Alle sei del mattino, qualcuno sta vomitando sul retro del locale. Nell’aria rimane odore di patatine fritte e gin. Quindici amici stipati in una stanza, il sudore che cola sotto le luci stroboscopiche. È l’apertura di Blue Disco, primo brano di Ambiguous Desire, ed è il punto di partenza più lontano immaginabile dall’Arlo Parks che conoscevamo.
A venticinque anni, Parks pubblica il suo terzo album e cerca di fare un passo di lato rispetto a una produzione molto caratterizzata nei due lavori precedenti, fatti di un approccio intimo e diaristico alla scrittura, a sostegno della sua voce leggera e ariosa, nata per poggiarsi su strati sottili di chitarre da camera da letto. Lo fa grazie alle ultimissime deviazioni biografiche: stabilitasi a Los Angeles dal 2021, Parks ha trovato nuova linfa nell’aprile del 2024, quando il tour di My Soft Machine si è chiuso al Brooklyn Steel di New York e lei ha scelto di restare, innamorandosi della città e della sua scena queer. «Ho avuto un’esperienza meravigliosa lì, facendo amicizia, uscendo e girando per le strade. Ero così affascinata da quei club e da quell’atmosfera notturna», ha raccontato. Notti al Nowadays, al Basement, al Bossa — la nightlife newyorkese presa a piene mani.
Ambiguous Desire si presenta come un notevole stacco dal passato, grazie a sintetizzatori, bassi techno e batterie molto più elettriche dei brani precedenti — pur ammantati, ancora, di dolcezza e candore, sulla scia del suo timbro vocale. Lasciata la cameretta in favore dei club, c’è tutta la scorta di temi che la tiene legata alla sua poetica: il desiderio, citato nel titolo e dichiarato da Parks cuore pulsante dell’opera — «il desiderio è una forza vitale, è un volere, un anelare, un momentum» —; la pista da ballo come luogo di liberazione più che di semplice evasione; la rivendicata appartenenza alla comunità queer. Poi, più nel profondo e nel personale, ci sono le storie di amore che si intrecciano attorno alla biografia: la fine di una precedente e importante relazione, la nascita di qualcosa di nuovo e il lascito di questi rapporti sulla salute mentale della musicista. L’album si pone proprio in questo passaggio e nelle sue complessità, nella strettoia che i cambiamenti ci costringono ad attraversare. Quello che ne deriva, il tono di questo album, è una malinconica euforia, che accompagna Parks tra i club e tra i brani e rende la nightlife più riflessiva di quanto non sembri.
Sulla musica, tutto questo si traduce in suoni sì più elettronici del passato — risuonano, come racconta Parks, gli Underworld, i LCD Soundsystem, ma anche Jamie xx e James Blake — ma avvolti da una dolcezza che taglia le frequenze più acide. Quando funziona, la tensione tra la voce soffice di Parks e la produzione pesante è il punto di forza del disco: in Heaven, la bassline techno scivola sotto la voce come corrente sotterranea, mentre lei canta sopra quasi immobile; in Beams, prodotta con la densità cupa dei Massive Attack, bassi profondi e tremanti costruiscono un’atmosfera che non lascia respirare. Sono i momenti in cui si capisce quanto Parks avrebbe potuto osare. Altrove, però, la spinta si ritira: South Seconds e Luck of Life scivolano verso un indie pop più familiare, i ritmi si ammorbidiscono, e la voce torna a fare da sola quello che in altri brani condivideva con la macchina. Non è un difetto in sé — Parks sa scrivere canzoni intime — ma segnala che la svolta non è ancora compiuta, che il disco oscilla tra due identità senza scegliere del tutto.
Il disco è prodotto con Baird — produttore newyorkese cresciuto nell’orbita di Brockhampton e Kevin Abstract, con cui Parks ha lavorato nel loft di downtown Manhattan — e va riconosciuta la presenza di molti spunti ben strutturati sparsi tra i brani. Ma a volte la deviazione dance è solo intuibile, un accenno più che un’influenza compiuta, e la voce finisce persino sommersa: i due mondi non hanno ancora trovato un accordo definitivo.
Tra tutti i brani, difficile non citare Senses, con Sampha. Il pezzo sfrutta per quasi tutta la sua durata il contrasto armonioso tra le due voci — quella soffice e raccolta di Parks, quella più presente e celestiale del musicista londinese — per chiudersi in una coda presa interamente da lui: «the clarity lies in the direction of pain». Voce celestiale come quella di Parks, ma decisamente più presente.
Ambiguous Desire è un bel disco che documenta una crescita musicale reale. Il lavoro con Baird ha funzionato, anche se alcune idee risultano più riuscite di altre. La sensazione, però, è che Parks abbia iniziato una trasformazione senza portarla fino in fondo: una deviazione ancor più marcata verso la dance avrebbe fatto risaltare meglio il magma biografico — i desideri, gli amori, la liberazione — che voleva raccontare. Il passo successivo, se avrà il coraggio di farlo tutto intero, potrebbe essere davvero dirompente. Per un’autrice ancora venticinquenne, non è poco.
Articolo a cura di Michele Cornacchia
