Il duo elettronico calabrese racconta la nascita del progetto, le influenze tra UK e Berlino e il concept dietro Veleno, il loro primo album: un viaggio tra emozioni contrastanti, estetica visiva e live in giro per l’Italia.
Gli Amore Audio sono un duo elettronico calabrese fondato nel 2024 da Alessandro Scola e Luigi Lonetto. Tra influenze che vanno dall’elettronica inglese alla scena berlinese, il progetto unisce pulsioni da club e un forte lato emotivo. Dopo l’EP Gabbia(2024), a dicembre 2025 è uscito il loro primo album, Veleno, un lavoro che mescola brani ballabili e tensioni personali.
Li abbiamo incontrati per parlare del significato del loro nome, delle influenze musicali e del concept dietro il disco.
Partiamo dal nome: perché Amore Audio?
È una domanda che ci fanno spesso. Ci piaceva il contrasto tra “amore” e “audio”. Poi c’è anche un gioco di pronuncia: se lo leggi in inglese diventa quasi “odio”. Quindi dentro il nome c’è questa doppia lettura, tra amore e odio.
P.S.
Un po’ come l’“Odi et amo” di Catullo.
A.A.
Esatto, anche se non volevamo scomodare Catullo! Però l’idea è quella: da una parte c’è l’amore per la musica e per quello che facciamo, dall’altra c’è anche una forma di frustrazione. Quando produci ascolti gli stessi pezzi centinaia di volte, li ami e allo stesso tempo li odi.
C’è sempre questa doppia faccia: la parte più club, più dance, e allo stesso tempo quella emotiva che cerchiamo di portare nei nostri brani.
All’inizio il progetto doveva chiamarsi Amore e Odio, ma ci siamo accorti subito che a livello promozionale era un disastro: la gente non riusciva a trovarci su Spotify perché lo cercava scritto in modi diversi. Così abbiamo deciso di semplificare in Amore Audio, che funzionava molto meglio.
Come nasce il progetto? Qual è il vostro background musicale?
Ci conosciamo da tantissimo tempo. Abbiamo iniziato come tanti, suonando nelle classiche band del liceo. Poi pian piano abbiamo iniziato a produrre insieme.
Venivamo però da background diversi: io (Luigi) arrivavo da funk e soul, mentre Ale mi ha trascinato più verso l’elettronica.
P.S.
In Italia si potrebbe dire che siete abbastanza vicini a una certa scena elettronica, penso per esempio a okgiorgio
A.A.
Sì, sicuramente in Italia artisti come lui hanno dato una spinta importante all’elettronica più “cantata”. Però i nostri ascolti sono molto europei, soprattutto inglesi.
Io (Alessandro) ho anche vissuto a Berlino per un periodo; quindi,ho assorbito molto da quella scena.
Tra le vostre influenze si possono citare nomi come Justice o Caribou?
Sicuramente Justice per me sono stati fondamentali: mi hanno proprio cambiato il modo di vedere l’elettronica. Avevano questo equilibrio tra disco, punk ed energia da club.
Poi ci sono tanti altri ascolti: dalla scena UK a progetti più tecnici come Overmono o Bicep. In generale cerchiamo sempre di unire quel tipo di elettronica con una sensibilità più vicina al cantautorato.
A dicembre 2025 è uscito il vostro primo album, Veleno. Come è nato?
All’inizio è nato quasi da un’immagine mentale. C’erano queste progressioni di accordi che ci facevano pensare a qualcosa di anacronistico, quasi settecentesco. Ci immaginavamo persone in una sala da ballo che si alzano e iniziano a danzare.
Era una specie di viaggio nostro, ma abbiamo deciso di seguirlo fino in fondo.
Da lì è arrivata anche la copertina, con il dettaglio del dipinto La morte di Socrate di David. L’idea era quella di un veleno assunto consapevolmente: sai cosa stai bevendo, ma lo fai lo stesso.
Per noi il “veleno” è tutto quello che accumuli negli anni: fallimenti personali, relazioni finite, frustrazioni. Abbiamo deciso di riversare tutto questo nel disco.
La cosa interessante è che molti pezzi sono molto ballabili, ma sotto c’è sempre un dramma che si consuma.
Anche l’estetica visiva del progetto è molto curata. Come nasce il vostro immaginario?
All’inizio ci dicevano spesso che ci mancava un’identità visiva. Poi abbiamo iniziato a lavorare con Nino (Antonio Cannata), il grafico che segue il progetto.
Da lì è nato un piccolo collettivo: c’è chi lavora ai visual, chi ai video. Il progetto è diventato quasi audiovisivo.
Nei vostri artwork tornano spesso il rosso e il blu. Come mai questa scelta?
È nata quasi per caso. Cercavamo due colori molto forti che potessero rappresentare la nostra identità.
Il rosso richiama l’“amore”, qualcosa di emotivo e viscerale. Il blu invece è più freddo, più tecnico: lo abbiamo associato alla parte “audio”, alla produzione.
È una dicotomia che ritorna spesso anche nella musica.
In questo periodo siete in tour. Come sta andando?
Molto bene. Più che pensare al futuro, stiamo cercando di goderci questo momento.
Non ci aspettavamo che ci fosse gente che venisse ai concerti conoscendo i pezzi — anche se i testi sono pochi! Però è una sensazione bellissima.
Alla fine, è il motivo per cui facciamo musica: condividere storie e ritrovarsi nelle storie degli altri.
State già pensando ai prossimi progetti?
Per ora vogliamo solo suonare il più possibile. Abbiamo diverse date tra Italia e Svizzera e speriamo di fare molti live anche quest’estate.
Poi vedremo cosa succederà dopo. Per adesso il viaggio è questo.
Articolo a cura di Pierluigi Spagnolo

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
