Maggio 16, 2026
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A pochi mesi dall’uscita del suo nuovo progetto discografico Teatro, Marianne Mirage sta portando dal vivo un set unico, intimo e viscerale. Tra un’esibizione e l’altra, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con lei per parlare del suo legame primordiale con la natura, dell’uso dell’intelligenza artificiale nell’arte, dei suoi punti di riferimento e delle insidie di un mercato dominato dall’immagine.

Ciao Marianne, come stai? Com’è andata la data di Milano del tour di Teatro nei club, la prima delle due date speciali – stasera sarete a Roma, al Monk. Sì, benissimo. È stato bellissimo perché sto portando in giro una formazione completamente diversa, facendo tesoro dell’esperienza del tour teatrale che è stato davvero molto caloroso. Era da tanto che non suonavo dal vivo e non uscivo con nuova musica, per cui il pubblico mi ha restituito tantissimo affetto, che ora ho cercato di rimettere in queste ultime date. Hanno un sapore un po’ diverso: è cambiata la band, c’è una fisarmonica, una doppia chitarra, c’è un contrabbasso suonato con l’arco come fosse un violoncello. È un set che restituisce un mondo rurale, immagina “i panni stesi al sole”; è un’esperienza molto più emozionante. Lo sento proprio dalle persone, che mi stanno dando tantissimo. Non vedo l’ora di salire sul palco del Monk.

A fine marzo è uscito un tuo piccolo EP con due brani, due traduzioni. Come sono nati? Sono nati organicamente come la fine di un viaggio, quello di TeatroDonna Donna è stato un argomento bellissimo da affrontare: andare a tradurre questo storico testo cantato da Joan Baez mi è sembrato un passo doveroso, perché parla di libertà, di dare voce agli oppressi e a chi voce non ne ha. È un brano antichissimo in lingua yiddish, diventato celebre con la Baez, e secondo me era vitale raccontarlo di nuovo oggi. L’altro brano è Vent Du Nord (Tramontana nel disco, ndr): cantato in francese restituisce tutta un’altra atmosfera, la musicalità della lingua fa quasi percepire il vento che passa fisicamente attraverso la canzone.

Il video di Donna Donna è stato realizzato con l’intelligenza artificiale dalla regista Valeria Pozsf. Questa scelta forse anticipa la mia domanda: cosa pensi dell’intelligenza artificiale e di cosa può dare alla musica? Ho scelto personalmente Valeria perché, affacciandomi alle sue creazioni, ci ho visto un mondo onirico: è come se i pensieri più assurdi della nostra mente trovassero improvvisamente risposta nell’immagine. Il suo modo di usare l’intelligenza artificiale è estremamente umano, ed è proprio in questo senso che l’A.I. andrebbe utilizzata: non per arrivare dove l’uomo “non arriva”, ma lì dove l’uomo può cercarsi e ritrovarsi. Deve restare in relazione all’essere umano. Mi viene in mente quando gli intellettuali dell’Ottocento si lamentavano della nascita del treno perché temevano che le persone avrebbero perso “l’esperienza del viaggio”. E facevano bene a preoccuparsene, perché è successo esattamente questo. Spero che oggi non ci perderemo dimenticandoci chi siamo, ma che useremo questo nuovo strumento per esplorare ancora più a fondo il nostro immaginario. Lo stesso Peter Gabriel, d’altronde, l’ha utilizzata come mezzo per i video dei suoi ultimi singoli, con l’aiuto di alcuni artisti.

Hai dedicato un live “bucolico” a un salice piangente. Quanto è importante per te la natura? Tantissimo. Il salice piangente, per i Romani, rappresentava il contatto tra il regno dei morti e quello dei vivi. La natura agisce sempre come un memento mori: ti ricorda che lei era qui molto prima di noi. Questo contatto primordiale mi fa riflettere su quanto sia in realtà breve la storia dell’umanità sulla Terra, e su quanto abbiamo ancora da imparare dalle piante.

E dal rapporto del nostro stesso corpo con la natura… Esatto. Il nostro corpo ci insegna moltissimo e, se ci pensi, si muove come una pianta. L’espressione che odio di più in assoluto è quando si dice di qualcuno “è un vegetale” per indicare una cosa inanimata. Oggi la scienza ci dimostra che le piante si muovono, cercano la luce, e lo fanno anche dove noi non guardiamo: sottoterra si spostano, si collegano alle altre radici, creano delle vere e proprie società di mutuo soccorso all’interno dei boschi. Credo che il nostro corpo sia molto più legato ai ritmi delle piante che non al movimento compulsivo e alle tossicità di cui si circonda l’uomo, come le cattive abitudini o i vizi. Con lo yoga ho imparato ad ascoltare il corpo a tutto tondo, immaginandolo come una rete mobile in cui ci si intreccia, proprio come alberi che convivono e si abbracciano.

Come è nato il tuo nome d’arte, “Marianne Mirage”? Perché la scelta di queste parole così internazionali? È nato in modo molto spontaneo. Nella mia vita le cose accadono spesso per piccole e strane coincidenze o scelte prese d’istinto. Come per il disco, mi hanno chiesto il titolo e ho risposto “Teatro” su due piedi. “Marianne” è arrivato perché mi affascinava la figura della Marianne di Francia, che si erge davanti alla guerra impugnando una bandiera di libertà, fraternità e uguaglianza. “Mirage” perché rappresenta qualcosa che si rincorre ma non esiste, come l’oasi nel deserto. Mi piacevano questi due suoni accostati; in più sono cresciuta ascoltando Edith Piaf, quindi tornava tutto.

A proposito di miti: Billie Holiday, Milva, Patti Smith, Ornella Vanoni. Incontrare e collaborare con i propri idoli fa paura per via delle aspettative? I miti, a un certo punto, diventano delle madri o delle nonne. Per me lo è stata tantissimo Billie Holiday. E lo è stata ancora di più Patti Smith: ho avuto la paura di incontrarla, ma poi lo stupore immenso di poterci suonare insieme. Mi ha regalato quelle due o tre cose che custodirò per tutta la vita come il massimo del sapere: la sua umiltà e questo suo camminare radicata alla terra; era incredibile vederla scaldare la voce in camerino restando così profondamente terrena. Mi ha trasmesso la vera potenza e mi ha fatto capire che il potere, quello vero, risiede nelle persone. People Have The Power, cantata insieme a lei, e vedere come il pubblico si specchiava in quella sua forza, è stato indescrivibile. La stessa cosa vale per OrnellaVanoni, che mi ha dato tutto il suo affetto materno, guardandomi negli occhi mentre cantavo la mia canzone Chiudi Gli Occhi, in anteprima a lei. Ho avuto anche l’onore di scrivere un brano (RATATANndr) per il disco di Patty Pravo; quando mi ha mandato la canzone ringraziandomi per ciò che le avevo scritto, è stato bellissimo. Sono tutte donne giganti. Fin da piccola ho ascoltato voci immense, a partire da Grace Slick dei Jefferson Airplane. È stupendo vedere come il genere femminile sia così forte nella musica, in grado di raccontare qualcosa che è al tempo stesso estremamente terreno e ultraterreno.

Come ti collochi, e che routine creativa hai, in un mercato che oggi richiede prima l’immagine e solo dopo il contenuto?Questa “malattia dell’immagine” è una patologia tipica della nostra epoca. L’estetica può essere un veicolo eccellente se sotto c’è un grande significato, ma se il contenuto è vuoto diventa solo una schiavitù. È altrettanto vitale creare contenuti di peso che si raccontino attraverso l’immagine; l’immagine deve essere il mezzo, non il fine ultimo. C’è una fame estrema di sostanza oggi. Riguardo alla routine creativa: non ne ho una! Sono una persona che si cura dei dettagli, ci metto tanto. Spesso vivo giorni in apnea, mi viene letteralmente il mal di pancia nel cercare qualcosa che non riesco ad afferrare. È come quando perdi un mazzo di chiavi: sale l’urgenza, impazzisci, e poi magari lo trovi ed era lì davanti ai tuoi occhi. La canzone arriva e basta. Magari nasce in due minuti, ma l’hai cercata disperatamente per due settimane. È un po’ come sbozzare una scultura dal blocco di marmo… E non per paragonarmi a Michelangelo, anzi: in questo processo mi sento molto più il blocco di marmo che lo scultore!

Parlando delle logiche musicali commerciali o alternative, è più importante piacere agli altri o a  stessi? Mi piace questa domanda perché non c’è il dilemma dell’uovo o della gallina. Se fai musica o arte che parla di te, e che quindi piace a te, troverai inevitabilmente qualcuno là fuori che si riconoscerà e ti ascolterà. Ma non vale il contrario: se fai qualcosa calcolato “per gli altri”, tradendo chi sei, non troverai mai un pubblico vero. È una lezione che ho imparato sulla mia pelle dopo l’esperienza discografica in Sugar. Lì ho capito che dovevo fare quello che sentivo dentro, e da quel momento ho trovato tante persone pronte ad ascoltarmi per davvero. È la frase che mi viene d’istinto da dire a chi inizia a suonare adesso: in un mondo pieno di mode, con mille campane che ti dicono sempre cosa fare o non fare, la sola cosa che conta è la tua verità. Fidati di te, vai avanti, e abbi fiducia in questo processo lungo e doloroso che è la ricerca. Pensa a quanti grandi artisti, come Nick Drake, sono scomparsi senza mai sapere quanto la loro musica abbia poi salvato anime perse in tutto il mondo. La musica si fa per curare la propria anima; la bravura, se c’è, col tempo esce sempre.

Sei nata in Romagna ma vivi a Milano. Città o provincia: pro e contro? Dal punto di vista umano ti direi tutta la vita la provincia: lì puoi farti l’orto, costruire la tua bellissima dimensione rurale e respirare. Ma se ti parlo da artista, la provincia sa essere uno dei luoghi più dolorosi. Fai fatica a trovare un seguito, qualcuno che ti comprenda e ti sostenga davvero. Spesso non sprona l’artista a evolvere, ma tende a ingabbiarlo. L’appello che farei è proprio quello di creare strutture nelle province dove i giovani creativi possano tornare a sentirsi indispensabili per la collettività, perché lo sono. Penso all’ottimo esempio del festival organizzato da Iosonouncane con la sua etichetta, o a quello che fanno Colapesce e Dimartino. Una volta che ci si è costruiti un nome, il compito dell’artista è esattamente questo: riportare l’arte ovunque, scorrere come un rivolo d’acqua fresca da cui le persone possano abbeverarsi. Un po’ come funzionavano i circoli e le osterie di una volta. Di recente ho fatto un concerto stupendo al Teatro Sociale di Russi, creato dai contadini: un luogo bellissimo, super virtuoso, gestito da volontari dove a metà spettacolo ti offrono i cappelletti! Magia pura.

Oggi con chi ti piacerebbe collaborare e a chi ti senti più vicina nel panorama italiano o estero? In Italia apprezzo molto Andrea Laszlo De Simone, sento tutta la sua produzione davvero vicina alle mie corde. Ma mi piace molto anche Il Mago del Gelato, perché rappresenta una realtà musicale nuova e importante. All’estero adoro Clairo, o Sílvia Pérez Cruz con quella sua voce solenne, meravigliosa. È un momento storico bellissimo perché il mercato di oggi non è più solo anglo-centrico; non esiste solo l’inglese o l’americano. C’è molta fluidità e c’è finalmente la possibilità di raccontare in modo autentico il proprio luogo di nascita. C’è tantissima musica in uscita, è vero, ma c’è anche molta più permeabilità.

Un’ultima curiosità. Da quale altra forma d’arte ti senti coinvolta? Assolutamente dalla lettura e dal disegno. Quando scrivo e quando disegno le cose comunicano costantemente. Mi piace unire le due forme, spesso i miei disegni nascono proprio per accompagnare visivamente le canzoni.

Grazie mille Marianne, in bocca al lupo per stasera. Grazie a te per le bellissime domande, un abbraccio!

Articolo a cura di Pierluigi Spagnolo

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