La chiamata arriva pochi giorni dopo l’uscita di Non c’è fretta. Dall’altra parte del telefono, Nico Arezzo ha la voce di chi è appena arrivato alla linea del traguardo del secondo album “gattonando e strisciando”, come dice lui. Dopo due anni fatti di date, premi e aperture a grandi cantanti, si è chiuso dieci giorni in una baita sulla Sila per scrivere un disco sul tempo. Un disco che parla di rallentare, fatto però in un mese. È questo il primo paradosso di “Non c’è fretta”: un disco che invita a rallentare nato nell’urgenza. In questa conversazione telefonica, Nico racconta i luoghi del nuovo lavoro – dalla baita al Garda, da Bologna alla Sicilia – e i pensieri che ha scelto di non lasciar scivolare via, pronto a un anno da passare suonando, suonando, suonando.
Se Non c’è mare era una mappa di luoghi e radici, Non c’è fretta sposta lo sguardo sultempo. Mi sembrano raccontare entrambi un senso di mancanza, ma non sento molta malinconia, quanto lucidità. Confermi?
Il primo album è assolutamente quello che hai detto, perché credo contenesse nostalgia, mancanza, un bisogno di trovare casa in quello che non assomiglia per niente a casa, e avere la consapevolezza che è lontana. Credo che adesso questa sensazione sia un po’ mutata, sia cambiata, perché ne sono cosciente: sta passando il tempo, sto creando e costruendo a poco a poco, mattone dopo mattone, quello che nella mia testa c’è da tempo. Adesso riesco a intravedere le fondamenta di questa casa, mi sto già immaginando l’arredamento, in pratica. Quindi la consapevolezza delle cose che cambiano c’è perfettamente oggi e c’è anche un po’ più di tranquillità in questo pensiero. Ciò che probabilmente era prima distanza, adesso è rifugio: la mia testa va in ciò di cui ero nostalgico prima quando ha bisogno di stare meglio. Però non c’è più troppa tristezza riguardo allo spazio e ai luoghi della mia vita. Mi rendo conto adesso di sentirmi più a mio agio nei posti che vivo e che ho vissuto – che prima magari non sentivo troppo miei. Questo è forse il centro di questo secondo round.
Nel 2024 hai fatto più di 50 date, aperture per Pausini e Consoli, vinto Musicultura e hai continuato nel 2025 con tanto lavoro dal vivo e non. Hai fatto un disco che si chiama Non c’è fretta e parla di rallentare. È una reazione a questi ultimi due anni?
Sai che in realtà è proprio un paradosso e un auspicio, perché Non c’è fretta è un rendersi conto che tutto quello che c’è attorno a me va velocissimo; di conseguenza vado velocissimo anch’io senza rendermene conto. Mi faccio inglobare da tutto quello che vivo e dal tempo in cui vivo; vorrei tanto provare a fermarmi un po’, a rilassarmi, a tranquillizzarmi. Non mi viene bene, quindi ‘Non c’è fretta’ è un po’ un consiglio che cerco di darmi senza rispettarlo troppo. Tra l’altro, in Non c’è fretta affermo l’importanza di fermarsi e rallentare, mentre in realtà ho fatto un album in un mese perché avevo scadenze; sarebbe abbastanza incoerente se dicessi “sì, credo sia fondamentale rallentare, io sono un uomo meditativo eccetera”. Sta minchia, perché sono completamente come tutti con gli occhi chiusi e con le gambe che vanno da sole, praticamente. Mi rendo conto di tutto quello che si è fatto e nell’ottica lavorativa capisco che è un momento in cui sto vivendo tanto. Ho tanta voglia di raccontare cose e più ne racconto più continuo a stare in giro e più ne vivo altre. Sicuramente è un momento in cui non voglio fermarmi. La cosa che consiglio a me stesso tramite questo album, e che cerco inevitabilmente di consigliare a tutti, è che magari fermarsi è complesso, però provare a rallentare è una soluzione che si potrebbe prendere.
Hai detto che le tue storie sono “pensieri che hai scelto di non lasciar scivolare”. Ma come riconosci un pensiero che merita di diventare canzone?
In realtà, sai che non credo abbiano un colore diverso rispetto agli altri…Secondo me tutte le storie che io racconto partono da quel che mi succede quotidianamente- se io o tu andassimo ad analizzare quello che ci è successo oggi, troveremmo almeno 5-6 cose di cui parlare – ma sono pensieri che restano veramente poco nella nostra testa. Io non riesco a fermare me, in generale, ma fermare i pensieri è una cosa che mi viene bene perché mi sento a mio agio e perché sono curioso di farlo. Riesco a fermare più pensieri chearrivano, quello sì. Credo ci siano tantissime cose interessanti nelle nostre giornate: basterebbe anche solo mettersi in testa di fare una passeggiata di 5 minuti, una sigaretta, un caffè fuori e osservare attorno, e avresti 150 milioni di pensieri che sono tuoi e solo tuoi. Sono dei pensieri ultra personali, ma se questi pensieri che ti passano per la testa li comunichi a qualcuno, ti accorgi al 90% che sono cose che pensano tutti; è solo che non ne parliamo, e questo è strano. Quando ho avuto la difficoltà per esempio dello spazzolino – riprendo quella canzone del primo album perché è proprio un oggetto ciò di cui parla, quindi mi viene più facile come esempio – la difficoltà nel portare lo spazzolino a casa di lei eccetera eccetera, non pensavo fosse una cosa che stavo vivendo solo io. Appena la pubblicai, tutte le persone all’ascolto midissero: “cazzo ma lo sai che mi è successa la stessa cosa una settimana fa? Pensavo: minchia, ora come glielo porto?!”. Sono cose che capitano a tutti costantemente. Bisogna solo riuscire a intuire quando c’è qualcosa di un pochino più interessante – ne siamo pieni –e metterci un occhio un pochettino più attento ogni volta sopra.Vero, io sono un musicista, ma che sia un foglio, una penna, che sia un dipinto, questa mia tendenza a fissare le cose è data da una profondissima e – come dire – attestata problematica di memoria. Ci sono parecchie cose che purtroppo vorrei ricordare ma di cui non riesco a ricordarmi. Un po’ la musica in questo aspetto mi salva, perché prendo delle cose che mi interessano, che mi incuriosiscono, e scrivendoci qualcosa sopra le fisso. Questa è una cosa che mi aiuta parecchio ma, al di fuori delle proprie memorie personali, credo sia un esercizio interessante da fare per tutti.
Non c’è mare l’hai voluto registrare in Sicilia, portando musicisti da tutta Italia come raccontato nei vlog pubblicati su Youtube. Non c’è fretta dove l’hai registrato?
Per il primo album volevo come procedimento artistico, creativo, compositivo quella cosa lì, perché il primo album parlava tanto di Sicilia e della distanza, quindi l’idea di registrarlo a casa mia era una cosa veramente importante; il secondo album, invece, parla di tempo, per cui avevo bisogno di stare in un posto che tempo non ne aveva, né velocità. Un posto in cui non correva niente. Per questo mi sono chiuso dieci giorni in una foresta da solo, in una baita sulla Sila. Sono andato sopra Camigliatello e lì ho scritto tutto il testo, la composizione,gli arrangiamenti vari; poi sono andato in un altro posto senza tempo, che era una campagna vicino al Garda, dove io e i musicisti abbiamo portato tutti gli strumenti. Lì abbiamo registrato tutto. Avevo bisogno di staccarmi da tutto quello che era la città, lo studiodi registrazione. Del lavoro in baita non uscirà niente, se non solamente l’ultimo pezzo dell’album, già fuori su YouTube. Non uscirà altro, della baita non uscirà nulla, perché voglio sia e rimanga una cosa mia; per quanto riguarda il Garda e la campagna, quindi il lavoro coni ragazzi, uscirà il nostro vlog. Appena sarà pronto lo pubblicheremo, perché in quel caso mi incuriosisce e mi piace l’idea di far vivere un attimo quello che ho vissuto in quei giorni, perché alla fine è come una gita del liceo con i tuoi amici. Devo dire che mi hai rassicurato con questa notizia! Volevo proprio chiederti dove fossero finiti i vlog pubblicati per Non c’è mare, che avevo trovato molto belli.Considera che per quelli avevo gestito tutto completamente da solo, incluso il montaggio. Per farlo mi sono ammazzato e non potevo assolutamente riproporre quest’anno questa cosa, perché sarei andato fuori di testa; così ho chiamato un mio amico e lui è venuto lì a fare dei video. Gli ho detto: “fai il cazzo che ti pare, fai quello che vuoi, prendi tutto con i tuoi occhi e poi lo rivedremo assieme”.
Nicareddu chiudeva Non c’è mare con una versione live a Cava Gonfalone. Corpo legno chiude Non c’è fretta con un live nella baita di Moccone. Perché finire un disco in studio con qualcosa che viene dal palco?
A me piace parecchio registrare e produrre, visto sono un nerd e ho 6 milioni di suoni in studio; d’altra parte, mi piace variare, fare cose strane, e quello che può dare una chitarra con voce, o un piano con una voce dal vivo, è difficile da riproporre con produzioni e dettagli che poi aggiusti in studio. Punto a essere quanto più trasparente e sincero possibile in quello che faccio, come a lasciare una piccola carezza alla fine dell’album: sincera, senza nessuna modifica; sono proprio cose registrate in modo sincero e vero. Il primo album parla di Sicilia e Nicareddu credo sia il primo pezzo in siciliano che abbia mai scritto. Per questo l’ho registrato in una cava a casa mia, nella mia città; Corpo legno, invece, è un pezzo registrato per la natura e per il posto senza tempo che è stato fondamentale per la realizzazione di quest’album; l’ho registrato proprio all’interno della baita. Ascoltandolo, mi piace poter rivivere quei momenti lì, il posto e il tempo in cui ho scritto ciò che ho scritto, perché è una cosa che mi dà molto a livello emotivo. Quello che io faccio di solito è scrivere e suonare per un’esigenza personale, anche attraverso un pezzo live che ho registrato in determinati momenti e posti, in determinate situazioni psicologiche. Ci ritorno automaticamente se ascolto quei pezzi. Mi ritrovo di nuovo lì ed è una situazione che mi piace provare.
Del lavoro nei Take Away Studios di Modena con la band hai detto che “restavate tutta la notte a parlare di qualsiasi cosa”. Le canzoni nascono lì, in quelle conversazioni, o porti cose già chiuse che poi lavorate insieme?
Nella scrittura sono difficile, perché ho bisogno del mio quadernino e del mio spazio. Certo, è fondamentale l’apporto di altre persone, che siano quelli della band, gli amici, i passanti, che mi lasciano input e stimoli. Ripenso a quello che ti dicevo prima, cioè a quella passeggiata che ti porta a un pensiero che devi poi fissare: ciò che racconto nei miei pezzi sono storie, sono cose che vivo, e le cose che vivo le vivo in solitudine o con altri. In quest’album nuovo c’è parecchia solitudine, di più rispetto al primo; ho scritto quasi tutto l’album in quei dieci giorni per fatti miei, sicuramente riprendendo pensieri dati da altre persone, ma nasce proprio da solo.
Da Non c’è mare a Non c’è fretta c’è un cambio, con meno nostalgia e più tranquillità. Dopo anni a Bologna, è diventata ormai casa?
Non me lo sentirai dire mai, perché mi viene difficile pensarlo, ma mi rendo conto che più cresco e più inevitabilmente mi servono certe cose nella vita. Ti faccio un esempio: da qualche settimana mi sono portato una macchina qui; è un dettaglio non poco influente del fatto che questa sia ormai di base la mia città. Mi sembra che le radici si stanno sempre più insinuando nel terreno; magari io non sento questo come il mio terreno, però mi rendo conto di un processo che inevitabilmente sta succedendo. Da un lato cerco di non pensarci troppo,dall’altro non mi dispiace più come prima. “Questa è casa mia” non me lo sentirei dire mai, ripeto, però ci assomiglia sicuramente.
Hai detto che tutti i featuring nei tuoi dischi sono amici e non scelte strategiche. Ma come scegli quale amico per quale canzone?
Essendo amici ancora prima di essere colleghi, funziona che a volte ci sono dei brani per cui, come quando tu hai bisogno di bere una birra e chiami un tuo amico, ci pensi in modo abbastanza naturale. Anche per le collaborazioni è stato fondamentalmente così. In base a ciò che scrivevo, ero curioso di sentire su quell’argomento o su quel mood o su quei giri o con quell’armonia lì le persone che reputavo più giuste. A volte anche a livello testuale andava così; magari pensavo: “Ok, sto parlando dell’ansia e della fretta. Sono curioso di vedere cosa ne pensa Aurora (Lauryyn, NdR)”. Così è stato tutto abbastanza naturale, con alcuni pezzi che nascono come esperimenti. Nel primo album c’era Di dove sei fatta con Prove in cui ho sperimentato col rap, perché è una cosa che mi piace parecchio nel groove. A questo giro ho pensato a Ugo Crepa, perché ero curioso di sentirlo su una base un po’ più trappeggiante del solito.
Quindi c’è anche curiosità musicale, oltre l’ambito testuale.
Tu, Anna Castiglia, De.Stradis, molti artisti usciti da Musicultura 2024 avete un sound che guarda al funk, al soul, all’R&B. Così come altri artisti come Marco Castello o Tony Pitoni. Siete tutti siciliani, tra l’altro. È una casualità generazionale o sentite di condividere qualcosa di più di un’estetica?
Non so bene. Credo che sicuramente ci sia la condivisione, lo sponsare un po’, l’assorbire ciò che si ascolta in giro. Credo che questo sia inevitabile e parte dell’evoluzione umana nel mondo. Dall’altra parte, anche chi magari noi abbiamo assorbito – e chi ha permesso questa forma di condivisione – è stato a sua volta parte di questo processo di contaminazione. Quindi credo sia inevitabile avere similitudini. Poi, secondo me non è un discorso di seguire una sorta di moda, ma credo che a livello generale negli ascolti e nell’ascoltatore ci sia una voglia enorme nell’ascoltare il suonato. Siamo passati tra tante ere musicali diverse e adesso ciò che sta uscendo fuori è così. Credo ci sia più attenzione da parte del pubblico per cui tutto ciò che è suonato, ciò che è funky sta piacendo di più all’ascoltatore, quindi inevitabilmente è più presente fuori ed emerge di più rispetto a come era prima. Credo sia un po’ un miscuglio di motivazioni: sia l’ascoltatore che ne vuole sempre di più, sia- visto che ce n’è di più – il musicista che inizia inevitabilmente a condividere la stessa tipologia di musica.
Nicareddu, Sancu, Sempri ‘a stissa: quando scegli il siciliano invece dell’italiano nei tuoi brani? È il tema che lo chiede, è una questione di suono, o è anche un modo per rivendicare un’identità?
Tutte queste cose. È una cosa che da un lato reputo importante perché poi – oltre al fatto che per fortuna il dialetto sta venendo sempre più fuori – è una lingua che alla nostra età, e coi più giovani ancor di più, viene completamente dimenticata. Ho il terrore che si dimentichi in qualche modo. Fortunatamente ci sono i paesini dell’entroterra che alzano la statistica di chi lo parla in modo elevato. Dall’altra parte mi diverte da morire usarlo perché io lo conosco, lo parlo, e l’idea di scrivere in dialetto è come se proprio stessi facendo un’altra cosa, come se a un certo punto stessi guidando una macchina che non conosci: sei curioso di vedere dove spingere, dove arriva. È una cosa nuova, stimolante. Io nei testi sono molto difficile e critico con me stesso, mentreil siciliano mi fa andare tutto liscio, limpido. Mi diverte e basta. Poi, per Anna (Castiglia, NdR) avevo semplicemente pensato: “mi piacerebbe parlare della Sicilia come se fosse una nonna, come se fosse una madre. A chi posso chiedere di farlo?”. Mi è venuta subito l’idea di Anna. Forse anche se si fosse trattato di qualcosa di diverso a livello tematico, sarebbe finita con il siciliano, perché ero curioso di vedere i risultati. L’abbiamo fatto più volte nei suoi concerti, nei miei – pezzi in siciliano insieme, intendo – e le nostre voci mi piacevano da morire insieme, quindi sarebbe capitato allo stesso modo. Se si parla della Sicilia, è ancora più facile.
Non c’è mare iniziava a Bologna e finiva in Sicilia. Non c’è fretta sposta il focus dal luogo al tempo. Questo 2026 dove ti porterà?
Ti dirò: l’anno scorso mi sono ammazzato: non è che ho corso, sono arrivato proprio alla pubblicazione dell’album gattonando e strisciando, ma l’ho fatto per un motivo e cioè per permettermi quest’anno di suonare e basta. Quest’anno voglio solo suonare, non pensare a nient’altro che non sia suonare, perché ce lo meritiamo un po’ tutti – io e la band, intendo. C’è stato un lavoro incredibilmente intenso anche di investimento l’anno scorso, perché si percepiva che le cose stavano crescendo e bisognava spingere. Quindi abbiamo spinto tutti: io e Ciccio – il mio manager – in primis, la band in secondo luogo. Tutti abbiamo spinto tantissimo, molto più di quello che è buono per una persona. Ci siamo spinti oltre in tutto, non ci siamo fermati mai, e l’abbiamo fatto per un motivo: quello di andare live quest’anno, portando uno spettacolo con due coglioni giganteschi. Non vedo l’ora di farlo perché adesso tutte le rotturine di cazzo, tutte le cose fastidiose sono passate; è andato tutto bene, l’album è fuori e sta piacendo, quindi sono contentissimo. Adesso bisogna pensare al live ed è l’unica cosa a cui voglio pensare, perché è uno sfogo per me e sarà un viaggio meraviglioso. Quindi quello che mi dico per quest’anno è cercare di raccogliere ciò che c’è, curare i micro dettagli.
Articolo di cura Michele Cornacchia
