All’Inalpi Arena, Tame Impala porta uno show immersivo e controllato: meno psichedelia rock, più elettronica da grande spazio. Un passaggio ormai definitivo.
Il ritorno di Tame Impala in Italia passa da Torino con uno show che conferma ancora una volta la natura profondamente trasformata del progetto di Kevin Parker: non più una band psichedelica da garage, ma una macchina scenica e sonora pensata per i grandi palchi e per l’estetica da arena.
Fin dalle prime battute, il concerto si presenta come un’esperienza immersiva più che come un semplice live rock. Le visual psichedeliche, le luci calibrate al millimetro e una regia scenica quasi ipnotica costruiscono un ambiente che avvolge il pubblico, trasformando l’Inalpi Arena in una sorta di spazio sospeso tra club e viaggio sensoriale.
Dal punto di vista musicale, la scaletta si muove con equilibrio tra le diverse fasi della carriera del progetto. I brani più recenti, con la loro impronta elettronica e disco, dominano la narrazione, mentre i pezzi storici vengono accolti con un entusiasmo palpabile. È proprio questo contrasto a definire il cuore dello show: da un lato la maturazione pop/elettronica di Parker, dall’altro la nostalgia della psichedelia più ruvida degli esordi.
Il suono è impeccabile, levigato fino quasi all’eccesso. Se da una parte questo garantisce una resa perfetta in un contesto da arena, dall’altra riduce leggermente quella sensazione di imprevedibilità e “sporcizia” che caratterizzava i primi live del progetto. Alcuni passaggi risultano così più controllati che emotivamente istintivi, quasi ingabbiati in una perfezione formale.
Ad un certo punto del concerto però il ritmo si spezza. Parker abbandona il palco per spostarsi tra il backstage e il pubblico. Grandi schermi laterali mostrano riprese dinamiche e cinematografiche della band, mentre luci, laser e strutture mobili creano scenari in continua trasformazione. Il cantante si esibisce poi su una piccolo palco circolare composto da quattro lampade vintage, un tappeto, due synth e una drum machine ricreando una dimensione quasi domestica e raccolta anche in uno spazio così grande. Il ritorno alla scena principale riaccende l’entusiasmo generale, con il pubblico sempre più partecipe. Il finale è un’esplosione di suoni, luci ed effetti.
Lo spettacolo funziona. Funziona perché Tame Impala oggi è soprattutto un linguaggio estetico: una sintesi tra psichedelia, pop e cultura da club che trova dal vivo la sua massima espressione visiva. Il pubblico risponde con partecipazione costante, lasciandosi guidare più dalle vibrazioni che dalla dinamica del rock tradizionale.
In conclusione, quello di Torino è un concerto che conferma la dimensione ormai globale del progetto: meno band, più visione. Non il live “sporco” che alcuni fan potrebbero ancora desiderare, ma un’esperienza coerente con l’evoluzione artistica di Kevin Parker.
Un live che convince, affascina e divide allo stesso tempo — proprio come il percorso dei Tame Impala degli ultimi anni.
Articolo a cura di Angela Todaro

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
