Maggio 19, 2026
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Quarantaquattro anni di spettacoli non sono solo una cronologia: sono una mappa emotiva, politica e culturale della città. Il Teatro Colosseo sceglie di guardare indietro per andare avanti e lo fa con un gesto concreto e contemporaneo: la nascita dell’Archivio Digitale, un progetto che rende accessibile oltre un migliaio di spettacoli e migliaia di materiali tra foto, video e manifesti storici.

Non un’operazione museale né un esercizio di nostalgia, ma un archivio vivo, pensato come spazio collettivo di memoria e come strumento per interrogare il presente dello spettacolo dal vivo. Finanziato dal PNRR e costruito in un anno e mezzo di lavoro accurato e appassionato, l’Archivio Digitale del Teatro Colosseo restituisce alla comunità un patrimonio che appartiene a tutti: artisti, spettatori, generazioni diverse che si sono incontrate sotto lo stesso palco.

Ne parliamo con Claudia Spoto, direttrice del Teatro Colosseo, per capire cosa significa oggi archiviare il teatro, quale idea di futuro contiene questo progetto e perché la memoria, se condivisa, può diventare un atto profondamente politico.

In un’epoca che vive di presente perenne, scegliere di investire tempo e risorse sulla memoria è quasi un atto controcorrente. Quanto è stata politica, oltre che culturale, questa scelta?

«Forse entrambe le cose. Credo che la storia del Teatro Colosseo, che conosco profondamente, spieghi molto il tipo di teatro che siamo. È una storia che ha un fascino coerente con il nostro carattere e con la nostra identità. Mi piaceva l’idea di condividerla, di permettere al pubblico di ritrovarsi nella storia del Colosseo. Questo era l’aspetto che più mi affascinava. E poi mi piaceva molto l’idea dell’archivio “C’ero anch’io”.»

«L’idea è questa: io faccio il primo passo, mettendo a disposizione la nostra storia, e il pubblico viene incontro a noi. Ognuno può riconoscere lo spettacolo in cui c’era, un momento vissuto qui, qualcosa che si collega a un pezzo della propria vita. È quasi una memoria raccolta dal pubblico, perché spesso le persone mi raccontano: “Sono venuto a vedere quello spettacolo”, “Ero lì quella sera”. Esiste un ricordo partecipato, profondamente legato al luogo e allo spettacolo.»

L’archivio digitale nasce dopo 44 anni. Quando avete capito che non si trattava più solo di conservare, ma di restituire questa memoria alla città?

«Era un’idea che avevo in testa da tempo. Poi è uscito il bando del PNRR che finanziava gli archivi e ho pensato: è questa l’occasione giusta. Dovevamo farlo.»

Lei ha dichiarato che la memoria non è nostalgia. In che modo questo archivio dialoga con il presente, e non solo con il passato?

«Il dialogo avviene soprattutto attraverso la sezione “C’ero anch’io”. È un modo per approfondire qualcosa che hai visto e che magari, in quel momento, hai vissuto in modo più superficiale. Abbiamo fatto un grande lavoro, ad esempio, nel recuperare i crediti: regista, costumista, light designer. Oggi non si usa quasi più, se non nei teatri stabili o pubblici, ma per me era fondamentale.

Quando si va a teatro ci si concentra sul titolo e sull’artista. Poi, con il tempo, cresce il desiderio di sapere di più su ciò che ti ha emozionato. Ho pensato l’archivio in questo modo. È un progetto in evoluzione: c’è pochissimo testo, a parte crediti e immagini. Non volevo raccontare le trame, che si trovano ovunque online. L’idea è raccontare il contesto: cosa succedeva in città, ad esempio, cosa faceva Dario Fo quando veniva a Torino. È un racconto prezioso, oltre che bellissimo.»

Quindi l’archivio non è solo la storia degli artisti, ma anche di ciò che accadeva intorno a loro.

«Esattamente. È il racconto di ciò che avveniva quando quell’artista era qui. Con Luca Ravenna, ad esempio, abbiamo iniziato subito a farlo: quando uno spettacolo passa dal sito all’archivio, carichiamo anche la foto che lui ha postato mentre firma il libro in camerino, o il post del sindaco sullo spettacolo. Tutto ciò che gravita intorno all’artista e alla città entra nell’archivio.»

Guardando gli oltre 1100 spettacoli raccolti, emerge un filo rosso che racconta l’identità del Teatro Colosseo?

«Secondo me sì, anche se non so se lo vedo solo io. Ogni spettacolo è catalogato per stagione, perché credo che il Colosseo abbia sempre rappresentato il tempo in cui viveva. Gli artisti che ospitiamo raccontano il presente: oggi può essere Angelo Duro, trent’anni fa erano Dario Fo o Luttazzi. Il nostro filo rosso è cercare contenuti che, stagione dopo stagione, rappresentino il momento storico.»

Il Colosseo è sempre stato attraversato da linguaggi diversi: teatro, musica, comicità, parola. L’archivio riesce a restituire questa pluralità?

«Sinceramente credo di no. È davvero tantissimo materiale, e forse nemmeno il digitale è lo strumento migliore: rischia di diventare dispersivo.»

Un anno e mezzo di lavoro tra ricerca e digitalizzazione. Qual è stata la sfida più complessa e la scoperta più emozionante?

«La sfida più grande è stata la scansione del materiale cartaceo. I manifesti erano centinaia, arrotolati da anni: abbiamo dovuto stenderli, lasciarli sotto dei pesi, trattarli con grande attenzione. È stato un lavoro enorme. Inoltre, chi si è occupato della digitalizzazione non aveva vissuto questi quarant’anni di teatro: immergersi in tutto questo senza un’esperienza diretta non è stato semplice.

La scoperta più emozionante, invece, è stata l’entusiasmo con cui l’archivio è stato accolto. Non me lo aspettavo. Tutto quello che ho letto è stato un riscontro estremamente positivo, sia sull’idea che sulla sua realizzazione.»

C’è stato un documento, una foto, un video che l’ha colpita più degli altri, a livello personale?

«Sì. Quando abbiamo ritrovato il manifesto di In principio era il Trio di Lopez, Marchesini e Solenghi. Quando Lopez e Solenghi sono tornati in teatro, ho fatto trovare loro una copia del manifesto in camerino. Si sono commossi. È stata una reazione fortissima, soprattutto perché era un manifesto che neanche loro avevano più, e con Anna che non c’era già più.

Io ne avevo tre copie: una l’ho data a Massimo, una a Tullio, e una è rimasta al Colosseo. Questa cosa mi piace molto. Anche perché era uno spettacolo straordinario.»

La sezione “C’ero anch’io” mette al centro il pubblico. Perché era importante riconoscerlo come parte attiva della storia del teatro?

«Perché lo è. Il Colosseo non sarebbe quello che è senza il suo pubblico. È un pubblico che non è fatto solo di addetti ai lavori, ma di persone che scelgono il Colosseo perché si sentono parte di una filosofia, di una linea. Io so di poter contare su di loro.

Quest’anno, ad esempio, abbiamo fatto uno spettacolo per Capodanno che era un vero azzardo: una compagnia spagnola che cantava lirica facendo ridere. Un’operazione rischiosa. Abbiamo fatto il tutto esaurito. Il pubblico non sapeva nemmeno esattamente cosa sarebbe andato a vedere: è venuto sulla fiducia. E il Colosseo, il suo pubblico, non lo tradisce mai.»

Che ruolo può avere un archivio quando memoria privata e memoria ufficiale si incontrano?

«Mi aspetto che si ufficializzi una community che esiste già nella realtà del Colosseo. Che l’archivio diventi un luogo di incontro virtuale per questa comunità.»

L’archivio è pensato come un progetto aperto. Quali sviluppi immagina per il futuro?

«Immagino un racconto sempre più approfondito di ciò che accade quando uno spettacolo è in città. Vorrei che diventasse uno strumento anche per artisti, ricercatori, musicisti, ma anche per i ragazzi che non hanno vissuto il Colosseo negli anni Ottanta o Novanta.

Sono stata molto rigorosa sui crediti proprio per questo: mi immagino i tecnici, i costumisti, i light designer che cercano il loro nome. Questo archivio deve essere uno spazio in cui tutti coloro che hanno contribuito a uno spettacolo possano riconoscersi.»

Se dovesse raccontare l’archivio digitale del Teatro Colosseo con un’immagine o una parola, quale sceglierebbe?

«Ho sempre difficoltà con queste definizioni. Credo che siano le cose stesse a doversi raccontare. Io metto a disposizione qualcosa che ritengo giusto, poi ognuno lo legge e lo interpreta a modo suo.»

Che invito vorrebbe fare a chi visiterà l’archivio per la prima volta?

«Di esplorarlo tutto, anche solo scorrendo la pagina degli spettacoli. Di fermarsi su ciò che colpisce di più, ma soprattutto di guardare tutti i manifesti, per capire quanta storia c’è dentro. È un viaggio di scoperta nella nostra memoria.»

Vi invitiamo dunque a cliccare su archivio.teatrocolosseo.it

Articolo a cura di Angela Todaro

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