Luglio 13, 2026
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C’è una parola che Sergio Andrei sceglie come titolo del suo nuovo singolo e che, nel pop italiano contemporaneo, suona quasi come un atto di sabotaggio. Merda. Nessuna metafora elegante, nessun filtro poetico, nessuna strategia di marketing travestita da provocazione. Solo una parola brutale, quotidiana, che diventa il contenitore perfetto per raccontare quella sensazione di inadeguatezza diffusa che attraversa una generazione intera e, forse, chiunque abbia provato almeno una volta a inseguire la serenità senza riuscire ad afferrarla.

Disponibile dal 19 giugno, il brano anticipa POST INDIE, il nuovo album in uscita a ottobre 2026, prodotto da Giorgio Maria Condemi. È una canzone che procede per contrasti: la leggerezza degli ukulele, dei fiati e delle chitarre morbide incontra testi attraversati da inquietudini, pensieri ossessivi, desideri di fuga e piccoli fallimenti quotidiani. Da una parte la voglia di lasciarsi andare, dall’altra l’incapacità di smettere di pensare.

Andrei appartiene a quella tradizione di cantautori che usano l’ironia come strumento di sopravvivenza. Nei suoi versi convivono il disincanto di chi osserva il mondo senza illusioni e la tenerezza di chi continua ostinatamente a cercare un motivo per restare leggero. Così una frase come “Se non invecchio mi ammazzo” riesce contemporaneamente a far sorridere e a mettere a disagio, mentre l’invocazione “Nuvola nel cielo, rendimi leggero” diventa una sorta di preghiera laica sospesa tra malinconia e speranza.

In un panorama musicale spesso diviso tra confessione e costruzione, Sergio Andrei sembra muoversi in una zona intermedia: racconta il disagio senza mitizzarlo, la fragilità senza trasformarla in posa. E mentre POST INDIE si prepara ad arrivare in autunno, Merda offre già una chiave di lettura precisa del suo universo: quello di chi continua a fare domande, anche quando sa che le risposte probabilmente non arriveranno.

Lo abbiamo incontrato per parlare di paradossi, nuvole, ironia, cantautorato e della difficile ricerca di leggerezza in tempi che sembrano averne sempre più bisogno.

Merda è un titolo che non lascia spazio a equivoci. Quando hai capito che quella parola doveva diventare il centro della canzone?

Sicuramente Merda è un titolo controverso, anche volutamente volgare e diretto. Ho deciso di mantenerlo perché era già il cuore del ritornello e, in qualche modo, il centro di tutto il brano. L’espressione “merda” racchiudeva perfettamente il senso delle strofe e poi esplodeva nel ritornello. Mi sembrava il riassunto più efficace del discorso. All’inizio mi sono interrogato sulla necessità di usare proprio quella parola come titolo, ma alla fine mi è sembrata la scelta più giusta.

Nel brano c’è una tensione continua tra il desiderio di serenità e l’impossibilità di raggiungerla. È una fotografia autobiografica o una condizione generazionale che osservi intorno a te?

Sicuramente la realtà che conosco meglio è la mia. A livello generazionale è sempre difficile fare un discorso preciso. Ultimamente, tra l’altro, mi sento quasi più vecchio della generazione attuale. Non so se mi definirei un cantautore della Generazione Z.

Di certo racconto esperienze e sensazioni che appartengono a me, ma quel dualismo tra il desiderio di serenità e la difficoltà nel raggiungerla credo riguardi un po’ tutti. È qualcosa che ritrovo nelle persone che mi stanno vicino e negli amici con cui condivido il mio percorso. In questo senso è sia personale sia collettivo.

“Nuvola nel cielo, rendimi leggero” sembra quasi una preghiera. A chi o a cosa è rivolta?

Sì, è proprio una preghiera. Una preghiera alle nuvole, che sono uno dei miei elementi preferiti. Mi piacciono molto le giornate nuvolose, il cielo coperto e il vento. Sono immagini a cui ho sempre fatto riferimento nella scrittura perché le trovo poetiche e significative. La nuvola, in particolare, la associo a un’idea di leggerezza e di sollievo.

C’è una frase che colpisce particolarmente: “Se non invecchio mi ammazzo”. È un paradosso che fa sorridere e inquieta allo stesso tempo. Quanto conta l’ironia nel tuo modo di affrontare temi pesanti?

L’ironia è fondamentale. In questo disco lo sarà ancora di più: è una delle chiavi principali di tutto il lavoro. Per me rappresenta una forma di salvezza, un modo per esorcizzare le cose. Inoltre la considero il mezzo più interessante per raccontare certi temi, perché permette di sfuggire alla retorica. È proprio grazie all’ironia che riesco a trovare prospettive più originali.

Le tue canzoni sembrano abitare una zona intermedia tra cinismo e tenerezza. Ti riconosci in questa definizione?

Sì, mi piace molto. Mi sembra una definizione corretta e mi riconosco in entrambe le caratteristiche.

Musicalmente Merda ha una leggerezza quasi estiva: ukulele, fiati, chitarre. Ti interessava creare uno scarto netto tra ciò che si ascolta e ciò che si racconta?

Sì, ma quel contrasto era già presente nei testi. Fin dall’inizio volevo raccontare determinate cose in maniera scanzonata. Anche musicalmente i brani nascevano già leggeri. C’è un piccolo paradosso: mi piace molto la musica allegra, nonostante io non sia una persona particolarmente allegra e non ami nemmeno l’estate. Però quelle sonorità mi affascinano e probabilmente rappresentano una ricerca di qualcosa che mi manca.

Potrebbe diventare un tormentone estivo?

Non lo so, sinceramente non credo. Sicuramente ha un’atmosfera che può richiamare l’estate, ma già il fatto che si chiami Merda forse non gioca proprio a suo favore.

Citi Manu Chao come riferimento. Cosa rappresenta per te e cosa hai cercato di assorbire dal suo approccio?

In realtà Manu Chao è stato più un punto di partenza che un riferimento diretto. È stata soprattutto un’intuizione del produttore Giorgio Maria Condemi, che lo ha citato come possibile riferimento sonoro. Il brano, infatti, era nato con un arrangiamento molto diverso, più vicino al punk rock. Attraverso il lavoro in studio siamo andati verso un’atmosfera più morbida e leggera.

Giorgio Maria Condemi ha prodotto il singolo e il nuovo album. Come si è sviluppato il dialogo tra voi in studio?

È stato un incontro molto bello e stimolante. Venivo da un periodo di ricerca, in cui avevo accumulato diversi brani ma non riuscivo a trovare una direzione precisa. Con Giorgio abbiamo fatto un lavoro molto forte sull’identità artistica del progetto.

La cosa che mi ha sorpreso di più è stata la sua capacità di comprendere immediatamente quello che avevo in mente. Gli ho raccontato le mie idee e i miei riferimenti e lui ha capito subito dove volevo arrivare, traducendo quella visione in musica. C’è stata una forte empatia artistica e questo ha reso il lavoro molto naturale.

In Merda emerge una critica sottile a certe discussioni pubbliche e alle polemiche quotidiane. Pensi che oggi sia diventato difficile distinguere i problemi reali da quelli che ci inventiamo per riempire il tempo?

Forse sì. Più che una critica alla polemica in sé, c’è una riflessione sulla tendenza a concentrarsi su questioni molto piccole e tangibili. Mi divertiva l’immagine dei comitati di quartiere che discutono per ore di come ridipingere una striscia pedonale. C’è quasi un’invidia per quella capacità di semplificare i problemi e restringere il campo delle preoccupazioni. È un po’ la stessa idea che c’è dietro il desiderio di diventare anziani e osservare un cantiere, oppure di farsi suora e vivere seguendo una direzione molto precisa.

Il nuovo disco sembra nascere dall’incontro tra testi malinconici e arrangiamenti luminosi. È una direzione che hai cercato consapevolmente o è emersa strada facendo?

Dopo il mio ultimo lavoro mi sono fermato per diversi mesi. Non riuscivo più a scrivere e stavo cercando di capire dove volessi andare. A un certo punto un amico mi ha detto una frase che poi è diventata l’inizio di una canzone del disco. Quella frase ha sbloccato qualcosa e da lì ho iniziato a scrivere ogni giorno.

I brani sono arrivati in modo molto naturale e avevano già questa leggerezza di fondo. Dentro, però, continuavano a esserci inquietudini e malinconie. Mi piace raccontarle in questo modo, senza appesantirle.

In Merda la ricerca della leggerezza resta irrisolta. Hai la sensazione che la musica ti aiuti davvero a trovarla oppure è soltanto un modo per convivere con il peso delle cose?

Non credo che la musica sia una soluzione definitiva, però ha sicuramente una funzione esorcizzante. Il fatto che ami ascoltare musica positiva e accogliente, e che abbia voglia di scriverla, nasce proprio da questo bisogno. Non risolve i problemi, ma li rende più affrontabili.

La copertina di Alberto Becherini arriva da un immaginario punk e pop molto riconoscibile. Perché era la persona giusta per rappresentare questo brano?

Anche quello è stato un incontro casuale e molto fortunato. Ci siamo conosciuti attraverso i social e, dopo aver ascoltato alcuni miei brani, è nato tutto in maniera spontanea.

Mi piace molto il suo stile: utilizza colori vivaci e un immaginario vicino all’illustrazione e al cartoon, quindi apparentemente leggero. Allo stesso tempo, però, porta dentro una sensibilità punk che mette continuamente in contrasto il tragico e il colore. Era perfettamente in linea con lo spirito del disco.

Se dovessi descrivere Merda a qualcuno che non l’ha ancora ascoltata senza usare il titolo, quale sarebbe la prima frase che ti verrebbe in mente?

“Nuvola nel cielo, rendimi leggero”.

Il disco uscirà in un momento storico in cui sembra esserci una grande richiesta di leggerezza, ma anche molta ansia collettiva. Secondo te le canzoni servono ancora a dare risposte oppure oggi servono soprattutto a fare le domande giuste?

Credo molto di più nelle domande che nelle risposte. Non penso che esistano canzoni capaci di fornire risposte definitive. I cantautori che mi hanno fatto sentire compreso e che mi hanno fatto innamorare della musica erano quelli che condividevano i miei stessi dubbi. Per questo credo che il valore più grande della musica stia proprio nella condivisione delle domande.

Quali sono i cantautori che ti hanno formato maggiormente?

Sicuramente Guccini, dal punto di vista della scrittura, è stato quasi come uno zio. Rino Gaetano mi ha trasmesso quell’approccio scanzonato che porto ancora con me. E poi De André, soprattutto per il suo spirito anarchico e per il modo unico di guardare il mondo.

State lavorando anche ai concerti?

Sì, stiamo lavorando alle date per l’autunno, in concomitanza con l’uscita del disco. Speriamo di portare presto queste canzoni in giro per l’Italia.

Intervista a cura di Angela Todaro

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