Opera in Terra Cruda di Isabel Rodriguez Ramos
“Diatomee” non è solo un disco, ma una domanda che si allarga come un sistema: cosa accade quando ciò che è invisibile diventa fondamentale?
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Rossana De Pace in occasione dell’uscita del suo nuovo album “Diatomee”, un lavoro che nasce da una domanda tanto semplice quanto vertiginosa: quanto le nostre azioni possono influenzare il mondo, e quanto il mondo può influenzare noi?
Disponibile da venerdì 30 gennaio in radio e in digitale, “Diatomee” è un debutto che affonda le radici in un’immagine tanto scientifica quanto poetica. Le diatomee – microalghe antichissime trasportate dal vento dal deserto del Ciad fino all’Amazzonia – rendono possibile la vita in ecosistemi lontanissimi, attraverso un movimento invisibile ma essenziale. È proprio da questa suggestione che prende forma il disco: un’indagine sull’interconnessione, sulla cooperazione e sull’idea che anche il gesto più piccolo, se inserito in una rete più ampia, possa generare cambiamento.
Registrato tra Val Pellice, Lunigiana, Torino e i colli parmensi, e anticipato da diversi singoli, il lavoro mette in dialogo scrittura autobiografica e ricerca sonora. Un racconto intimo ma aperto, in cui natura, memoria e identità si intrecciano fino a diventare esperienza condivisa.
Le diatomee sono organismi invisibili ma fondamentali. Ti senti più vicina a questa dimensione nascosta o al bisogno di essere vista e ascoltata?
Direi di sentirmi più vicina alla dimensione nascosta, perché mi percepisco un po’ come una diatomea, nella mia dimensione di “microscopicità”. Questo però non significa che non abbia bisogno di essere ascoltata. Anzi, credo che la cosa più bella che ci insegnano le diatomee sia che, anche se siamo microscopici e apparentemente invisibili, ciò che facciamo ha comunque un impatto sul mondo e sulla vita quotidiana. E soprattutto che, insieme, possiamo davvero fare la differenza.
Se penso al mio percorso attuale, la metafora è proprio questa: da quando ho iniziato a lavorare con un team, le cose sono cambiate. Stiamo facendo un percorso di crescita graduale, dal basso, forse più lento rispetto a quello che ci si aspetta nel mondo della musica, ma sicuramente autentico.
Nel disco l’idea di interconnessione è centrale. C’è stato un momento in cui ti sei resa conto concretamente di far parte di qualcosa di più grande?
Sì, mi succede ogni volta che rallento e mi prendo una pausa dalla velocità della vita quotidiana, dai doveri e dalle aspettative, e mi dedico del tempo. Questo senso di appartenenza lo percepisco soprattutto quando sono in natura: è un momento semplice, ma molto potente.
Mi ha fatto riflettere anche il racconto degli astronauti che osservano la Terra da lontano: tutti descrivono la stessa sensazione, cioè rendersi conto che facciamo parte di un unico sistema. Da quella prospettiva, guerre, confini e divisioni appaiono assurdi.
Il mio esercizio per ricordarlo è immaginare di guardare le cose dall’alto. Anche semplicemente osservare una città da un punto rialzato aiuta ad avere una visione d’insieme e a sentirsi parte di qualcosa di più grande.
Quindi la natura nel disco non è solo una metafora, ma anche un luogo reale dove trovare risposte?
Assolutamente sì. La natura ha molte delle risposte che cerchiamo. Mi piace osservare i comportamenti del mondo vegetale e animale e metterli in relazione con i nostri meccanismi umani: credo che ci sia tantissimo da imparare.
Hai scritto queste canzoni più guardando fuori o dentro di te?
Sono partita da un’esigenza interiore, da un’urgenza di guardarmi dentro. Però cerco sempre di non essere autoreferenziale: mantengo uno sguardo interno, ma anche uno sguardo aperto sul mondo.
Mi interessa capire come ciò che vivo a livello emotivo si rifletta fuori e, allo stesso tempo, come ciò che accade nel mondo influenzi me. Cerco quindi di partire da uno sguardo microscopico che poi si allarga progressivamente.
Hai registrato in quattro luoghi diversi: quanto hanno inciso sul suono finale del disco?
Moltissimo. Non ho solo registrato strumenti in luoghi diversi, ma anche raccolto suoni: nel disco ci sono campionamenti reali presi durante le residenze artistiche, dai ghiri al rumore dei fiumi, fino ai suoni dell’ambiente notturno o mattutino e alle frequenze delle piante.
Il suono del disco è quindi profondamente legato ai luoghi in cui è nato. Riascoltandolo, rivivo quei posti.
C’è un luogo che senti particolarmente dentro questo album?
Sì, le case di pietra in Val di Chiana. È stata un’esperienza molto intensa, anche inaspettata. Pensavo di vivere una residenza piuttosto solitaria, invece ho incontrato persone e storie incredibili.
È un luogo molto “selvaggio”, vissuto quasi allo stato brado, e mi ha dato tantissimi stimoli, anche una vera lezione di sopravvivenza. Mi ha lasciato un ventaglio di emozioni enorme. Infatti nei live porto sempre con me la voce di Nene, una donna che ho conosciuto lì, che racconta cosa sono le diatomee.
Quando lavori a un disco così concettuale, parti dall’idea o trovi il filo dopo?
Mi piace partire da un’idea di ricerca, lavorare a progetto. In questo caso, il concetto delle diatomee è nato prima delle canzoni. Volevo indagare l’interconnessione, la comunità, il rapporto con la natura.
Poi, durante il processo, emergono nuovi significati: è lì che avviene la magia.
Se la tua musica fosse un ecosistema, cosa la tiene in equilibrio e cosa potrebbe farla collassare?
L’equilibrio nasce dalla cooperazione tra le parti: sia a livello umano, con il team che lavora con me, sia a livello artistico, attraverso la connessione con me stessa e con le mie urgenze.
Collasserebbe nel momento in cui si perde questo equilibrio: quando si smarrisce il senso del fare musica, quando viene meno l’urgenza o la libertà di esprimersi.
Hai cambiato qualcosa nella tua vita mentre scrivevi questo disco?
Sì, moltissimo. Ho messo in discussione tutta la mia vita. È un disco che parla di cambiamento, precarietà, crisi d’identità.
Ho scelto di abbandonare le mie certezze e riscrivere, insieme alle canzoni, anche me stessa: il mio rapporto con gli altri, con il mondo e con i miei confini.
Se questo disco non parlasse di te, di cosa parlerebbe?
Parlerebbe comunque di temi universali. Anche se è autobiografico, tocca aspetti esistenziali che riguardano tutti: le aspettative sociali, l’educazione, l’autogiudizio, la ricerca di alternative.
Ad esempio, il brano “Rosaria” sembra leggero, ma parla della paura del dolore. Da un’esperienza personale si apre a una riflessione più ampia: viviamo in una società che rifiuta il dolore e impone una positività forzata, impedendoci di elaborarlo davvero.
Come nelle diatomee: cosa accade quando ciò che è invisibile diventa fondamentale?
Cambia completamente il paradigma. Si inizia a prestare attenzione a ciò che prima era invisibile, e quindi diventa visibile.
È successo anche a me: non conoscevo le diatomee, ma quando ne sono diventata consapevole ho iniziato a “vederle”, non direttamente, ma attraverso i loro effetti.
Sono organismi affascinanti: viaggiano per il mondo, trasportati dai venti, e contribuiscono a contaminare e connettere ecosistemi diversi.
Articolo a cura di Angela Todaro

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
