Si apre la nuova stagione teatrale del Teatro della Città di Siracusa. Il cartellone stagionale è già pronto, con dieci promettenti appuntamenti che accompagneranno il pubblico fino al prossimo maggio, con una varietà di spettacoli di sicuro livello artistico.
Ma intanto prima ancora dell’avvio ufficiale degli spettacoli in programma, nella maniera più propizia, la splendida cornice del Teatro Comunale, ospita, a fare da apripista, quale speciale evento inaugurale, un graditissimo ritorno: ovvero, la rappresentazione di Il Malato Immaginario affidata alla regia di Salvo Ficarra.
Lo spettacolo torna, dunque, praticamente pressoché puntuale a un anno dalla sua precedente messa in scena a Siracusa, a conferma del successo riscosso di critica e dell’apprezzamento generoso ottenuto da parte del pubblico nel suo successivo tour.
E, in effetti, si tratta di uno spettacolo rodato e messo ottimamente a punto che brilla in termini di interpretazioni attoriali e di varietà dei registri artistici portati sulla scena, tanto da concedersi la libertà di spaziare da tratti da commedia allegra a tratti accattivanti da commedia musicale.
Misurarsi con la riedizione di un classico non è mai semplice: ancora più difficile è l’impresa quando a fare da testo è un classico della grandezza di Molière. Ma la mano di Ficarra disegna, a servizio della ‘riscrittura’ del capolavoro letterario, un reset convincente, capace di dialogare con l’originale, servendosi di brillanti chiavi di interpretazione, piuttosto in sintonia con echi contemporanei.
Il prototipo del Malato Immaginario, d’altra parte, non è lontano dal raccontare manie e ossessioni che attraversano lo sfondo della contemporaneità.
Il tavolino dei farmaci e dei mille rimedi per ogni sintomo di malessere non è, a pensarci bene, la cassetta di ‘pronto soccorso’ a cui attinge a piene mani solo l’ipocondriaco Argan, padrone della scena, ma è qualcosa che sta ormai, in lungo e in largo, a segnare una presenza costante nell’arredo domestico dei nostri tempi. Viene da pensare a certi report che periodicamente ci informano circa la crescita esponenziale del volume di medicine, pastiglie, creme, più o meno appartenenti a categorie farmaceutiche o riconducibili all’ambito dei ‘remedia naturalis’, di cui oggi tendiamo un po’ tutti a fare uso, già all’apparire di qualche sintomo minimamente ‘preoccupante’.
Il taglio interpretativo dato alla commedia, in tutti i casi, spinge a sottolineare altri aspetti in piena sintonia con la scrittura di Molière, ma anche questi del tutto in linea con la rappresentazione di certe deformazioni contemporanee. Anzi, una delle note più incisive della regia di scena sta nel saper leggere con pungente ironia tutto ciò che si muove attorno allo psicodramma dell’ipocondria, nel senso delle fantasiose prescrizioni terapeutiche, della rigorosità delle terapie clisteriche e finanche dell’esposizione del malato a fittizie speculazioni pseudoscientifiche. Su questo filo di discorso, la commedia di Ficarra ricorda un po’ l’ingegnosa ironia di quel Dotti, medici e sapienti, con cui, un bel po’ di anni fa, un tagliente testo di Bennato dava voce a un’efficace satira su analoghi temi.
D’altra parte, la commedia indugia simpaticamente sul dramma amoroso che fa da contrappunto al motivo principale dell’ipocondria: le peripezie che tengono sul filo Angelica e Cleante trasferiscono alcune parti di scena sul piano di deliziose aperture musicali che innalzano notevolmente il tono dello spettacolo, grazie anche all’amabilità delle musiche curate da Lello Analfino.
Sicuramente, va sottolineata la padronanza di scena manifestata dai principali protagonisti: Angelo Tosto nei panni di Argan e Giovanna Criscuolo nelle vesti della ‘cameriera’ Antonietta spiccano con assoluta evidenza; ma in verità, la qualità attoriale è completa su tutti i versanti e ogni attore sulla scena merita un pieno applauso.
Se, insomma, la commedia torna a fare il suo giro di scena, ci sono motivi sicuri per andare a vederla o anche a rivederla. Il tempo di un’allegra serata è assicurato: con la garanzia della firma di Salvo Ficarra.
