Se Rancore aveva costruito lo Xenoverso come un labirinto cosmico, qui decide di spegnere la luce e restare al buio. Non è un passo indietro: è un azzeramento controllato, quasi un hard reset narrativo. E da lì prova a ridisegnarsi.
C’è un momento, entrando dentro Tarek da colorare, in cui si capisce che Rancore non sta più cercando di costruire qualcosa di più grande, ma di tornare a qualcosa di più piccolo. Più fragile. Più elementare.
Dopo anni passati a stratificare mondi, simboli, universi interi – lo Xenoverso come architettura mentale prima ancora che narrativa – qui il gesto è opposto: togliere, cancellare, dimenticare. L’idea dell’amnesia non è solo un espediente concettuale, è una vera e propria postura artistica. È come se Tarek si svegliasse in un linguaggio che non riconosce più, e dovesse imparare di nuovo a nominare le cose.
E infatti le parole, in questo disco, sembrano spesso nascere mentre le ascolti. Non sono mai completamente stabili, non si appoggiano davvero a un significato definitivo. Scivolano, si deformano, a volte si inceppano. Non è l’ermetismo controllato di altri lavori: qui c’è una specie di balbettio consapevole, una regressione cercata. Rancore non rinuncia alla tecnica – quella resta, eccome – ma la usa come se fosse qualcosa da sabotare, più che da esibire.
Questa sensazione si riflette anche nelle produzioni, che rinunciano a qualsiasi idea di compattezza. Non c’è un suono dominante, non c’è un filo musicale che tenga tutto insieme in modo rassicurante. Ogni traccia sembra un tentativo, una prova, a volte persino un errore lasciato lì di proposito. È un disco che non accompagna l’ascoltatore: lo mette davanti a qualcosa di incompleto, chiedendogli quasi di partecipare.
Il titolo, in questo senso, è meno metaforico di quanto sembri. Da colorare non è un vezzo estetico, è una dichiarazione precisa: quello che stai ascoltando non è finito. Non perché manchi qualcosa in senso tecnico, ma perché l’identità stessa del disco – e di chi lo abita – è ancora in costruzione. O forse in ricostruzione, dopo essere stata smontata pezzo per pezzo.
Questo però è anche il limite più evidente del progetto. Perché se da un lato la frammentazione diventa linguaggio, dall’altro rischia di trasformarsi in dispersione. Ci sono momenti in cui il disco sembra trattenere un senso forte, quasi urgente, e altri in cui quella tensione si perde, come se l’idea non bastasse più a sostenere tutto. È il prezzo di una scelta radicale: rinunciare alla coesione significa accettare anche l’incoerenza.
Eppure, proprio lì dentro, qualcosa resta. Non tanto nelle singole tracce, quanto nell’impressione generale: quella di un artista che decide di esporsi in modo diverso, meno protetto. Non più nascosto dietro la complessità come forma di controllo, ma immerso in una complessità più instabile, più rischiosa.
Tarek da colorare non è un disco che si lascia afferrare facilmente, e forse non vuole esserlo. Piuttosto, è uno spazio aperto, pieno di linee abbozzate, alcune più riuscite, altre meno. Sta a chi ascolta decidere se riempirlo o restare a guardarlo così com’è.
Non è il lavoro più solido di Rancore.
Ma è uno di quelli che restano addosso più a lungo, proprio perché non si chiudono mai davvero e forse anche perché è il primo lavoro di Tarek.
Articolo a cura di Pierluigi Spagnolo
