Luca Persico risponde al telefono a pochi giorni dall’inizio di un nuovo tour con il suo ultimo disco Violenti. È gennaio, e O’Zulù – il personaggio che per anni ha faticato a distinguere dalla persona – è nel pieno di un momento di sperimentazione. Violenti, nato come spettacolo teatrale rodato per anni in spazi selezionati, è diventato disco, autobiografia in rima, operazione di memoria collettiva. È il racconto di 35 anni attraverso le proprie parole, ma senza il beat: solo voce, violino, silenzi. Un modo per scoprire cosa vibra quando togli le sovrastrutture, quando rallenti, quando ti fermi. Parla con la stessa inquietudine che attraversa i suoi testi dal primo giorno: quella di chi non si adatta, ma si costruisce gli spazi. E racconta di come Luca e Zulù abbiano smesso di farsi la guerra, di generazioni che cambiano nei centri sociali, di una Napoli che si trasforma ma resta imbattibile. Di un’operazione memoria che non celebra il passato, ma dimostra che altre strade sono ancora possibili.
In una tua dichiarazione hai scritto: “Ho passato la vita a cercare di trovare le parole. Oggi scopro l’importanza del silenzio”. Come sei arrivato a questo punto? Cosa ti ha fatto capire che era il momento di togliere le sovrastrutture dalle canzoni?
Prima di tutto non sono imperativi e non escludono l’altro, nel senso che non stiamo parlando di un passaggio dalla musica, che ne so io, alla poesia. Stiamo parlando di un viaggio che io stesso ho fatto e che è stato molto emozionante per me. Da quando ho incominciato a provare questa emozione, mi sono ripromesso di condividerla con chi ha seguito il mio percorso, con chi mi segue, e quindi di trasformarla in un progetto artistico.
Sto parlando dell’emozione di sentire la parola vibrare senza la sovrastruttura alla quale ho lavorato per tutta la vita, ma senza nulla togliere a questa sovrastruttura. Già nelle versioni-canzone, nelle mie parole, avvertivo contemporaneamente un senso letterale e un senso metaforico. C’era sempre un doppio senso in ogni espressione, in ogni parola.
Interpretandole senza il beat, avendo l’opportunità di soffermarmi su alcune parole, di mimarne delle altre con lo sguardo o con il modo di pronunciarle, di rallentare, di prendermi delle pause, appunto dei silenzi, ho potuto scoprire altre metafore, altri fili.
Il filo principale che mi ha interessato era come evolveva il mio modo di trattare gli argomenti, più o meno sempre gli stessi che ho trattato dal giorno 1 fino alla fine del 35° anno di attività. Ho sempre prodotto testi che parlavano delle marginalità, delle minoranze, delle lotte da un lato e del sistema dall’altro, nella sua espressione più tangibile: le forze dell’ordine, le leggi, le carceri, le istituzioni globali.
Ho fatto sempre questo, cercando sempre nuove parole, nuove angolazioni. E ho notato, provando a rileggere le mie parole, un possibile filo conduttore: la storia di un’inquietudine, di un senso di malessere, di fastidio, che continuamente faceva capolino nelle prime cose che scrivevo, in alcuni testi in particolare, fino a diventare, nella fase finale della mia produzione artistica come canzoniere, diciamo, la cifra stessa della mia scrittura. Quella inquietudine, quel malessere, quel fastidio sono sempre rimasti.
Quindi c’è una storia di questo malessere, di questo continuo sgomitare, di questo continuo non sentirmi a mio agio neanche in quello che io stesso costruisco, e quindi questo bisogno di andare sempre oltre. Questa cosa ho provato a raccontarla con le parole stesse delle mie canzoni. Quindi tecnicamente Violenti è il racconto di 35 anni di storia nostra, comune, attraverso le parole delle mie canzoni, ma è anche un viaggio alla riscoperta di parole edite, che parte da parole inedite, perché lo spettacolo inizia con un testo che non è mai diventato canzone. È l’ultimo pezzo che avevo scritto pensando che sarebbe diventato una canzone, ma che poi non ho sentito l’esigenza di pubblicare come tale. Anni dopo l’ho fatto uscire come prologo di questo spettacolo.
È questo, Violenti: l’opportunità di raccontare il lato B di questo viaggio durato 35 anni. Ed è un po’ anche la risposta alla tua domanda, nel senso di ciò che mi ha condotto a questa ricerca di silenzio, che in qualche maniera è espressa dal mio prologo. Cosa mi ci ha portato è esattamente quello che scopri dopo esserti fatto il viaggio che ti propongo, diviso in tre atti, che racconta la storia di queste parole e anche la storia, in qualche maniera, di questa ricerca di silenzio.
Hai detto che “Violenti” nasce come spettacolo teatrale che hai rodato per cinque anni prima di trasformarlo in disco. Cosa è successo in questi cinque anni di prove e repliche che ha fatto evolvere il lavoro? Cosa hai capito strada facendo?
Cronologicamente all’inizio c’è un proto-spettacolo di Violenti, che immediatamente dopo è diventato uno spettacolo teatrale vero e proprio, e poi è tornato ad essere una performance che si colloca a metà strada fra la musica e il teatro.
Questa esperienza mi ha dato la lucidità e gli strumenti adatti a poter scrivere una biografia in prosa, perché in realtà Violenti è una biografia in rima, che mi ha fatto venire l’esigenza di scrivere quella in prosa. Avevo lo scheletro di Violenti da seguire per risolvere i problemi che affliggono chiunque si confronti con l’idea di fare un’autobiografia, che sono quelli di rimettere in ordine cronologico le cose. Ragionando sui testi ho rivissuto tantissime emozioni, mi sono tornati alla mente tanti ricordi, quindi ho avuto l’opportunità di segnarli in un’autobiografia ufficiale, anche se non autorizzata.
Dopo l’uscita dell’autobiografia abbiamo fatto un ulteriore upgrade, questa volta più che altro legato alle musiche e a limature definitive di alcuni passaggi tra un testo e l’altro. Così siamo arrivati al suo apice, a quello che noi ritenevamo essere il suo punto d’arrivo, al quale sono arrivato dopo circa 4-5 anni di lavoro. L’ho portato in giro più o meno segretamente; con Caterina lavoro da due anni e mezzo – prima lavoravo con Edoardo Notarloberti, che è un altro violinista napoletano.
È una cosa che ho fatto vedere anche a un pubblico selezionatissimo: veniva presentata senza alcun contorno, solo come Zulù e Caterina Bianco, motivo per cui venivano solo quelli veramente legati alla nostra esperienza. Così abbiamo avuto l’opportunità di registrare questo disco, probabilmente l’unico disco che, quando riascolterò, non mi darà quella orribile sensazione di averlo cantato male, di essere un po’ troppo squadrato. Capisci, no? Quella sensazione che hai sempre, almeno che io ho sempre, quando riascolto i dischi che ho registrato dopo qualche mese che canto quelle canzoni dal vivo.
Mi rendo conto che trovo i punti per respirare in un altro posto, che cerco di appoggiare le parole diversamente, che mi sposto di qualche millimetro un po’ avanti o un po’ dietro rispetto al beat, insomma le interpreto meglio dopo averle cantate dal vivo una decina di volte almeno. Quindi è da sempre che desideravo uscire con un prodotto discografico che fosse già stato rodato live, e Violenti è stata l’opportunità per fare questa cosa. Tra le tante cose che è, è anche questo.
Con Caterina Bianco avete costruito “paesaggi sonori” che ti permettono di liberarti dalla forma canzone. Come avete lavorato insieme? Come le hai spiegato cosa cercavi?
Avendo nel contempo fatto credo almeno quattro tournée con i 99 Posse in 20 anni – cioè ora siamo nel 35esimo anno e stiamo ancora festeggiando il trentennale, perché continuano ad arrivare richieste che dobbiamo posticipare all’anno dopo – il beat non mi manca per niente.
Quello che è cambiato è che non scrivo canzoni, ma le suono dal vivo a manetta sia con i 99 Posse che in un altro progetto che faccio per posti più piccoli con il Kinky Sound, che è il sound storico di Napoli. Facciamo una versione sullo stile dei primissimi tempi di tutti i grandi classici sia miei come solista che miei come autore dei 99.
Quindi il beat non mi manca, anzi: Violenti è nato proprio da questa scoperta di un mondo al di fuori del beat al quale si prestavano le mie parole. Caterina naturalmente questa cosa l’ha capita subito. Nei suoi arrangiamenti alle volte c’è il beat ed è anche molto bello tra l’altro, molto ricercato, molto curato nei suoni, ma è messo lì in maniera tale che non senti l’esigenza di andargli dietro.
Accompagna le mie parole senza porre i limiti che solitamente un beat pone. Tu pensa che in una canzone, ogni 16 battute nelle canzoni dei tempi miei – adesso sono 12, a volte anche 8 battute – arriva un ritornello, ferma il discorso e lo riassume. E poi partono altri 8 e poi arriva un altro ritornello. Quindi hai dei tempi precisi entro i quali devi dire una determinata cosa.
Un arrangiamento pensato per darmi il tempo di soffermarmi sulle parole è esattamente quello a cui Caterina ha lavorato negli ultimi anni ad ogni singola esibizione che abbiamo fatto. Da un certo punto in avanti abbiamo iniziato a pensare alla produzione di questa cosa come un progetto discografico insieme al suo team, fatto da Michele De Finis, co-autore delle musiche, e Antonio Dafe, che è quello che ha mixato il disco. Loro sono anche il team di produzione di Fanali, che è il progetto artistico principale al quale sta lavorando Caterina. È anche nello staff di Tropico, che sta facendo un sacco di date. In generale lei è una polistrumentista molto ricercata, molto apprezzata e molto impegnata.
Siamo riusciti a creare questa cosa fondamentalmente capendoci, guardandoci negli occhi e facendo la prima esibizione dal vivo. Non abbiamo mai fatto una prova. Lei ha capito quello che io stavo facendo e ha iniziato ad accompagnarlo con il suo violino e la sua loop station. Poi piano piano si è aggiunto un synth, adesso c’è anche un computer e c’è anche un visual che accompagna tutto lo spettacolo, creato da un giovane visual artist napoletano di grande talento.
Nel libro ti definisci con entrambi i nomi, “Luca ‘O Zulù Persico”, e lo chiami “autobiografia non autorizzata”. Hai detto che è “un gioco sul rapporto conflittuale tra Luca e O’Zulù”. Quando è che Luca ha smesso di rifiutare Zulù?
In realtà Luca e O’Zulù sono sempre stati l’uno funzionale all’altro. Hanno incominciato a darsi fastidio nel momento in cui sono aumentate le pressioni esterne del resto della band, dell’ufficio stampa, delle case discografiche, in questo gioco già complesso di per sé.
Il conflitto inizia più o meno alla fine degli anni 90, quando fallisce la Flank Records, passiamo alla multinazionale e incominciamo a salire in classifica. Insomma, quando la pressione si fa veramente forte, lì la persona e il personaggio cominciano a entrare un po’ in conflitto.
È un conflitto che finisce quasi subito, perché nel 2001 ci sciogliamo e lavoro da solo praticamente per tutto il decennio che intercorre tra il 2001 e il 2011, quando c’è poi il ritorno dei 99 Posse con Cattivi Guaglioni. Ecco, in quel decennio là io ho lavorato tantissimo su me stesso. Ho anche in qualche maniera tentato di autoannientarmi, quando mi sono buttato sulle sostanze.
Poi ne sono uscito, mi sono sposato. Tutto in questo stesso decennio, ed è stato un percorso per ritrovare un equilibrio. Durante questo decennio io ho comunque fatto uscire quattro dischi, tra una disintossicazione, un’intossicazione, un matrimonio e 4-5 viaggi tra l’Iraq, la Palestina e il Kurdistan. Ho fatto uscire anche un libro. Insomma, ho fatto un po’ di cose. Ho fatto la colonna sonora di un film, sono stato pure candidato al David di Donatello. Per cui è stato un decennio molto complesso, ma comunque lontano dal personaggio, anche se ho continuato ad usarlo.
Il punto è che Zulù non è la stessa cosa quando sta sul palco con i 99 Posse o quando si presenta da solo. Riesci a gestirlo molto meglio quando si tratta di un personaggio underground. Il problema è che a un certo punto siamo diventati, nostro malgrado, una roba quasi pop nazionale, ed era questo il conflitto enorme che si è sviluppato in quel momento. Essere percepiti come una cosa che assolutamente non eravamo, con la stampa che puntava su di me come se fossi il nuovo Che Guevara. Allora sono incominciati i problemi di equilibrio, che ho risolto subito individuando la causa del problema: era proprio in quella pressione e in quello che il gruppo era diventato in quel momento.
Il gruppo l’ho fermato allora: ho preferito la vita, come si dice. Dopodiché ci ho messo una decina d’anni, quando ho ritrovato quel giusto equilibrio tra la persona e il personaggio, per ricominciare a scrivere con i 99 Posse. Da allora ho scritto sia con i 99 Posse che di nuovo come solista, senza però sentire la necessità di fermarmi in un progetto per farne partire un altro. Sono sempre state cose parallele. Ho iniziato a sperimentare il teatro, ho fatto uscire un libro.
Hai detto più volte che senza i centri sociali i 99 Posse non sarebbero esistiti, “perché non ci saremmo neanche incontrati”. Eppure quella rete di spazi e di controcultura che vi ha generati oggi è molto diversa, o in molti casi non c’è più. Cosa credi sia rimasto di quella spinta, di quella capacità di generare cultura dal basso?
Sono rimaste un paio di cose sicuramente. La nostra esperienza, visto che siamo ancora tutti vivi e possiamo raccontarla. Siamo distribuiti in tantissimi settori, molti dei quali anche indispensabili della società del nostro paese, perché ci sono persone che vengono dal nostro giro, dalla nostra formazione, che sono oggi cardiochirurghi. Io ho un ortopedico di fama che è cresciuto a Officina. Siamo nel mondo del cinema, dello spettacolo, della musica, della cultura, a tantissimi livelli. Siamo nelle redazioni di tantissimi giornali, tantissime radio.
Insomma, questo rimane. Ci siamo noi che continuiamo ad imprimere al nostro posto di lavoro e a tutto ciò che ci circonda l’alone della nostra esperienza e la nostra presenza, conflittuale sempre.
Poi ci sono le strutture, quelle che ancora non hanno sgomberato, che sono ancora tante. Ci sono poi anche quelle che sono state sgomberate, dove in qualche maniera lo sgombero ha contribuito a scuotere un po’ le acque, magari a risvegliare un po’ di spirito di classe, di unità, nel variegato mondo della sinistra italiana.
Insomma, io dall’interno quello che vedo è più o meno quello che ho sempre visto: dei posti che salvano la vita a dei disadattati, dove per disadattati si intende le persone che non si adattano al contesto, non dei malati di mente. Io sono fieramente un disadattato da sempre e cerco di adattarmi costruendomi degli spazi a mia misura. Il modo più pratico che abbiamo trovato io e la mia generazione è stato quello di sfondare delle porte e prenderci degli spazi fisici.
I bisogni della nuova generazione non sono io a doverli capire o a doverli spiegare, né a doverli raccontare a nessuno, ma sicuramente sono diversi dai nostri. Anche nelle nuove generazioni la presenza di un posto occupato, libero da pregiudizi e da schemi, che ti accoglie e diventa tuo e tu contribuisci a cambiarlo con il tuo stesso esserci dentro, questa esigenza continua a esserci perché io nei posti ci continuo ad andare.
Per 35 anni non ho mai smesso di farlo e oggi mi ritrovo a confrontarmi per esempio con il responsabile dei concerti del centro sociale di Marghera, per dirne una, che è un giovane che io non conosco, che mi chiama. Persone che a volte mi danno del Lei perché non ci conosciamo. Poi quando vado a suonare ci conosciamo e io scopro che ci sono stati, che ne so, in tre anni un paio di cambi generazionali. Ci sono quelli che loro chiamano vecchi compagni, che io ricordo erano i ragazzini di quando noi eravamo i compagni e i vecchi compagni erano davvero i vecchi compagni.
Insomma, le generazioni cambiano. Il bisogno di sentirsi parte di qualcosa, per quelli che vengono esclusi dai meccanismi di produzione della nostra società, ci sarà sempre. Il centro sociale ancora sembra offrire questa opportunità ad alcuni, mentre per altri ci saranno differenti opportunità. Non lo metto in dubbio, ma sono certo che i centri sociali fanno ancora un grandissimo lavoro.
Lo dimostrano i grandi momenti di solidarietà che si sono visti, per esempio attorno al Leoncavallo a Milano, attorno all’Askatasuna: c’è stato un quartiere che si è ribellato allo sgombero. Nessuno ha tanto sottolineato questa cosa, ma il quartiere è sceso quasi in piazza a dire: “Ma voi veramente state individuando in questo i problemi prioritari di Torino?”.
Non c’è sicuramente da essere né contenti né, chissà quanto, ottimisti, perché i tempi sono difficili per chi la pensa come noi. Ma teniamo botta.
Non vivi più a Napoli da anni, sei in montagna vicino Avellino. Come guardi oggi la città? Napoli è ancora una città antagonista o è diventata altro?
È un rapporto di amore e odio, di un amore veramente viscerale, di un conflitto naturale che ho con alcuni aspetti di questa città. Da questo punto di vista Napoli è veramente molto difficile da cambiare. Nel suo profondo io l’avverto, la vecchia Napoli nella quale sono cresciuto, anche se riconosco che è completamente trasformata a uno sguardo più superficiale. È una città che mantiene i suoi antichi conflitti e le sue antiche contraddizioni uguali a come le ha sempre mantenute. È imbattibile. Per questo è unica nel mondo.
Dopodiché è sicuramente, così come il resto del paese, una città che si sta confrontando per la prima volta con questo fenomeno del turismo che ne sta provando a cambiare l’aspetto fino al cuore. I quartieri spagnoli, il rione Sanità, Forcella, quartieri storicamente considerati o dormitorio o a gestione illegale, ora sono il centro delle mete turistiche della nostra città e sono anche pieni di attività, che sono quasi tutte di ristorazione o di alloggio, ma che comunque in qualche maniera stanno cambiando la destinazione d’uso di parecchi quartieri che sembravano essere stati abbandonati al loro destino dalle istituzioni.
Nonostante le istituzioni facciano grandi investimenti in questo momento sulla città, investimenti che sarebbero magari anche necessari per migliorare la viabilità o per far fronte alla crisi degli alloggi, mi sembra che l’iniziativa popolare sia stata in qualche maniera in grado di provare a trarre un vantaggio da questa nuova condizione in cui ci troviamo, di essere meta turistica: da posto da assolutamente evitare a meta turistica imperdibile. È un cambiamento non da poco.
Napoli, come qualsiasi altra città che da tempo si è dovuta adattare a questa cosa, sta provando a farlo con tutte le contraddizioni annesse e connesse. Noi siamo dalla parte di chi cerca una casa perché ne ha bisogno, e sosteniamo che questa cosa debba essere un diritto. Più che mai oggi sentiamo vicini alle battaglie di chiunque occupi o provi a indirizzare le politiche comunali e nazionali verso la garanzia di un tetto per ogni famiglia.
Ora non ci vivo, ci dormo tre o quattro volte al mese. Vivo in Irpinia ormai da vent’anni per cui in qualche maniera certe volte quando scendo a Napoli mi sento anche io turista. Mi sento parte del problema: so che sto andando a essere uno in più in una città che già ne tiene abbastanza.
Hai scandito la tua storia per decenni, con spartiacque precisi: Genova 2001, la nascita di tuo figlio, il Covid. Con tutto quello che stai facendo ora – teatro, libro, disco, i documentari – pensi di essere all’inizio di una quarta fase? Come la vedi questa nuova stagione e come vorresti svilupparla?
Il Covid è stato sicuramente uno spartiacque. Proprio quando il mondo della musica si è riaperto definitivamente senza più nessun tipo di restrizione, cioè nei primi mesi del 2022, è allora che ho scritto quelle ultime parole. Quindi diciamo che il G8 di Genova 2001 è stato lo spartiacque tra il primo e il secondo decennio, la decisione di mettere al mondo un figlio è stato lo spartiacque per il terzo decennio, il Covid lo possiamo considerare lo spartiacque tra il terzo e il quarto, che è ancora ai suoi primi passi e che lascia presagire sicuramente dei cambiamenti.
Mi sto ritrovando a sperimentare tantissimo: con il teatro, con la performance, con la glitch music, con una violinista che è una performer più che una violinista, e una producer polistrumentista contemporaneamente.
Come ti dicevo faccio tantissimi concerti con i 99 Posse. Stiamo realizzando due documentari che sono incentrati più o meno sulla nostra storia: uno un po’ più intimo e uno un po’ più politico. Siamo partecipi anche all’interno di un pezzo di documentario che racconta la musica degli anni 90, la musica dei centri sociali, la musica di protesta uscita in quel periodo. Stiamo anche timidamente cominciando a ragionare sull’idea di uscire con un nuovo progetto discografico.
Per cui il grande cambiamento che è avvenuto riguarda sicuramente la scrittura: ora che siamo a metà del quarto decennio inizio a pormi il problema di poter rimettere mano ad alcune parole che avevo scritto 4-5 anni fa in pieno periodo o pre-Covid, perché l’idea di produrre cose nuove che riguardino la società di oggi o le lotte di oggi non mi stimola ancora in questo momento.
Mi stimola molto di più l’idea di dare il mio contributo attraverso la mia esperienza e la mia storia e di raccontarla in tutte le maniere possibili: con l’autobiografia in rima che è Violenti, con lo spettacolo dei 99 Posse che è stato costruito attorno a tutti i grandi classici del gruppo suonati tutti nella loro versione originale, quasi a volerti far rifare un viaggio sonoro oltre che attraverso le parole.
La stessa cosa con il DJ: ripropongo lo spirito dei primi tempi quando sul palco si saliva prima di tutto proprio senza dignità, tutti completamente ubriachi con il microfono in mano, tre rime scritte che si ripetevano fino a che qualcuno non ti pigliava a mazzate e ti diceva “te ne vuoi andare?”. Era così. Oggi con i 99 Posse mi ritrovo a fare un sold out al Castello Sforzesco, poi mi ritrovo al centro sociale di Altamura, e così via.
Queste due cose servono a questa macchina, a questa operazione alla quale sento di lavorare da quando è iniziato questo nuovo decennio, questa nuova epoca della musica dopo la pandemia del Covid. Mi sento molto stimolato da quella che ho definito l’operazione memoria, che include tutto quello che faccio, e che non è solo una storia, ma anche un altro punto di vista possibile.
Noi volevamo costruire un altro mondo. Probabilmente non ci siamo riusciti, però siamo sicuramente riusciti a dimostrare – e noi i 99 Posse col solo fatto di essere ancora in vita e ancora in attività dopo 35 anni ne siamo una dimostrazione inerruttabile – che in questo mondo altre strade sono possibili.
Articolo a cura di Michele Cornacchia
