Intervista a cuore libero, verso il live di Torino del 10 aprile
Nella filosofia estetica di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, l’arte non è un semplice ornamento del vivere, né un mero esercizio di abilità tecnica, ma la manifestazione sensibile e concreta dell’Idea e della libertà dello spirito. Per Hegel la bellezza autentica non è un accessorio formale, ma l’espressione sensibile della libertà interiore del soggetto, in cui il contenuto e la forma si unificano organicamente, rendendo il visibile e l’udibile testimonianza della razionalità e del senso profondo dell’esistenza umana. È attraverso questa sintesi di pensiero e forma che l’oggetto artistico permette allo spirito di guardare a sé stesso, alle proprie aspirazioni e alla propria libertà, nella concretezza della percezione sensibile piuttosto che nel solo concetto astratto.
Quando si considera la voce nel nuovo album di Mauro Ermanno Giovanardi, questo stesso principio hegeliano può offrire una chiave interpretativa profonda: la voce — intesa non solo come suono ma come manifestazione sensibile della coscienza del sé — diventa la forma attraverso cui l’Idea artistica prende corpo, si rivela e si mostra nella sua libertà. Così come l’estetica hegeliana vede nell’opera d’arte il luogo in cui la libertà dello spirito diventa udibile e visibile, l’uso della voce in E poi scegliere con cura le parole – il nuovo lavoro di Giovanardi uscito orai da un paio di settimane – è un gesto estetico che non si limita a esprimere un contenuto emotivo o narrativo, ma fa dialogare contenuto e forma in una sintesi organica: la voce si fa mezzo e fine insieme, specchio dell’esperienza personale e paradigma di una ricerca di verità umana attraverso la musica.
D’altra parte, quello di Mauro Ermanno Giovanardi è un ritorno solista che non somiglia a nulla di effimero o di rapido consumo: è piuttosto un lavoro pensato, lavorato, ripensato, come lui stesso ha raccontato più volte nelle interviste di lancio del disco. E, chiaramente, nemmeno la nostra lunga, deliziosa, intima conversazione, ha deviato da questo percorso tracciato.
«È un disco pensato, lavorato, ripensato» ha tenuto a riferirmi durante la nostra recente conversazione telefonica, un dialogo che, con questo artista in particolare, è sempre un’occasione densa di arricchimenti personali.
È infatti nella stessa conversazione che l’artista confida direzione artistica, intenzione concettuale, e pratica musicale. Un disco, come si è detto “pensato, lavorato, ripensato. Però anche molto istintivo. Con Leziero abbiamo in un secondo momento riaperto tutti i brani piano e voce. L’idea era fare una canzone d’autore del terzo millennio: suoni contemporanei, impronta più elettronica, ma tutto al servizio della voce e della parola.”
Questo scambio, tra i tanti lunghi e densi dell’intervista, introduce immediatamente il fulcro concettuale del lavoro: la voce come fondamento di ogni scelta artistica e narrativa — un elemento che la critica ha riconosciuto come centrale nella struttura sonora e poetica dell’album. Sin dall’apertura dell’album, con il brano Il buio nella pelle, Giovanardi esprime l’intenzione di porre la voce al centro, dichiarando:
“Il buio nella pelle iniziava con un intro. Poi ho pensato: è il primo brano, deve iniziare solo con la mia voce. Il mio disco deve iniziare con la mia voce.”
Questa scelta estetica e strategica non è decorativa: indica un ritorno radicale all’essenza — una sottrazione di elementi per lasciare che sia la voce, e quindi la parola, a guidare il senso e la forma delle canzoni; centralità della voce e della scrittura sorvegliata, che rivelano una sempre più conclamata maturità artistica, dove il linguaggio musicale sceglie nell’elettronica, agendo per sottrazione e atmosfera, non per effetto. Il titolo dell’album, in tutto questo (e come spesso accade nella musica di Giovanardi), non è stato scelto a caso: è un manifesto didascalico, mimesi dialettica che nasce da una riflessione su Alda Merini.
Sollecitato infatti sull’argomento (“So che hai avuto molti titoli in ballo.”),Giò conferma che in effetti “Sì, 8-9 titoli. Due anni e mezzo fa Lorenzo Siviero dell’Arci di Torino mi propose uno spettacolo sulla Merini. In un’intervista lei diceva: ‘Mi piace scegliere con cura le parole da non dire.’ Mi sono segnato la frase… Alla fine abbiamo deciso di non mettere il titolo in copertina,.”
La parola, per Giovanardi, non è un semplice contenuto testuale: è una decisione esistenziale. E come riportano altri interventi dell’artista, le parole non sono innocenti e in un mondo veloce e dominato dalle immagini la capacità di scegliere con cura cosa dire e cosa tacere diventa un gesto politico, etico e poetico. E infatti, continuando su questa direttrice, cerco di andare più nel profondo del concetto. E, come sempre accade con Giovanardi, ci si addentra ancora di più nella sua intima concezione stilistica e poetica.
SC: Il titolo suggerisce una tensione etica verso il linguaggio. In un’epoca di comunicazione rapida, social, intelligenza artificiale, la parola è minacciata. Nel tuo lavoro la parola è atto politico.
MG: Sì. Le parole non sono mai innocenti, hanno peso e responsabilità. In un tempo che consuma tutto subito, scegliere le parole è un gesto etico prima che poetico.
È un disco con meno capitoli amorosi. Quando parlo d’amore è sempre un pretesto per parlare d’altro.
Forse è il mio disco più esistenzialista. C’è uno sguardo interiore, una consapevolezza di ciò che sta succedendo all’uomo occidentale dentro il modello capitalista, con tutte le sue contraddizioni.
SC: Io ci ho visto consapevolezza più che disillusione. Contezza di ciò che è stato e di ciò che potrebbe non tornare.
MG: Perfetto. Bypassando la retorica della nostalgia del “quanto eravamo fighi”, c’è proprio uno sguardo interiore sul proprio percorso.
Una direzione che ha portato in maniera semplicemente naturale verso un album esistenzialista e leggero, pensoso ma non oscuro.
E Giovanardi stesso tiene così a definire questo stupendo LP: “Tra quelli fatti da trent’anni a questa parte è il mio disco più pensato, soppesato, aspettato… e anche il più travagliato. È, tra tutti, il disco più esistenzialista che abbia mai realizzato, ma di un esistenzialismo che non si lascia trascinare… ma che viene affrontato con una certa leggerezza pensosa, per dirla con Calvino.”
Questa tensione — esistenzialismo consapevole senza auto-commiserazione — è tra gli aspetti più interessanti dell’opera: Giovanardi non guarda al proprio vissuto soltanto per recuperare memorie personali, né si abbandona alla nostalgia. Al contrario, lo sguardo è spesso diretto al presente e alla condizione dell’uomo contemporaneo, un tema che anche altre riflessioni intercettano: “Ci sono meno tematiche amorose e uno sguardo più rivolto verso l’esterno, più sociale.”
Nell’intervista è chiaro che il percorso sonoro dell’album è stato costruito con cautela artigianale. Giovanardi racconta il processo:
“La sottrazione è stata una parola chiave del disco. Ci siamo imposti limiti: niente chitarra, niente batteria, niente basso. Siamo partiti togliendo.
Anche nei brani: all’inizio aggiungi, poi togli. Avrei voluto togliere ancora di più, fare quasi un disco essenziale come quelli di Leonard Cohen. All’inizio dicevo: niente basso, lo faccio io con la voce. Sono 13 pezzi – oggi non lo fa più nessuno. Ne ho lasciati fuori due molto belli. Per me un disco è un concept, non una raccolta di singoli. Deve esserci un filo rosso, musicale ed esistenziale..”
La scelta di limitare strumenti tradizionali (niente chitarre, niente basso, nessuna batteria standard) induce un’esplorazione timbrica che è tanto minimalista quanto stratificata: l’elettronica non rimpiazza la voce, ma crea spazi di risonanza e pause narrative in cui le parole occupano il centro della scena. E il risultato è una musica che guarda avanti senza nostalgie forzate, dove synth e arrangiamenti misurati fungono da paesaggio per la voce, la quale rimane centro magnetico della scena.
Ad ogni modo, tutto nell’interazione con Giovanardi, con la sua musica, con il suo pensiero, arricchisce l’interlocutore. Questa ricchezza ricercavo con lui, bel sapendo di poterne ricevere in dono molta di più: e a questo è valso non interrompere la sua riflessione, ma seguirla con pazienza per sviscerare ogni aspetto della sua visione.
SC: “Il rischio più grosso del guardare al passato è chiudersi lì… come si trova l’equilibrio tra passato e futuro?”
Una domanda che non voleva limitarsi a chiedere cosa c’è dentro l’album, ma come si sta nella vita — e questo riverbera nel modo in cui Giovanardi parla del suo lavoro:
MG: “La copertina racconta esattamente questo equilibrio… un lavoro artigianale di lima finissima.”
In questa direzione, artitstica e vitale, non ci si può esimere dall’esplorare anche un po’ di vita dell’artista. E’ qui che Giovanardi racconta anche episodi molto personali che hanno inciso sulla forma creativa del disco. E poiché la banalità non appartiene al nostro, si parte proprio da Schopenauer (a cui è dedicato il brano finale del disco, ndr). A questo punto, credo che giovi e sia molto più interessante lasciar colare qui le parole della conversazione. Un passaggio intenso, che riporto per intero:
SC: Senti, ancora due cose. Mi hanno colpito le citazioni filosofiche: Kierkegaard, e nell’ultima canzone Schopenhauer. Lui diceva che il dolore può essere alleviato attraverso l’arte, la morale e l’ascesi. L’arte è evidente. La morale e l’ascesi?
MG: La morale… devo dire che ho un senso etico molto forte. Poi ognuno la declina a modo suo, ma credo che mi appartenga. Sono poco etico solo quando parlo dell’Inter. Quanto all’ascesi… sì. Ho una malattia professionale dovuta al canto: l’incontinenza del cardias, la valvola alla bocca dello stomaco. Spingendo con il diaframma per cantare si è un po’ slabbrata, e ho problemi di reflusso. Sono arrivato a un punto in cui ho dovuto scegliere: o continuavo con i vizi — fumare, bere, farmi le canne — o smettevo di cantare.
Ho smesso. Caffè, fumo, tutto. Seguo un regime alimentare preciso. È stata una forma veramente ascetica, un cambiamento radicale.
All’inizio ero terrorizzato. Ho sempre scritto sotto l’effetto del THC. Avevo paura di non essere più in grado di scrivere. Per un anno è stata dura, anche durante il Covid.
Poi è scattato qualcosa, un nuovo inizio. Ho capito che potevo fare le stesse cose in modo diverso: meno rock’n’roll, più ascetico.
Ho ripreso la bicicletta: l’anno scorso ho fatto più di 8000 km da marzo a ottobre. È stata una rinascita. Mi ha dato forza. Oggi non ho più dipendenze — a parte la bici.
SC: Quindi l’ascesi ci sta. Alla fine aveva ragione Schopenhauer.
MG: Assolutamente. È stata una grande scoperta. Un istinto di sopravvivenza. Questo lavoro è la mia vita, dovevo cambiare per continuare a farlo.
SC: Ultima cosa. Questo tuo continuo ritorno alla canzone d’autore italiana: sento De Gregori, Bindi, Tenco, Celentano. È una nuova via?
MG: La visione era quella di fare un disco di canzoni d’autore del terzo millennio. Far convivere la melodia con un approccio letterario forte. È nel mio DNA.
Da quando ho scoperto Tenco, alla fine degli anni ’80, è il mio modo espressivo. L’ho declinato in tante forme, anche elettroniche, ma non riesco a non avere uno sguardo sulla forma canzone.
Un pezzo può nascere senza ritornello, ma alla fine io arrivo sempre lì. Per me un disco è un’idea importante sviluppata lungo tutto il percorso.
Il disco non è un soliloquio isolato: Giovanardi ha lavorato con un collettivo di autori, tra cui Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà e altri. Questa pluralità di voci non disperde l’identità dell’album, ma la arricchisce, facendo dialogare prospettive diverse attorno a temi che vanno dalle generazioni perdute (La coscienza della mia generazione) alla riflessione filosofica (Ha ragione Schopenhauer), dando alla tracklist un equilibrio sottilmente stratificato.
In un panorama dove spesso l’album è ridotto a una serie di singoli, E poi scegliere con cura le parole si pone come un’opera narrativa coerente e stratificata. È un disco che richiede attenzione: non si lascia afferrare al volo, ma si offre gradualmente, sotto forma di pause, sospensioni, significati sottili. La voce di Giovanardi non è solo uno strumento: è il tessuto connettivo di un discorso poetico ed esistenziale che attraversa l’album dall’inizio alla fine.
Come scrive la critica, la voce resta il centro magnetico di una musica che respira negli spazi vuoti e nei silenzi, dove ogni parola pesa e ogni sospensione conta.
A chiudere idealmente il cerchio tra registrazione e interpretazione dal vivo, E poi scegliere con cura le parole troverà la sua prosecuzione concreta nel concerto che Giovanardi terrà a Torino venerdì 10 aprile alle ore 21:00, presso il CPG Torino — una tappa importante del tour di presentazione del disco. Sarà un’occasione rara per ascoltare dal vivo il progetto che egli ha costruito con una tale cura: un percorso in trio minimale con due postazioni di tastiere, che richiama un immaginario sonoro anni Ottanta pur restando contemporaneo, e dove la voce mantiene quel ruolo di centro magnetico già evidente nel disco. La formula scelta per il live, come riportato dalle prime comunicazioni sulla tournée, privilegia un linguaggio essenziale e diretto, capace di coinvolgere il pubblico attraverso un’intimità che rispecchia la dimensione esistenziale del lavoro e l’attenzione con cui, traccia dopo traccia, Giovanardi ha selezionato ogni parola e ogni suono.
In definitiva, E poi scegliere con cura le parole è una delle uscite più dense, meditate e profondamente umane della scena italiana recente: certamente, andarlo ad incontrare, e sentire quelle vibrazioni vocali al CPG, sarà la solita esperienza intima e profonda alla quale Giò ci ha ormai abituati in tutti questi anni.

Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi “encore”. Dal prog rock all’alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia.
