Agosto 20, 2026
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Ad una settimana dalla chiusura della dodicesima edizione del Seeyousound International Music Film Festival, si possono finalmente tirare le somme a freddo (nonostante il residuo piuttosto corposo di tutte le suggestioni, e di tutte le fascinazioni che le storie mostrate dal Festival hanno lasciato in noi), e dire pertanto – a giusto titolo e a ragione vedutissima  – come Torino abbia confermato il proprio ruolo di laboratorio privilegiato per il cinema musicale contemporaneo.
Per l’ennesima volta, infatti, la Città – intesa nel senso di luogo, e in quello di persone appassionate che l’hanno come sempre pensato, costruito e accudito, ben più che di istituzioni, ndr)  si è dimostrata pienamente capace di organizzare e ospitare un festival ormai maturo, capace di consolidare la propria identità critica e curatoriale senza rinunciare alla dimensione sperimentale che ne ha caratterizzato la nascita. Ovviamente, il Cinema Massimo è rimasto il cuore della manifestazione, ma per una settimana il festival ha trasformato l’intero tessuto urbano in un ambiente attraversato da immagini, suoni e pratiche artistiche ibride.
Il dato più evidente, osservando questa dodicesima edizione, riguarda la continuità nella crescita di pubblico e attenzione. Seeyousound non è più soltanto un festival di nicchia per appassionati di documentario musicale: è ormai un appuntamento riconosciuto nel panorama culturale italiano. L’edizione 2026 si è chiusa con circa 6.000 presenze complessive e oltre 5.000 biglietti venduti in sala, confermando il forte interesse del pubblico e la capacità della manifestazione di mantenere sale piene e file all’ingresso nonostante un’offerta culturale cittadina sempre più ampia.
Non si tratta semplicemente di numeri. Il dato significativo è che il festival ha raggiunto queste presenze senza snaturare la propria identità curatoriale: al contrario, rafforzando un programma spesso complesso, stratificato e lontano dalle logiche mainstream. In un panorama festivaliero che tende spesso a semplificare le proprie proposte per ampliare il pubblico – e ogni riferimento al ‘casalingo’ Torino Film Festival, a organizzazione romana è assolutamente non casuale – Seeyousound sembra aver imboccato la strada opposta, dimostrando che la ricerca può generare partecipazione.
Il motto scelto per questa edizione, “Make Some Noise”, non è stato un semplice slogan comunicativo ma una chiave interpretativa del programma. Il festival ha proposto il rumore come metafora culturale: gesto creativo, segnale di dissenso, forma espressiva delle sottoculture musicali e allo stesso tempo sintomo della saturazione sonora della contemporaneità digitale.
In questa prospettiva il cinema musicale diventa uno strumento privilegiato per indagare le trasformazioni sociali della musica. Non solo celebrazione di artisti e carriere, ma racconto di comunità, scene e geografie sonore spesso marginali rispetto alla narrazione dominante dell’industria musicale.
Il cartellone ha presentato ben 68 film tra documentari, lungometraggi di finzione, cortometraggi e videoclip, accompagnati da 16 eventi tra concerti, dj set e performance audiovisive, oltre a mostre e progetti artistici collaterali, mentre il programma ha attraversato una pluralità di generi musicali – house, jazz, funk, punk, elettronica e black metal – mantenendo la tradizionale articolazione del festival tra le sezioni competitive LongPlay Doc, LongPlay Feature, 7Inch e Soundies, affiancate dalle rassegne Into the Groove e Rising Sound.
Questa struttura curatoriale consente al festival di muoversi su due assi complementari: da un lato la ricostruzione storica delle grandi traiettorie musicali, dall’altro l’esplorazione di territori meno battuti, dove la musica emerge come pratica culturale, politica e identitaria.

Tra i titoli più attesi figurava il documentario dedicato a David Bowie Bowie: The Final Act, presentato come evento di chiusura e focalizzato sugli ultimi anni creativi dell’artista e sulla genesi di Blackstar: un atto finale che ha mantenuto tutte le attese, ha commosso, ha dato a tutti noi che amiamo ancora oggi L’uomo che discese sulla Terra ulteriori conferme dell’immensità dell’artista e dello spessore umano della persona.
Accanto a queste narrazioni di figure iconiche, il festival ha dato spazio a storie che raccontano la musica come fenomeno collettivo: scene underground, musicisti di strada, comunità artistiche e genealogie sonore transnazionali.
Seeyousound ha continuato inoltre a distinguersi per la sua natura intrinsecamente interdisciplinare. Il festival non si è limitato alla proiezione di film musicali, ma ha costruito un ambiente di scambio tra linguaggi artistici: cinema, musica dal vivo, arti visive e performance, che hanno convissuto, e che – ne siamo certi – continueranno ad interagire anche nella prossima edizione, all’interno di un’unica esperienza culturale.
Questa dimensione ibrida è forse uno degli elementi più interessanti del progetto: Seeyousound non considera il cinema musicale come un genere, ma come un campo di relazione tra pratiche audiovisive e culture musicali.
Seeyousound, i suoi patròn – e cioè gli ormai immancabili Alessandro Battaglini, Carlo Griseri, curatori artistici, insieme al presidente dell’associazione Andrea Napoli – i ragazzi dell’organizzazione, e i volontari tutti, dimostrano come un festival tematico possa diventare un osservatorio privilegiato sul presente, grazie ad un appassionato e sapiente miscuglio di idee (tante, tantissime ndr), una gran dose di lavoro e infiniti apporti di dedizione ed entusiasmo. Poiché la musica, oggi più che mai, è un fenomeno visivo, oltre che d’ascolto: videoclip, performance, social media e archivi digitali hanno trasformato profondamente il modo in cui i suoni vengono raccontati e percepiti, e In questo contesto il cinema musicale non è soltanto un dispositivo di memoria ma uno strumento critico per leggere la contemporaneità.
Il “rumore” evocato dal tema di quest’anno diventa allora una metafora efficace: non solo il suono delle chitarre o dei club, ma il frastuono creativo delle culture che continuano a emergere ai margini e a ridefinire il paesaggio musicale globale.
E se le sale piene e l’attenzione crescente dimostrano qualcosa, è che questo rumore – quello prodotto da Seeyousound – non è più soltanto un segnale di nicchia, ma una voce ormai indispensabile nel panorama culturale italiano.

Articolo a cura di Stefano Carsen

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