Agosto 20, 2026
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Trentaquattro edizioni, diciotto giorni di festa, quasi 900 volontari e una regola che sembra sempre più controcorrente: tenere i prezzi bassi, anche quando il mercato della musica dal vivo corre nella direzione opposta. La Festa di Radio Onda d’Urto è diventata un’istituzione, ma non ha mai smesso di rivendicare la propria natura popolare. Dal 2005, a costruirne la programmazione è il suo direttore artistico, che in questi anni ha visto cambiare profondamente il modo di fare, vendere e consumare musica.

Il problema è sempre lo stesso: come portare pubblico senza inseguirlo? Come scovare gli artisti prima che esplodano, quando i numeri sembrano ormai decidere tutto? E soprattutto, quanto può ancora permettersi di costare un concerto in un Paese in cui gli stipendi non crescono alla stessa velocità dei biglietti?

Ne abbiamo parlato con Luciano Taffurelli, direttore artistico del festival.

La Festa di Radio Onda d’Urto è arrivata alla trentaquattresima edizione. Dopo più di vent’anni alla direzione artistica, come si fa a restare alternativi quando si è diventati un’istituzione?

È diventata un’istituzione perché è durata nel tempo, ma rimane alternativa perché continuiamo a proporre prezzi popolari. È un po’ questo il connubio.

Il prezzo è infatti uno dei temi centrali della musica dal vivo di oggi. I biglietti sono sempre più cari, mentre voi avete scelto di mantenere una dimensione accessibile. Quanto condiziona questa scelta la programmazione?

Moltissimo. Abbiamo un tetto sul prezzo dei biglietti e quindi spesso dobbiamo rinunciare anche a dei bei nomi, perché per portarli dovremmo mettere in campo un biglietto troppo alto, che non rientra nei nostri principi.

Fare ogni anno una programmazione di qualità con ingressi bassi e popolari è un’impresa.

Quindi un direttore artistico può trovarsi a rinunciare al grande nome per difendere un’idea di festival.

Sì. È quello che facciamo. Anche se dalla mia posizione è sempre più difficile trovare artisti che abbiano un cachet compatibile con la nostra formula.

Quanto conta il fiuto, invece, nel riconoscere un artista prima che lo facciano i numeri?

Purtroppo anche noi siamo un po’ schiavi dei numeri, perché la festa è anche un momento di autofinanziamento per la nostra emittente. Però cerchiamo di bilanciare le proposte che fanno numeri con quelle che magari non ne fanno molti, ma portano qualità musicale.

La ricerca principale è individuare chi poi esploderà: artisti che magari sono già abbastanza conosciuti, ma non sono ancora esplosi.

In passato vi è successo con artisti come Tedua e Lazza.

Esatto. Li abbiamo avuti quando erano ancora proponibili per il nostro ambito. Poi sono esplosi e chiaramente non lo sono più.

È una ricerca che continuo a fare: individuare gli emergenti che potrebbero diventare famosi. Naturalmente non tutti poi lo diventano.

Ma le è mai capitato di innamorarsi artisticamente di un progetto che il pubblico non ha capito?

Da quello che mi ricordo, no. Finora è capitato che quello che personalmente pensavo avesse un buon riscontro lo abbia poi effettivamente avuto.

Quindi l’obiettivo non è semplicemente portare gente, ma non rincorrere ciò che porta gente.

Esatto. Noi abbiamo anche uno zoccolo duro di persone che vengono a prescindere dal concerto. Ogni sera, alle 23.30, l’ingresso diventa gratuito e lo show principale finisce a mezzanotte. Ci sono undici sere con ingresso gratuito dalle 19 alle 20.

La festa vive anche di dibattiti, presentazioni di libri e concerti dopo la mezzanotte sui due palchi minori. Anche dopo la mezzanotte mantiene tutto il suo fascino.

E quanto è ancora sostenibile l’idea che la musica dal vivo debba essere accessibile a tutti?

Secondo me rimane pochissimo margine. Si stanno già vedendo i primi risultati: non tutti i festival commerciali con biglietti molto alti stanno funzionando.

C’è anche la questione dei sold out e della concentrazione delle date.

Soprattutto per le agenzie è più vendibile un finto sold out che una serie di date nei club più piccoli in giro per la penisola.

Anni fa un artista faceva Milano, Bergamo, Brescia, Mantova. Chi faceva un tour invernale faceva più date. Adesso si tende a concentrare tutto: una data a Milano, una a Roma, sold out e poi quella situazione diventa più vendibile per l’estate.

Il problema, però, è che il pubblico non ha soldi infiniti.

Esatto. Se fai a Milano tre o quattro concerti, non puoi spendere metà stipendio in concerti. La gente fa delle scelte e spesso rinuncia proprio agli artisti meno conosciuti. Per gli emergenti diventa quindi sempre più difficile uscire.

E questa dinamica è ancora più evidente fuori dai grandi circuiti. Lei vede questa difficoltà anche nella vostra esperienza?

Sì. La concentrazione delle date penalizza soprattutto chi vive lontano dai grandi centri. Se in inverno in una città non succede praticamente nulla e poi in estate si concentrano venti concerti in pochi giorni, diventa impossibile per il pubblico seguire tutto.

Torniamo alla Festa. Dietro i concerti c’è una macchina enorme. Qual è la parte che il pubblico non vede?

Il lavoro dei volontari. Abbiamo quasi 900 volontari per 18 giorni.

Novecento persone.

È un numero impressionante. Senza di loro non riusciremmo a portare avanti diciotto giorni di festa. Io, più invecchio, più mi chiedo come sia possibile stare qui dodici o tredici ore al giorno. Però sono loro che permettono di tenere in piedi questa macchina.

E riuscire a tenere insieme festival musicale e festa popolare sembra diventare sempre più difficile.

Infatti. Noi abbiamo trovato questa formula: ci sono soltanto sette ingressi in cui facciamo pagare dall’apertura dei cancelli, e comunque con biglietti bassi.

Personalmente sarei favorevole ad alzare uno o due prezzi per poter arrivare a qualche artista di maggiore nome. Ma per il momento mi piace molto la dimensione popolare.

Anche perché alzare troppo i prezzi rischierebbe di tradire la natura stessa della festa.

Esatto. È quello il problema. Tanti chiedono determinati nomi, ma poi sai che hanno cachet troppo alti e che per portarli dovresti mettere biglietti che non sarebbero più popolari.

Dopo vent’anni alla direzione artistica, cosa la annoia della musica italiana di oggi?

Più che la musica, mi annoiano certi comportamenti delle agenzie e dei manager. Alcune richieste sono veramente superficiali, quasi da star. È una cosa che non mi piace di questo ambiente.

Quello che invece mi fa andare avanti è la disponibilità dei musicisti, che spesso sono molto diversi dalle richieste che arrivano dalle agenzie e dai manager.

L’umanità che riscontro in alcuni musicisti e il loro entusiasmo.

Questa edizione è dedicata a Jean-Luc Stote, che per anni ha seguito la redazione musicale della festa e che è scomparso l’anno scorso. Cosa cambia nella costruzione di un cartellone quando viene a mancare una persona con cui hai condiviso per anni uno sguardo sulla musica?

Jean-Luc è sempre stato un grande intenditore di musica. Ha portato a Brescia la Festa della Musica direttamente dalla Francia.

Manca molto, soprattutto alla radio e nelle trasmissioni che faceva. Manca la sua cultura, la sua umanità, il suo sarcasmo. Manca parecchio.

Era anche una persona con la quale mi consultavo spesso, perché conosceva la musica dal lontano 1978.

Ultima domanda: carta bianca, nessun problema di budget. Chi porta domani alla Festa di Radio Onda d’Urto?

Patti Smith, Blondie e Idles.

Tre nomi.

Sì.

E per chiudere il poker?

Nick Cave.

Non male.

Magari prima o poi riusciamo a portarli.

E tra gli artisti italiani che stanno arrivando adesso, invece, c’è qualcuno che terrebbe d’occhio?

Ci sono tanti emergenti interessanti. È quello che continuiamo a cercare.

Ed è forse questa la scommessa più importante della festa: provare ad arrivare prima dei numeri.

Sì. Cercare chi ancora non è esploso, ma potrebbe farlo. E continuare a dare spazio alla musica che vale, mantenendo una dimensione popolare.

In fondo, è questo che cerchiamo di fare.

Ed è forse proprio qui che sta la sfida della Festa di Radio Onda d’Urto: continuare a essere un’istituzione senza comportarsi da istituzione. In un mercato che concentra i concerti, alza i prezzi e misura sempre più il successo attraverso i numeri, la festa continua a scommettere sulla scoperta, sulla partecipazione e su un’idea di musica come spazio condiviso. Non è una formula facile da difendere, soprattutto dopo trentaquattro edizioni. Ma forse è proprio questa ostinazione a renderla ancora, nonostante tutto, alternativa.

Articolo a cura di Angela Todaro

Photo Credit Gabriella Liotti

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