I Queen of Saba sono un duo che negli ultimi anni ha costruito un percorso unico nella scena indipendente italiana, mescolando elettronica, pop, attitudine politica e una scrittura sempre personale. Con il nuovo album Bricioline aprono una nuova fase del loro percorso: un disco che guarda all’infanzia come spazio di immaginazione, libertà e possibilità, senza rinunciare ai temi che da sempre caratterizzano la loro musica
Abbiamo parlato di Bricioline, di musica, di crescita, di immaginazione e di come anche le cose più piccole possano lasciare un segno importante. Ringraziamo i Queen of Saba per essere stati con noi e per aver condiviso il racconto di questo nuovo capitolo artistico. L’album è già disponibile su tutte le piattaforme: ascoltatelo e fatevi accompagnare in questo viaggio di crescita.
Ciao Fabio, ciao Lorenzo. Arrivate da un percorso fatto di elettronica, palchi punk/reggae, festival internazionali e collaborazioni (BigMama e Willie Peyote). Come e quando è nata l’urgenza di fermarsi e dedicare un intero capitolo – sia poetico che musicale – all’infanzia?
Questa idea è nata, diremmo, in contemporanea con il figlio di Lorenzo: abbiamo avuto l’occasione di stare a strettissimo contatto con una creatura piccola, come mai prima, e le domande, i pruriti musicali e le ispirazioni che ne sono scaturite ci hanno portato in una direzione nuova e inesplorata.
Il sottotitolo dell’album è “canzoni per chi cresce” e nella presentazione dite che è rivolto a “tutt3 noi”, perché anche le persone grandi stanno ancora imparando a crescere. Qual è la cosa più importante che gli adulti Queen of Saba hanno imparato dai Queen of Saba bambini durante la scrittura di questo disco?
La nostra parte bambina ci ha insegnato tanto, ci ha ricordato la bellezza creativa del gioco e la gioia della sperimentazione, ma anche l’importanza di prendersi cura delle proprie vulnerabilità e difficoltà non come nemiche ma come compagne di strada che chiedono aiuto.
Musicalmente, Bricioline si muove su arrangiamenti acustici, apparentemente distanti dal vostro storico “paesaggio sonoro”. È stato difficile “spogliare” la vostra musica o avete trovato in questa dimensione elementare una nuova forma di libertà espressiva?
Non è stato poi così difficile, anche perché ne sentivamo il bisogno! Così come nei testi abbiamo cercato una pulizia dei concetti, meno astrusi e più elementari, anche con gli strumenti abbiamo assecondato il desiderio di andare al succo dell’arrangiamento, oltre che la volontà di rendere questa musica più accessibile e facile da riprodurre possibile – da qui l’uso dell’ukulele.
In Come una foglia giocate con l’identità di genere in modo fluido e leggero. Spesso il mondo degli adulti vive questo tema con rigidità o paura. Perché, secondo voi, per i bambini è invece un “ballo felice” così naturale?
Il genere è un costrutto sociale, così insegnano gli studi antropologici e filosofici: la realtà è molto più che binaria, va oltre le etichette e le categorizzazioni, e per quanto l3 bambin3 abbiano bisogno di dare nomi e spiegazioni alle cose, l’elasticità del loro pensiero permette loro di ridisegnare continuamente la realtà sulla base dell’esperienza. Fanno tante domande, vogliono capire, perciò perché non raccontare loro la realtà dell’esperienza trans e non binaria con leggerezza e candore? Perché trasformare la gioia di scoprire chi si è davvero in un argomento tabù? Il tema dell’identità di genere sembra sempre e solo confinato alla comunità queer, ma la verità è che tutti, tutte e tutt3 devono attraversare la vita scoprendo chi sono, e dovremmo incoraggiare chiunque a farlo liberamente, senza inculcare stupide idee su cosa sia giusto o sbagliato.
Che cos’è un limone unisce l’ovvietà di un agrume a un concetto fondamentale e purtroppo ancora non scontato: il consenso. Come si spiega il consenso a una persona piccola senza sovraccaricarla, ma ponendo basi solide per il futuro?
Abbiamo provato a farlo con una filastrocca che controverte il popolarissimo “dai un bacio a chi vuoi tu”: “dai un bacio a chi tu vuoi, prima chiedile/gli se puoi”. Speriamo che un giorno nelle scuole dell’infanzia sia questa la versione che si canta!
Il concetto di “Rizoma” (da cui il titolo del tour Sono uno ma non sono solo) si oppone alle strutture gerarchiche della nostra società. Come si insegna la cooperazione orizzontale e il mutuo aiuto in un mondo che spinge costantemente verso l’individualismo e la competizione?
Noi abbiamo raccontato la storia di una talpa che cerca qualcosa di diverso da quello che la circonda e la fa sentire fuori posto: credo che sia più facile aprirsi ad altre possibilità e modelli di vita diversi se la norma risulta scomoda o soffocante. L’obiettivo di questa canzone è proprio far sentire meno sole le persone che percepiscono questa scomodità: siamo in tant3 a sentirci così, e possiamo provare a mettere in atto modalità di esistenza alternative collettivamente. Prima o poi speriamo che la bellezza, anche nella complessità, di vivere senza gerarchie e senza competizione sia evidente a tutt3 e diventi un’aspirazione sdoganata e soprattutto accessibile.
In Qui la guerra non può entrar e Il rifugio degli animali affrontate due temi caldissimi: l’antimilitarismo nei giochi d’infanzia e l’antispecismo (sostituendo la classica “vecchia fattoria” con i rifugi). Sentite che l’infanzia sia oggi uno spazio politico rimasto troppo a lungo “incustodito” o colonizzato da vecchi stereotipi?
L’infanzia è purtroppo spesso un terreno di scontro, un baluardo considerato strategico e da conquistare per spostare gli equilibri dell’egemonia culturale e politica e influenzare le generazioni a venire. Ne vediamo continuamente esempi lampanti, basti pensare alle deliranti accuse di “propaganda gender” mosse alle associazioni LGBTQIA+ “in difesa dell’innocenza dei bambini”. In alcuni luoghi del mondo, come la Palestina, l’infanzia è un terreno di scontro fisico e non solo ideologico, uno sterminato campo di battaglia in cui le vite dell3 bambin3 sono nella migliore delle ipotesi insignificanti, nella peggiore pedine da eliminare per portare avanti un’agenda genocidaria e di sostituzione etnica. Paradossalmente, ma non sorprendentemente, lo stesso sistema politico che si dice difensore dei diritti dell’infanzia quando si tratta di movimenti queer, aborto ecc. è complice diretto di Israele e della sua mattanza di bambin3.
In questo scenario, provare a immaginare di dare dignità allo spazio politico dell’infanzia vuole essere un tentativo collettivo, utopico e speranzoso, guidato dalla cura e non dalla carità, dall’inventiva e non solo dall’invettiva. In quest’ultimo anno abbiamo conosciuto tantissime realtà che cercano di costruire scenari alternativi e futuri accessibili a partire proprio dagli spazi dedicati alle persone piccole: la biblioteca IBBY di Lampedusa, che si occupa, tra le altre cose, di consegnare a bambin3 migranti in arrivo kit di disegno e libri senza parole; l’associazione Scosse, che a Roma si occupa di educazione sessuoaffettiva nelle scuole; la scuola di circo Pirilampo, in provincia di Torino; le librerie e le case editrici per l’infanzia che creano controculture di resistenza. C’è speranza! Bisogna che anche noi attivist3 queer, riot, antispecist3, propal, anticapitalist3 e antimperialist3 ci occupiamo di chi verrà dopo di noi, piantando semi e costruendo giardini.
Dentini è un brano poetico che unisce il dente da latte che cade al dente del giudizio che spinge. È una metafora dolorosa ma necessaria del cambiamento. Che rapporto avete oggi con le vostre “parti del passato” e come siete riusciti a fare pace con loro?
È un work in progress! Penso che forse siamo diventati adulti, nel senso che abbiamo capito che ci possiamo prendere cura di noi stessi come se fossimo i nostri stessi genitori. Siamo responsabili del nostro benessere e delle nostre scelte, costruiamo un rapporto di fiducia con noi stessi che è in continua rinegoziazione e comunque a non ci prendiamo mai troppo sul serio.
Per le illustrazioni dei singoli avete collaborato esclusivamente con artiste FLINTA emergenti (Chiara Lazzari, Sarah Bonello, Avita Panazzi, Frenci Sanna, Anita Striano, Rachele Scarpa, Elisa Viscuso). Come sono nate queste sinergie e quanto è stato importante per voi che l’estetica visiva di questo progetto avesse questa specifica firma politica e comunitaria?
Alcune collaborazioni sono nate da amicizie, altre da incontri fortuiti, in ogni caso è stata un’attenzione che ci è venuta spontanea e che abbiamo voluto esplicitare per dare un segnale: si può fare!
Siete partiti a maggio con un tour estivo molto fitto che vi porterà in giro per l’Italia fino a fine luglio. Come sta reagendo il pubblico sotto il palco? Che tipo di “fauna” state incontrando ai concerti: ci sono più passeggini, più attivisti cresciuti con i vostri vecchi pezzi, o entrambi che ballano insieme?
C’è davvero di tutto e di più, ma mai come in questo tour siamo circondati da passeggini! Bambin3 che cantano le canzoni a memoria e ballano in prima fila, genitori entusiasti, pubblico nuovo che si lascia conquistare e fan della prima ora che sfoggiano le nostre magliette, ma anche signore ottantenni col girello e giovanissime persone queer che ci guardano con gli occhi sgranati perché si sentono viste e rappresentate.
Un’ultima domanda: nel testo di presentazione dite che Bricioline spera di seminare tracce per un “futuro utopico alternativo”. Se doveste scegliere una sola briciola, un solo messaggio che vorreste rimanesse impresso nella mente di chi ascolta questo album per ritrovare il sentiero di casa, quale sarebbe?
Sembrerà elementare, ma speriamo che il messaggio di questo disco arrivi a tutt3 con la potenza di cui hanno bisogno: dentro ciascunǝ di noi, anche chi ci sembra più lontano e diverso, c’è unǝ bambinǝ che cerca amore.
Articolo a cura di Pierluigi Spagnolo
