Andrea Govoni parla come scrive: per immagini, deviazioni, ricordi. Da vent’anni attraversa la musica italiana da outsider romantico, tra folk e vintage. Poi, a un certo punto, ha deciso di fermarsi. O almeno provarci. Cento giorni per pensare nasce proprio da questa sospensione: una raccolta di riflessioni poetiche annotate tra viaggi, camerini, strade e ritorni a casa. Un libro piccolo e intimo che sembra andare nella direzione opposta rispetto al rumore contemporaneo. Lo incontriamo mentre si prepara al tour e all’arrivo al Salone del Libro di Torino, dove parole e musica finiranno ancora una volta per confondersi.
Cento giorni per pensare sembra quasi un atto di ribellione oggi. Hai avuto la sensazione di doverti sottrarre a qualcosa?
Ho iniziato a scrivere molto prima di cantare e suonare, fin da piccolo tra poesie, racconti fantasiosi, non ho mai smesso di farlo.
Poi è arrivata la musica, credo sia stata lei a cercarmi e infine le canzoni, il collante perfetto.
“Cento Giorni per pensare” è stato un modo per fermarmi, riflettere e raccontarmi con più sincerità, più un atto di libertà del cuore che di ribellione.
2. Nel libro ritorna la dimensione del viaggio come spazio mentale. Quando hai capito che stare in movimento era anche un modo per cercarti? Ti sei mai sentito “fuori tempo” rispetto all’industria musicale contemporanea?
Si mi sento sempre un po’ fuori dal tempo ma non lo vivo come un ostacolo, è qualcosa che sento dentro, un’atmosfera, preferisco la luce delle candele a quella dei neon per intenderci. È una sensazione che ho da sempre, nulla di costruito e forse si, oggi non è facile, ma ho imparato a camminare nel presente a modo mio, senza rincorrere troppo il resto e in fondo sto bene così, da vampiro metropolitano.
4. Nei tuoi testi c’è una forte nostalgia, ma non sembra semplice vintage. Che differenza c’è per te tra nostalgia e rifugio nel passato?
Mi piace mescolare ricordi, visioni e immagini del cuore, come se il passato e il presente potessero parlarsi nello stesso istante. Forse da fuori può sembrare nostalgia, ma in realtà non lo è davvero, non rimpiango ciò che è stato, semplicemente cerco la bellezza e l’emozione nelle cose che restano dentro e provo a metterle in luce con le parole e la musica.
5. Hai scritto che spesso parliamo più agli altri che a noi stessi. Secondo te oggi siamo diventati incapaci di ascoltarci davvero?
Oggi facciamo fatica a vivere “con l’intensità di un tempo” le vere emozioni perché siamo sempre esposti, come su un red carpet permanente, una vetrina di tutti e di nessuno che finisce per svuotarci. La salvezza, per me, sta nel fermarsi e non restare schiavi di questo vortice, così trovo rifugio nella poesia, nella città di notte e nella natura, quando riesco a fuggire.
6. I social hanno peggiorato questo rapporto con la nostra voce interiore?
Il problema dei social è che ci allontanano dalla realtà, si restringe tutto ad apparenza al posto di esperienza. Chi ha più equilibrio, chi ha toccato con mano il passato, riesce a resistere o almeno ne è consapevole, chi è più fragile rischia di perdersi in un mondo di ego smisurato e senza senso che non fa altro che stordire, rendendoci più vicini ad automi che umani, non è altro che quello che vogliono i potenti del mondo. La Musica è stata forse la più grande vittima del sistema, la fuga nella scrittura e lettura effettivamente ci salva ancora un po’, la bellezza di sfogliare un libro è impagabile.
7. C’è qualcosa che la musica non riusciva più a contenere e che invece hai trovato nella scrittura poetica?
Credo che musica e poesia siano due dimensioni diverse che sanno però incontrarsi, abbracciarsi, giocare, creando una simbiosi unica, come in un abbraccio infinito del tempo o perché no…come in una storia d’amore. Uno racconta, l’altro costruisce, non sento conflitto, anzi, entrambi mi permettono di esprimermi in maniera completa, profonda e viaggiano insieme nel mio quotidiano.
8. Il tuo immaginario richiama certi cantautori italiani classici, ma anche una dimensione folk molto cinematografica. Quali artisti ti hanno insegnato il valore delle parole?
Ho ascoltato di tutto nella mia vita, dal jazz al blues, dal folk ai miti del rock n’roll, fino ai grandi cantautori Italiani. Sono molto legato alla musica anglosassone degli anni 70 come sonorità, ma anche all’eleganza Italiana dei 60, per quanto riguarda la scritta sicuramente Dylan, Cohen, Lou Reed e grandi come Dalla, Battiato, Cocciante, De Andrè che per me il nostro più grande poeta musicale, gli amici degli ultimi, una combriccola di cui avrei voluto far parte.
9. Oggi la musica sembra chiedere immediatezza: canzoni brevi, messaggi veloci, emozioni consumabili. Tu invece sembri lavorare sull’attesa. È una scelta controcorrente?
Nel tempo ho imparato a non avere fretta, che la musica, le canzoni, arrivano come una luce, come un dono sotto forma di quella che chiamiamo “ispirazione” e vanno rispettate, non forzate dentro una logica di mercato. Sono piccole opere luminescenti che raccontano l’anima. Non penso mai se o a chi potrebbero piacere, le lascio viaggiare. Anzi, mi diverte renderle più complesse musicalmente, perché per me è soprattutto un capriccio di stile che mi dà soddisfazione nell’eseguirle e ancora più gioia.
10. Nel libro si sente moltissimo la strada: stazioni, camere, ritorni, partenze. Hai mai avuto paura che il viaggio diventasse anche una forma di fuga?
Per me il viaggio è come un film, la strada è tutto, con quella sua bellezza naïf. Gli incontri, la gente, luoghi da scoprire, il miracolo divino della fotografia che abbiamo intorno a noi, come una cartolina in viaggio, tutto riporta alle emozioni vere, quelle che si possono solo vivere fino in fondo. È una delle cose che amo di più, l’avventura mai come fuga, ma come modo per restare dentro la vita.
11. Le illustrazioni di Alessandra Santelli aggiungono una dimensione molto delicata al progetto. Quanto era importante che il libro avesse anche una fisicità visiva?
Fin da quando è nata l’idea, ho subito pensato ad Alessandra, nessuno meglio di lei avrebbe potuto interpretare con tanta sensibilità e bravura quello che avevo da dire. Non credo che le parole, da sole, avrebbero avuto la stessa forza, senza la sua mano ed immaginazione, sarebbe stato tutto diverso, meno sognante.
12. Nel titolo c’è la parola “pensare”, che oggi sembra quasi fuori moda rispetto a “performare”, “produrre”, “pubblicare”. Tu quando riesci davvero a pensare?
Sicuramente durante i miei viaggi da un concerto all’altro, girovagando qua e là nelle città in solitaria, ma anche il mattino mi ispira molto forse più della notte che al contrario mi dona ogni volta più musica che parole, per la felicità dei miei vicini (ride).
13. Porterai questo progetto anche al Salone del Libro di Torino. Ti incuriosisce l’idea di entrare in uno spazio letterario da musicista?
Una grande emozione, un sogno che si realizza che custodivo da tempo e che spero riesca a portare in combinazione anche la mia musica a tanti nuovi cuori in ascolto.
14. Il nuovo album arriverà dopo l’estate. Cosa dobbiamo aspettarci: continuità con il libro o una reazione opposta?
Forse mi sento più un osservatore, che parte di quel mondo, anche se c’è già un nuovo capitolo letterario che il prossimo anno vedrà la luce e questa volta trattasi di un romanzo di avventura ma non vorrei viaggiare troppo nel futuro e tornando al nuovo album in uscita prevista dopo l’estate. Registrato con una grande band al Black star recording studio di Milano, sarà pieno di atmosfere folk, un pizzico di rock che non guasta mai e romanticherie dal sapore d’altri tempi, d’altra parte non saprei scrivere altro che d’Amore.
Articolo a cura di Angela Todaro
Photo Credit Copertina Mauro Lucchini


Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
