Febbraio 15, 2026
cover album Lunedì

Mi ero proprio sbagliata. Il primo singolo Piazzale degli eroi, onestamente, non mi aveva affatto convinta: pur essendo innegabilmente “tuttifenomeniano”, mi sembrava un brano troppo immerso nel mondo di Giorgio Poi. Nonostante il secondo singolo si sia rivelato più alla Guarascio, le mie aspettative erano ormai quelle di un disco formalmente elegante, con qualche testo ironico ma più innocuo rispetto ai lavori precedenti. Invece, Lunedì è molto di più.

Su una cosa sola avevo ragione: questo è il lavoro più “musicale” di Tutti Fenomeni. Giorgio Poi non è solamente il produttore dell’album, ma una presenza fondamentale nella struttura stessa del disco. Eppure, l’album non finisce affatto per sembrare un disco di Giorgio Poi – come temevo – né tantomeno una deviazione dalla produzione di Tutti Fenomeni: in fondo, questa maggiore centralità della musica era un elemento che era già stato messo a fuoco anche tra Merce Funebre e Privilegio Raro. Se l’esordio era stato una sorta di requiem spiazzante, con il secondo disco quella provocazione si è poi fatta più densa: citare Freud o Magritte non appariva più come un modo per stupire, ma come un tentativo di creare un mondo tutto suo, dove la cultura alta diventava un modo per sconfiggere la noia del pop tradizionale. E forse proprio in Privilegio Raro avevamo iniziato a intuire che la sua musica cercasse di farsi meno minimale e più “terapeutica”, preparando il terreno per la pienezza di oggi.

Certamente è stato radicale il passaggio di consegna dal minimalismo di Niccolò Contessa – dove la musica, anche quando incalzante, rimaneva sempre un piedistallo per le parole – alla morbidezza di Giorgio Poi. Dalle batterie dritte ed elementi elettronici, si è passati ad arrangiamenti più pop che smussano gli elementi trap degli esordi. La musica ha smesso di essere un supporto e una spinta alle parole ed è diventata quasi materia narrativa: più luminosa, più pop e a tratti orchestrale, a tratti rarefatta. Brani come Formentera, ad esempio, con il suo incedere etereo e il sax (che basta già a farmi adorare l’intero album), o la dolcezza disarmante di Love is not enough che chiude il disco, mostrano un Tutti Fenomeni che sembra finalmente concedersi di più all’ascoltatore, mostrando anche quello che prima era schermato dall’ironia.

Questa nuova apertura sonora, però, non deve trarre in inganno: se la forma cambia, il DNA resta intatto. Nei testi, infatti, non è cambiato quasi nulla. Ci sono ancora tutti: Freud e Berlusconi, Mao e D’Annunzio, Truffaut e Dostoevskij, la nonna femminista e la sessuologa di Tik Tok. Resta la solita capacità di raccontare la quotidianità tra la sua storia personale, riferimenti colti e citazioni di cantautori come De André e De Gregori. Ma c’è una consapevolezza nuova, è come se quel volto magrittiano di Privilegio Raro si togliesse il velo e si presentasse per la prima volta in copertina. In questo nuovo album, è un Tutti Fenomeni più scoperto a raccontarci l’eterno alternarsi di squallore e bellezza del nostro mondo, tramite i suoi occhi sagaci.

E se dovessi scegliere il manifesto di questo sguardo, sarebbe senza dubbio Mao, il brano che rimane più in testa. E paradossalmente non per la brillante frase “E siccome il mondo è per gli adulti / Lo copriremo di insulti / E per contrastare l’ignoranza / Inventeremo una danza”, ma per il ritornello. Sono giorni che canticchio “l’amicizia uomo-donna è possibile / Sono curioso di sapere se dura”, una frase che è ormai una banalità, detta e ridetta, ma che dentro racchiude tutto il senso del disco: il dubbio, la nostalgia, l’impossibilità di tornare bambini, la fatica di crescere e di dover diventare cinici.

È proprio in questo alternarsi di cinismo e sentimento che si muove tutto l’album. Si parla di Dio e di religione, di sesso e di amore, di tecnologia e politica, ma restando sempre ancorati al reale. Ecco, se dovessi descriverlo con un solo aggettivo, Lunedìè un album profondamente concreto. Lo è a partire dal titolo, che non appare né casuale né, tantomeno, malinconico; anzi, chi dice il lunedì sia il giorno più triste dovrà ricredersi. Lunedì è il giorno in cui si ricomincia anche se non si ha voglia, quello in cui forse non si è guariti, però si è vivi.

Questo non significa che l’album parli di salvezza – un termine che non emerge mai –, ma piuttosto di sopravvivenza. Racconta la possibilità di convivere in un mondo in cui non si ha paura della morte ma dell’inflazione, in un mondo in cui Vittorio potrebbe farsi fregare la ragazza dall’AI. Un mondo che è lucidamente descritto dalla voce di un bambino – il nipote di Tutti Fenomeni – in La felicità del cane, dove viene elencata una serie di frasi apparentemente sconnesse come perfetto resoconto della nostra amara contemporaneità.

Se proprio bisogna trovare una pecca dell’album, è una sciocchezza: Lunedì non è uscito di lunedì e manca un feat. con i Tauro Boys (scherzo, ma non troppo). A parte questo, Lunedi è un disco che sarebbe sbagliato definire disincantato, perché è piuttosto terreno, lucido e ironico. Perché in fondo tra il Big Bang e l’Apocalisse, come ripete ossessivamente, qualcosa continua a muoversi e non necessariamente per migliorare. Nemmeno l’amore salva qualcosa e Vanagloria lo dice senza giri di parole: amare fa invecchiare, fa piangere quando si è felici, non spiega niente. Ma resta l’unica cosa che, nonostante tutto, vale la pena continuare a interrogare.

Articolo a cura di Emma Salone

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