La tappa torinese all’Inalpi Arena chiude Marra nei Palazzi e lo fa nel modo più coerente possibile: trasformando un concerto rap in un’opera di fantascienza applicata alla psiche. Marracash non porta in scena solo un repertorio, ma un conflitto identitario che da anni attraversa la sua musica e che qui trova una messa in scena totale. A suggellare la serata, la presenza di Guè Pequeno, accolto come un pezzo di storia condivisa, senza nostalgia ma con consapevolezza.
Il palco è concepito come un laboratorio cibernetico. Nei ledwall Marracash appare inizialmente come un embrione chiuso in una capsula, che cresce fino a diventare il personaggio adulto e dominante. È da lì che parte “Power Slap”, e il messaggio arriva immediato: non chiamatemi Fabio, ora sono Marracash. Da questo punto in avanti lo show segue una drammaturgia precisa, costruita sul dualismo tra l’uomo e il personaggio, tra l’individuo e l’icona.
A incarnare la coscienza artificiale che ha creato Marracash è un’IA dalla voce di Matilda De Angelis, presenza costante e inquieta, con cui l’artista dialoga per tutta la scaletta. Nella prima parte domina King Marra: ego, controllo, potenza scenica. Un Marracash che sorprende anche sul piano vocale, dimostrando di sapersi muovere con disinvoltura nel cantato, tra pop e suggestioni rock, senza perdere identità.
Poi qualcosa si rompe. Il personaggio cade, letteralmente, lasciando spazio a Fabio. Davanti al corpo inerte del suo alter ego, Marracash riappare con un’estetica completamente diversa.
I dubbi però non si placano. Fabio arriva a sospettare che tutto ciò che lo circonda — il pubblico, lo stadio, il successo — sia solo una costruzione mentale. Matilda glielo conferma. Marracash allora volta le spalle alla platea e canta “Dubbi” rivolgendosi esclusivamente all’IA. L’allucinazione prende il sopravvento e Fabio crolla a terra. A rianimarlo arriva Paola Zukar, manager storica, che diventa parte integrante della narrazione prima di riapparire sui ledwall.
Qui il racconto si avvita su sé stesso: Marracash è mostrato addormentato in un salotto che sembra un backstage, mentre Fabio sogna San Siro. Intanto, il Fabio che sta cantando davanti a migliaia di persone si addormenta. Un doppio sogno che richiama apertamente il verso di “Nemesi”: “Uno di noi è di troppo come un sogno in un sogno”.
Il background cinematografico di Marracash attraversa l’intero spettacolo. I riferimenti a Matrix, Avatar, Nolan e Kubrick non sono mai citazioni fini a sé stesse, ma strumenti per leggere il presente. L’IA Matilda non è distante dagli assistenti vocali che popolano le nostre case. Marracash ci parla, si confida, arriva persino a dichiararsene innamorato, introducendo così il suo repertorio più intimo. “Crudelia” commuove l’arena, ma Matilda lo richiama ancora una volta: non può amare nessuno finché non imparerà ad amare sé stesso. Fabio e Marracash devono smettere di combattersi.
Il momento politico arriva prima di “È finita la pace”. Marracash interrompe il flusso dello show per invitare il pubblico a guardare oltre il proprio individualismo, ricordando che mentre ci si perde nei conflitti interiori c’è un mondo che brucia. È uno dei pochi momenti in cui il rapper esce dalla narrazione per parlare direttamente alla realtà.
Nel finale, con la riconciliazione tra persona e personaggio, si chiude il viaggio. Marra nei Palazzi non è solo un tour, ma la dimostrazione che Marracash è oggi uno degli artisti italiani più lucidi e padroni della propria visione. Un artista capace di trasformare il rap in racconto, lo spettacolo in linguaggio e l’introspezione in esperienza collettiva.
Photo Credit: Gabriele Giordana

















