Luglio 17, 2026
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Altro che reunion: all’Alcatraz i Bluvertigo trasformano il passato in materia viva e lo piegano alle urgenze del presente

All’Alcatraz non si è assistito a una semplice reunion. Quella dei Bluvertigo è stata piuttosto una riattivazione: un ritorno che non cerca di ricostruire il passato, ma di usarlo come linguaggio per il presente.

Il sold out del 14 aprile non racconta nostalgia, ma riconoscimento. Un pubblico compatto, consapevole, che non si comporta da spettatore occasionale ma da interlocutore. Qui non si viene per ricordare, ma per verificare se qualcosa continua a tenere.

E la risposta è sì — ma non senza attrito.

Fin dall’apertura con “Decadenza”, il suono è fisico, denso, volutamente non levigato. Non c’è alcun tentativo di modernizzazione forzata: il linguaggio resta quello dei Bluvertigo, ma si espande, si deforma, respira in modo diverso. È un equilibrio instabile tra controllo e dissoluzione.

Dal punto di vista strettamente musicale — e questo è un elemento che emerge con forza — la band regge. Il suono è solido, stratificato, ancora riconoscibile ma non museale. Non sembra un repertorio restaurato, ma un organismo che continua a funzionare.

Al centro del palco c’è Morgan, ma ridurlo a figura centrale sarebbe limitante. Più che guida, è un vettore instabile: alterna monologhi, frammenti di pensiero e ironia improvvisa, spostando continuamente il baricentro del concerto.

Non cerca mai una forma di compiacimento. E proprio per questo mantiene una tensione costante con il pubblico.

I brani storici — da “L.S.D.” a “Cieli neri”, fino a “La crisi” — non vengono semplicemente eseguiti, ma rimessi in discussione. Gli arrangiamenti si allungano, si spezzano, si aprono a deviazioni che non sempre si richiudono in modo ordinato.

È qui che il concerto diventa interessante: nell’imperfezione.

Non tutto è controllato, non tutto è lineare. Ma è proprio questa instabilità a evitare che il live si trasformi in esercizio di stile. La sensazione è quella di assistere a un processo più che a una forma compiuta.

E dentro questo processo si inserisce un tema costante, mai dichiarato ma sempre presente: cosa significa essere umani oggi.

Non viene esplicitato, ma attraversa tutto — i suoni, le pause, i cambi di ritmo, la relazione stessa tra palco e platea. È una domanda che non cerca risposta, ma presenza.

In questo senso, il concerto si colloca in una zona che va oltre la semplice dimensione musicale. Non è un’operazione nostalgia, e non lo diventa nemmeno nei momenti più riconoscibili del repertorio.

È una posizione.

Il finale non chiude ma sospende. I brani conclusivi non sigillano il concerto, lo lasciano aperto, come se il discorso non fosse finito ma solo interrotto.

E forse è proprio qui che si misura il senso dell’intera operazione.

I Bluvertigo non tornano per essere ricordati. Tornano per riaffermare una presenza, anche quando è irregolare, instabile, imperfetta. E in un panorama in cui molte reunion sono esercizi di conservazione, questa scelta ha un peso preciso.

Non sempre confortevole. Ma difficile da ignorare.

Photo Credit Gabriella Liotti

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