmana che avevamo recentemente intervistato in occasione dell’uscita del suo nuovo EP. Cresciuta tra la campagna toscana e un contesto fortemente legato alla spiritualità, Jungle Julia porta nella sua musica una scrittura intensa e viscerale, capace di unire introspezione e impatto sonoro.
Dopo il trasferimento a Roma, il percorso artistico di Julia si è consolidato grazie all’esperienza a Officina Pasolini, dove ha studiato con artisti come Tosca e Giovanni Truppi. Negli ultimi anni ha attirato attenzione anche per il suo passaggio alle selezioni di X Factor, interpretando brani di Marlene Kuntz e PJ Harvey, esperienza che le ha permesso di entrare in contatto con il manager Marco Sorrentino.
Sul palco milanese ha confermato una personalità artistica già molto definita: sonorità ruvide, influenze che richiamano Radiohead, Idles e Alabama Shakes, e una presenza scenica diretta, fisica, mai costruita. Un opening act coerente e convincente, capace di preparare il pubblico all’energia del live di Tredici Pietro.
La band di Tredici Pietro funziona come un blocco compatto: Fudasca al basso, Sedd ai synth, Andrea Palmeri alla batteria e Matteo Cantagalli tra tastiere e chitarra costruiscono un suono pieno, fisico, capace di alternare momenti intimi a improvvise accelerazioni. Sul palco Tredici Pietro tiene insieme tutto con naturalezza, passando dall’urgenza rap a passaggi più melodici senza perdere intensità.
L’atmosfera cambia continuamente anche grazie alle luci: tonalità fredde e cieli stellati lasciano spazio a rossi accesi e verdi pulsanti che accompagnano l’energia dei brani. Colpisce soprattutto il rapporto con il pubblico, molto presente ma mai distratto. Pochi telefoni alzati, tanta partecipazione reale: un dettaglio raro in concerti di questo tipo.
Uno dei momenti più forti arriva con Dall’Alto, eseguita quasi come una confessione aperta. La sala si abbassa di colpo, il caos si ferma e resta solo la voce di Pietro a guidare il pezzo. Subito dopo il live riparte con tutta la sua forza su High, riportando il pubblico a saltare sotto una pioggia di luci rosse.
Dopo la data di Nonantola, anche Milano ha confermato quanto il progetto live di Tredici Pietro stia crescendo rapidamente. Il tour nei club — partito da Bologna e passato anche da Roma — mostra un artista sempre più sicuro della propria identità musicale, capace di reggere il palco con autenticità e senza bisogno di sovrastrutture.
Photo Credit Alessia Diani


















