Da Rava a Nada, da Silvestri a Tosca: al Teatro Sociale di Alba “Scritto domani” ha riportato sul palco le canzoni di Gianmaria Testa, a dieci anni dalla sua scomparsa e vent’anni dopo “Da questa parte del mare”.
Ci sono dischi che appartengono al loro tempo e dischi che, in qualche modo, continuano a inseguirlo. Da questa parte del mare, pubblicato vent’anni fa da Gianmaria Testa, appartiene alla seconda categoria.
Lo si è capito ieri sera al Teatro Sociale di Alba, dove Scritto domani ha riunito musicisti e amici per ricordare Testa a dieci anni dalla sua scomparsa. Dieci brani dell’album sono tornati sul palco attraverso interpretazioni diverse, ma il vero filo conduttore della serata è stato uno solo: capire perché quelle canzoni, oggi, abbiano ancora qualcosa da dire.
La risposta è arrivata dalla musica, ma anche dai racconti di chi Testa lo ha conosciuto.
Il Teatro Sociale era pieno. Le due platee erano state sistemate una di fronte all’altra, con il palco al centro. Una scelta scenografica che ha finito per modificare anche il modo di vivere il concerto: nessuna distanza netta tra chi suonava e chi ascoltava, ma una sorta di spazio comune.
Ad aprire la serata sono stati Enrico Rava e Rita Marcotulli. Rava ha ricordato Guarda che luna, lo spettacolo che aveva riunito musicisti di provenienze diverse e nel quale Testa aveva avuto un ruolo fondamentale. «Ci siamo veramente divertiti», ha raccontato.
È una frase che dice qualcosa anche del modo in cui Testa affrontava la musica. La sua scrittura poteva essere rigorosa, i temi complessi, ma non c’era mai il bisogno di appesantirli. La semplicità, nel suo caso, era una conquista.
La storia dietro “Da questa parte del mare”
A tenere insieme la serata è stato Giuseppe Cederna, che ha letto alcuni passaggi del libro Da questa parte del mare. Il racconto ha riportato all’origine dell’album.
Testa si trovava in vacanza in Puglia, a Manacore, quando si era trovato davanti due naufraghi africani appena arrivati dal mare. Una scena che aveva spezzato la normalità di una giornata di vacanza e aperto una domanda destinata a trasformarsi in musica: cosa significa assistere a una storia del genere? E soprattutto, cosa può fare un cantautore davanti a quella realtà?
La risposta è stata un disco che parlava di migrazione senza trasformarla in uno slogan. Testa raccontava uomini, non categorie. Partenze, non statistiche. E lo faceva attraverso una scrittura capace di lasciare spazio all’ascoltatore.
Vent’anni dopo, è proprio questo aspetto ad apparire ancora attuale.
Bungaro ha interpretato Dentro la tasca di un qualunque mattino, soffermandosi sulla difficoltà di entrare dentro parole apparentemente semplici. La leggerezza di Testa, ha spiegato, non era mai disimpegno: dietro c’erano vulnerabilità, attenzione e una forma di tenerezza consapevole.
Poi sono arrivati I seminatori di grano, affidata a Paola Turci, e Rrock, interpretata da Omar Pedrini.
Pedrini ha ricordato il rapporto di Testa con la terra. Una radice che, in qualche modo, accomunava i due musicisti: famiglie contadine, un rapporto concreto con il lavoro e con le cose. Ma anche un modo di stare nel mondo senza sovrastrutture.
«Lui aveva una concretezza e una relazione con il mondo che facevano sì che le relazioni fossero semplici», ha raccontato Pedrini.
Le canzoni come incontri
La serata ha funzionato soprattutto quando le canzoni sono diventate il punto di partenza per raccontare Testa.
Giua ha cantato Forse qualcuno domani. Tosca ha scelto Una barca scura e ha ricordato un incontro nato quasi casualmente, accompagnando il marito Massimo Venturiello.
Testa le aveva proposto di cantare insieme. La scelta era caduta su Parlami d’amore Mariù, una canzone legata alla madre di Tosca.
Quell’episodio racconta bene uno degli aspetti più ricorrenti nei ricordi emersi durante la serata: Testa aveva una particolare capacità di ascoltare le persone e di trovare rapidamente un punto di contatto con loro.
Non era soltanto un musicista che scriveva canzoni.
Era un musicista che ascoltava.
Daniele Silvestri, prima di eseguire Tela scura, ha invece parlato di un incontro che non c’era mai stato. Lui e Testa avrebbero potuto conoscersi, ma non è successo.
«Quell’incontro» è arrivato ieri sera attraverso la musica.
Silvestri ha scelto di sottolineare un altro elemento centrale della poetica di Testa: il rapporto con le parole. Usarle per comprendere il mondo significa anche imparare a comprendere se stessi. Il linguaggio non è un ornamento, ma uno strumento.
È forse uno dei motivi per cui le canzoni di Testa hanno resistito così bene al tempo.
“Diceva poco, ma le cose erano sempre giuste”
A metà serata Pier Mario Giovannone ha spostato il tono del racconto. Ha letto alcune parole scritte dopo la morte di Testa, rivolte direttamente all’amico scomparso.
«Quando sei morto l’ho detto a tutti tranne che a te».
E poi: «Semplicemente mi manchi, semplicemente ti vorrei».
Per qualche minuto non è sembrato di assistere a un concerto celebrativo. Piuttosto, a una conversazione rimasta aperta.
Cristiano Godano ha poi interpretato Il passo e L’incanto, tornando sul tema delle radici e degli incontri mancati.
Con Raffaele Gualazzi il racconto si è spostato invece su una delle collaborazioni più significative della serata. Gualazzi ha ricordato di essere stato uno degli artisti per i quali Testa aveva scritto e il modo in cui era nato il loro rapporto.
Durante un’intervista avevano chiesto a Testa con quale artista avrebbe voluto lavorare. La risposta era stata: Nada.
Quando Testa la chiamò, Nada accettò.
Ieri sera era sul palco anche lei. Ha raccontato un uomo riservato, intelligente, sensibile. Uno che non aveva bisogno di parlare molto.
«Diceva poco, ma le cose che diceva erano sempre giuste, parole giuste al momento giusto».
Poi ha cantato Al mercato di Porta Palazzo, tornando successivamente sul palco per Miniera.
La lezione della semplicità
Tra gli interventi più interessanti c’è stato quello di Roberto Cipelli, direttore musicale della serata.
Cipelli ha ricordato una richiesta che Testa faceva quando un arrangiamento diventava troppo complicato: voleva «gli accordi a prova di imbecille».
Dietro l’ironia c’era una precisa idea musicale.
Togliere.
Ridurre.
Arrivare all’essenziale.
Testa poteva lavorare con musicisti provenienti dal jazz e lasciare loro grande libertà, ma non aveva alcun interesse per la complessità fine a se stessa. Se una canzone aveva bisogno di spazio, bisognava lasciarglielo.
Mario Brunello ha raccontato un episodio simile, legato alla ricerca del suono. Testa gli chiedeva di abbandonare, quando necessario, la perfezione tecnica per cercare «quel suono lì, come viene dalla terra».
Anche qui tornano le radici. E tornano attraverso dettagli molto concreti: i semi dell’orto scambiati tra i due, i pomodori, le conversazioni sulla natura.
Sono particolari che raccontano Testa forse meglio di qualsiasi definizione.
Un disco che non ha smesso di parlare
Nel corso della serata è emerso anche un altro elemento della carriera di Testa: la sua capacità di costruire un pubblico oltre l’Italia.
In Francia era riuscito a portare la canzone italiana senza doverla adattare alle aspettative di un mercato diverso. Le sue radici non erano un limite, ma parte della sua forza.
Cristina Renzetti ha interpretato Ritals, mentre il concerto continuava a muoversi tra musica e testimonianze.
E più il programma andava avanti, più diventava evidente che Da questa parte del mare non è un album che appartiene soltanto al 2006.
Il tema delle migrazioni è rimasto al centro della contemporaneità. Ma soprattutto è rimasto attuale il modo in cui Testa lo affrontava: attraverso persone, contraddizioni e storie individuali, senza cercare una risposta semplice a una realtà complessa.
È questa forse la ragione per cui il disco continua a essere ascoltato.
Non aveva bisogno di prevedere il futuro.
Gli bastava osservare con attenzione il presente.
Un posto ancora libero
A chiudere la serata è stata Paola Farinetti, insieme a un gesto semplice che ha finito per diventare l’immagine più forte dell’intero concerto.
Un bicchiere di vino su una sedia.
La chitarra, appoggiata accanto, è stata messa lì dal figlio Nicola.
Poi è partita La nostra città, nella voce registrata di Gianmaria Testa.
Dopo due ore di interpretazioni, ricordi e racconti, era finalmente lui ad avere l’ultima parola.
E forse era inevitabile.
Perché Scritto domani non ha cercato di spiegare chi fosse Gianmaria Testa. Ha lasciato che fossero le sue canzoni a farlo.
Quelle canzoni che parlano ancora di partenze e di ritorni, di terra e di mare, di persone che cercano un posto dove stare.
Quelle canzoni che continuano a passare di voce in voce.
Ieri sera ad Alba c’erano artisti che lo avevano conosciuto, altri che lo avevano sfiorato, altri ancora che lo hanno incontrato soltanto attraverso la sua musica.
Ma alla fine il punto era sempre lo stesso.
Testa non è tornato perché qualcuno lo ha ricordato.
È tornato perché qualcuno ha premuto «play».
Articolo a cura di Angela Todaro
Photo Credit Vincenzo Nicolello










































