Giugno 30, 2026
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C’è chi debutta con un disco e chi, prima ancora di pubblicarlo, deve organizzare una missione in Nepal per riprendersi il proprio nome su Instagram. I Tamango appartengono decisamente alla seconda categoria.

Il collettivo piemontese – più di trenta persone, nato dall’amicizia tra tre ex compagni di liceo della provincia torinese – il 12 giugno ha pubblicato t’amango, un esordio che sembra arrivare fuori tempo massimo rispetto a qualsiasi logica dell’industria musicale. Dodici brani, quarantadue minuti e un manifesto generazionale che mescola poesia, provincia, Torino, ironia, rabbia e una voglia ostinata di fare le cose a modo proprio. «Se alla fine aveva ragione l’industria, probabilmente sarà anche l’ultimo», scherzano. Ma intanto il primo c’è, ed è difficile incasellarlo.

I Tamango sembrano funzionare come una piccola comunità artistica: scrivono canzoni, inventano parole (vedi “Rampallonta”, diventata anche il nome della loro etichetta), trasformano gli stadi di periferia nei luoghi naturali dei loro concerti e raccontano tutto con lo stesso spirito con cui girano un video su YouTube per documentare quella che definiscono “la missione più stupida di sempre”: recuperare il nickname @tamango da un ragazzo nepalese.

A luglio porteranno il disco in tour, rigorosamente autoprodotto, tornando negli stadi di quartiere dopo l’esperienza della Rampallonata del 2025. Perché, in fondo, il punto non è rincorrere i grandi palchi, ma costruire un immaginario tutto loro. E, almeno per ora, sembra funzionare.

Intervista a Manfredi dei Tamango

Vorrei partire dal nome. Tamango è un cocktail torinese, un gruppo di persone, ma soprattutto sembra essere un’identità. Quando avete capito che Tamango non era più soltanto un nome, ma un mondo?

Intanto una piccola premessa: oggi ci sono solo io, Manfredi. Mi occupo dello sviluppo del progetto e di tutta la sua organizzazione. Tamango è tante cose. È un progetto artistico, un’idea nata nel 2018 che, dopo circa due anni di gestazione, ha preso forma grazie a Marcello, Federico e Alberto. Si sono conosciuti tra i banchi di scuola, erano compagni di classe, e da lì è iniziato tutto. L’idea di fondo era già molto simile a quella che oggi è diventata Tamango. Naturalmente il progetto è cambiato molto nel tempo: ci sono state trasformazioni, evoluzioni, nuove realizzazioni. Però abbiamo sempre cercato di mantenere un filo conduttore, di restare fedeli all’intuizione iniziale, quasi come se fosse stata scritta su un foglio il primo giorno.

Avete costruito un disco intitolato Tamango come se fosse un atto di occupazione: una casa rossa piena di persone, storie e rumori. Chi abita davvero questa casa? E chi, invece, non riuscirebbe mai a entrarci?

È un atto di occupazione, ma anche un atto d’amore. In fondo Tamango contiene anche un “t’amo”. Essendo un progetto abituato a lavorare con tante persone, siamo molto aperti. Faccio fatica a immaginare qualcuno che, per principio, non possa trovare spazio dentro questa casa.

Più che un collettivo, sembrate una comunità, una famiglia, una comune. Tu come la definiresti?

Ti dirò: sto diventando un po’ intollerante alla parola collettivo, perché oggi viene usata per qualsiasi realtà composta da più persone. Sembra quasi una parola di moda. Non so se siamo davvero un collettivo. Mi piace di più dire che siamo un progetto artistico capace di coinvolgere e tenere insieme tante persone. Ecco, questo sì.

Nel vostro immaginario c’è molto Piemonte: Torino, la provincia, le periferie, gli stadi di quartiere. Che rapporto avete con il territorio da cui arrivate? E quanto la provincia è una condizione mentale oltre che geografica?

Credo che tutto parta proprio dalla mentalità della provincia. Torino, in realtà, è la città in cui ci siamo ritrovati quasi naturalmente: l’università ha portato tutti lì. Ma nessuno di noi è davvero torinese. Siamo figli della provincia. E la provincia vive di una noia particolare: può trasformarsi in immobilismo oppure diventare il motore che ti spinge a fare qualcosa. Molti progetti artistici nascono proprio da lì, perché dove mancano gli stimoli si sente il bisogno di crearli. Con Torino abbiamo un rapporto molto forte. È il luogo che abbiamo scelto per far vivere Tamango. Abbiamo preso uno spazio a Vanchiglietta che oggi ospita circa quaranta persone. Se considero anche tutte quelle coinvolte nel tour che parte sabato, arriviamo a essere quasi ottanta. Il nostro obiettivo è proprio aggregare: c’è chi canta, chi suona, chi recita, chi balla, chi costruisce le scenografie, chi prepara le pizze, chi serve le birre, chi controlla gli ingressi. Noi la chiamiamo la nostra “ciurma”: un gruppo di ragazzi con origini molto simili alle nostre.

Tamango sembra nascere da una contraddizione: siete tantissimi, ma avete un’identità fortissima. Come si fa a essere una folla senza diventare rumore?

È una bella domanda. Credo che la risposta stia proprio nel fatto che un progetto artistico ha bisogno di ruoli e di regole. Non significa che tutti debbano pensarla allo stesso modo, ma serve una direzione. Esiste una gerarchia, ma non è rigida: premia le idee migliori. Le proposte vengono discusse, confrontate e valutate in base alla loro coerenza con l’immaginario del progetto. C’è una direzione artistica molto chiara, sia dal punto di vista musicale sia da quello visivo.

Chi la cura?

Marcello, Federico e Alberto. Marcello segue la direzione artistica più trasversale, mentre Federico e Alberto si occupano soprattutto della parte musicale.

Il disco raccoglie canzoni scritte negli ultimi anni ma rimaste nel cassetto. Perché pubblicarle proprio adesso?

Alcuni brani sono stati scritti quattro o cinque anni fa. Oggi sembra assurdo aspettare così tanto prima di pubblicare una canzone, ma noi crediamo molto nel tempo delle cose. Ogni canzone appartiene al momento della vita in cui nasce. Quando hai vent’anni stai ancora cercando di capire chi sei, e crediamo che un progetto abbia bisogno di maturare insieme alle persone che lo fanno. Questi brani li abbiamo suonati, risuonati, riarrangiati, provati dal vivo, cantati con il pubblico. Li abbiamo davvero compresi fino in fondo. Solo allora ci è sembrato giusto farli uscire. Quando pubblichiamo qualcosa vogliamo avere la sensazione di aver detto tutto quello che potevamo dire su quel lavoro.

Nel comunicato scrivete: “Sicuramente il primo e, se alla fine avrà ragione l’industria, probabilmente anche l’ultimo disco dei Tamango.” È una provocazione?

Sì, è una provocazione. Stiamo cercando di fare le cose in modo diverso rispetto agli standard dell’industria musicale. Fare quello che fanno tutti difficilmente porta a risultati diversi. Per noi conta soprattutto il percorso. Sul risultato finale hai poco controllo; sul modo in cui ci arrivi, invece, puoi scegliere ogni giorno. Lavorare con serietà, ascoltarsi, affrontare insieme i dubbi: sono queste le cose che aumentano le probabilità di costruire qualcosa di buono. Quando diciamo “alle nostre condizioni” intendiamo proprio questo: dimostrare che esistono anche altri modi di fare musica.

Nei vostri testi convivono i vent’anni, la paura della morte, Torino, la provincia, immagini surreali e momenti molto intimi. Qual è il filo invisibile che tiene insieme tutto questo?

Su questo probabilmente risponderebbe meglio Marcello, che è il principale autore. Però credo che il punto d’incontro sia molto semplice: tutte queste storie parlano delle persone che fanno parte di Tamango. In fondo il filo che unisce tutto è proprio Tamango.

Avete inventato la parola “rampallonata” perché nessun termine esistente descriveva quel sentimento. Vi capita spesso di inventare parole?

Si, ci diverte molto.

E cos’è esattamente una “rampallonata”?

Esiste una definizione ufficiale, ma ognuno di noi ha anche la propria. Ci piace il suono della parola, perché richiama una grande pallonata, il pallone che ti arriva perfetto sul dischetto e che devi calciare al volo. Per noi rappresenta la grande occasione, la grande impresa. È la scommessa che stiamo vivendo.

Avete scelto di fare un tour autoprodotto negli stadi di periferia, mentre molti artisti puntano ai grandi impianti. Perché questa scelta?

Perché il luogo racconta già qualcosa ancora prima che inizi lo spettacolo. Entrare all’Allianz Stadium produce una sensazione completamente diversa rispetto all’entrare in uno stadio di quartiere. Dal punto di vista artistico volevamo percorrere una strada nuova, utilizzare spazi che normalmente non vengono pensati per questo tipo di eventi. Ma c’è anche un aspetto politico. Quando abbiamo deciso di fare il nostro primo tour ci siamo chiesti in quale momento storico fossimo. Oggi sembra che il valore di un artista si misuri solo in base ai grandi stadi riempiti. Noi siamo indipendenti, ci autoproduciamo. Per questo il nostro primo tour non poteva che essere un tour negli stadi… ma negli stadi secondo le nostre regole, alle nostre condizioni.

Cosa deve succedere durante una data della Rampallonata 2026 perché possiate dire: “Sì, questa è stata una vera rampallonata”?

Beh, intanto fare gol. L’anno scorso ci siamo andati vicini: abbiamo preso una traversa. Quest’anno quella palla deve entrare.

Ultima domanda. Che differenza c’è tra quello che succede in studio e quello che succede dal vivo? Cosa dobbiamo aspettarci dalla Rampallonata, che partirà il 4 luglio da Torino?

Dopo Torino saremo l’11 luglio a Milano, il 18 a Bologna e il 25 a Roma.

Potrei risponderti ironicamente dicendo che sarà tutto uguale all’anno scorso. In realtà, per come lavoriamo, non riusciamo mai a fare la stessa cosa due volte. Ci saranno le canzoni del disco, ma la vera differenza è che la Rampallonata non è un concerto: è uno spettacolo. Quest’anno racconterà un intero anno di vita attraverso il passare dei mesi. Alcune cose saranno familiari, molte altre saranno completamente nuove. Inoltre ci sarà una novità importante: due palchi. Oltre alla Rampallonata ci sarà la Tamangata, un secondo momento dello spettacolo. Abbiamo costruito un palco ottagonale, completamente blu, attorno al quale il pubblico potrà disporsi a 360 gradi. Ci piace l’idea che le persone possano ritrovarsi davvero intorno a qualcosa, condividendo lo stesso spazio.

È un’immagine molto bella: un palco che invita a stare insieme e uno spettacolo che si sviluppa in tutte le direzioni. Grazie davvero per il tempo che ci hai dedicato. Ci vediamo sottopalco.

Grazie a voi. Ci si vede presto in tour.

Articolo a cura di Angela Todaro

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