Il disco è finito. O almeno dovrebbe esserlo. Ma nel mondo di Taylor Swift la parola “fine” sembra avere un significato piuttosto elastico.
A quasi un anno dall’uscita di The Life of a Showgirl, Swift torna con The Life of a Showgirl: The Encore, una nuova edizione che aggiunge quattro canzoni all’album originale: “Patient Zero”, “Cleveland!”, “Pink Clouding” e “Babylon”. Quattro brani possono sembrare un’aggiunta marginale. Nel caso di Swift, invece, bastano a riaprire l’intero meccanismo.
La scelta della parola “Encore” è talmente diretta da diventare quasi una dichiarazione di poetica. Non c’è bisogno di fingere che stia arrivando un nuovo capitolo, né di costruire l’illusione di un album completamente diverso. È lo stesso spettacolo che riparte per qualche minuto. Il pubblico conosce già le canzoni, la scenografia e il personaggio. Eppure resta seduto.
È probabilmente qui che si trova uno dei talenti più evidenti di Swift: non soltanto nel costruire canzoni pop, ma nel capire come trasformarle in appuntamenti. Ogni uscita diventa un momento narrativo, ogni nuova edizione aggiunge qualcosa alla storia e, contemporaneamente, mantiene acceso il circuito dell’attesa. La discografia diventa così anche una forma di teatro commerciale: edizioni, copertine, oggetti, sorprese, annunci. Il caso di Midnights, con le sue diverse copertine pensate per comporre un orologio una accanto all’altra, resta uno degli esempi più espliciti.
The Encore porta quel meccanismo a un livello quasi letterale: se il pubblico vuole restare, la showgirl torna in scena.
Quattro canzoni, nessuna rivoluzione
La cosa più interessante, però, è che i nuovi brani non sembrano costruiti per correggere qualcosa che nell’album precedente non funzionava. Non sono una rettifica e nemmeno una deviazione. Sono materiale aggiuntivo che continua a muoversi dentro lo stesso universo.
“Pink Clouding” è forse il pezzo che meglio rappresenta la componente più sfacciatamente pop del progetto. Synth dal gusto rétro, atmosfera luminosa e una melodia progettata per arrivare rapidamente al punto: Swift non ha bisogno di reinventare il linguaggio della canzone pop quando può sfruttarne con precisione quasi industriale i meccanismi.
“Patient Zero” è più asciutta. Il ritmo ha un peso maggiore e la voce viene trattata in modo più percussivo, soprattutto nel ritornello. È un brano che privilegia la superficie elettronica e la scansione rispetto alla dimensione cantautorale.
“Cleveland!” cambia invece prospettiva. Il piccolo motivo iniziale dello xilofono apre una canzone più vicina alla tradizione melodica di Swift, dove la scrittura torna a occupare il primo piano. Non è un ritorno alla sobrietà di Folklore o Evermore: anche qui la produzione mantiene quella lucidatura pop che ormai costituisce una parte essenziale della sua identità.
“Babylon” percorre una strada analoga, affidandosi maggiormente alla chitarra acustica. È forse il brano che più chiaramente mette in dialogo le due Swift che convivono da anni: quella interessata alla costruzione meticolosa della hit e quella che continua a pensare le proprie canzoni come racconti.
La traiettoria è ormai chiara
Guardando questi pezzi insieme, emerge soprattutto la direzione intrapresa dalla musicista negli ultimi anni.
Dopo la parentesi più raccolta di Folklore ed Evermore, Swift ha progressivamente riportato la propria musica verso una dimensione pop più esplicita. Midnights ha segnato un passaggio importante in questa direzione, seguito da The Tortured Poets Department e poi da The Life of a Showgirl.
Non si tratta necessariamente di cancellare ciò che è venuto prima. Piuttosto, Swift sembra aver incorporato quelle esperienze dentro una macchina pop nuovamente gigantesca. La cantautrice non è scomparsa: è diventata una componente di un progetto molto più grande, nel quale convivono scrittura personale, produzione elettronica, spettacolo e una gestione dell’immaginario che ormai procede quasi parallelamente alla musica.
I quattro brani dell’Encore funzionano proprio perché non cercano di mettere in discussione questo equilibrio.
La vera sorpresa è che non c’è una sorpresa
In fondo, The Life of a Showgirl: The Encore è interessante proprio per quello che non fa.
Non cambia radicalmente l’album. Non apre una nuova fase. Non presenta una Swift irriconoscibile. Aggiunge invece qualche minuto allo spettacolo e offre ai fan altro materiale da ascoltare, discutere, analizzare e naturalmente acquistare.
Ed è difficile immaginare un concetto più coerente con l’idea di showgirl.
Il pubblico sa che il concerto è terminato. Le luci si sono accese, la scaletta è finita. Poi parte un altro applauso e qualcuno torna sul palco.
Taylor Swift ha semplicemente trasformato quel momento in un formato discografico.
Il sipario si era chiuso. Ma evidentemente non abbastanza.
