Agosto 11, 2026
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Dimenticare gli Strokes di Is This It è probabilmente il primo passo per capire davvero Reality Awaits. Non perché Julian Casablancas e compagni abbiano perso la capacità di scrivere canzoni, ma perché a venticinque anni dall’esordio continuare a chiedere una nuova “Last Nite” significa ignorare il percorso compiuto dalla band.

Il nuovo album prende definitivamente le distanze dall’etichetta di “salvatori del rock” che gli è rimasta addosso dagli inizi degli anni Duemila. Più che rincorrere il passato, Casablancas sceglie di raccontare il presente, con un disco che rinuncia al singolo destinato a diventare un classico ma guadagna in compattezza e identità. Da questo punto di vista, Reality Awaits appare più convincente del precedente The New Abnormal: meno immediato, forse, ma decisamente più coerente.

Le prime anticipazioni avevano diviso il pubblico. L’uso marcato dell’Auto-Tune e l’andamento irregolare di “Falling Out of Love” avevano alimentato qualche perplessità, ma inseriti nella sequenza dell’album quei brani acquistano una logica diversa. Anche gli interventi vocali processati non sembrano una concessione alle mode, quanto un ulteriore tassello dell’evoluzione sonora della band.

Gli Strokes continuano infatti a giocare con la propria identità. Restano riconoscibili, ma contaminano il loro linguaggio con elementi new wave, synth, vocoder e arrangiamenti sempre più stratificati. Una trasformazione che affonda le radici nella collaborazione di Casablancas con i Daft Punk in “Instant Crush”, momento chiave per comprendere la direzione intrapresa negli ultimi anni.

Il disco è costellato di richiami che vengono però rielaborati senza trasformarsi in semplice nostalgia. “The Fruits of Conquest” richiama il rock elegante degli ultimi Rolling Stones, mentre nella conclusiva “Tyrants of the Mellow Moon” affiorano echi dei Radiohead di OK Computer, sostenuti dall’intreccio chitarristico di Albert Hammond Jr. e Nick Valensi.

L’apertura affidata a “Psycho Shit” introduce subito il clima del lavoro: chitarre affilate, ritmiche meccaniche, venature elettroniche e un testo che affronta anche temi politici, tra cui il conflitto a Gaza. Una dimensione che attraversa buona parte del disco, probabilmente il più esplicitamente impegnato della carriera degli Strokes.

Brani come “Dine N’Dash”, “Lonely in the Future” e “Going to Babble On” mostrano una band interessata più a decostruire il proprio linguaggio che a riproporre formule collaudate, mentre “Going Shopping”, primo singolo, rimane uno degli episodi più accessibili senza rappresentare però il classico pezzo destinato a segnare un’epoca.

È proprio qui che si gioca il valore di Reality Awaits. Manca la hit capace di imporsi come accadeva nei primi anni Duemila, ma c’è un album che fotografa con lucidità il momento attraversato dalla band e il contesto in cui si muove. Più che un ritorno al passato, è la conferma di un percorso che gli Strokes hanno scelto di seguire ormai da tempo.

“In Transit Part II”: il dietro le quinte del nuovo album

Ad accompagnare l’uscita di Reality Awaits arriva anche In Transit Part II, mini-documentario di circa dieci minuti diretto da Johann Rashid, già autore dell’immagine visiva del disco. Il filmato racconta le sei settimane di registrazione trascorse in Costa Rica insieme al produttore Rick Rubin, tra session all’aperto, prove, momenti di relax e confronti sul lavoro in studio.

Il titolo richiama volutamente In Transit, il documentario realizzato nel 2001 durante l’ascesa della band con Is This It. Se allora gli Strokes erano presentati come i nuovi salvatori del rock, oggi il sequel restituisce l’immagine di un gruppo che sembra aver definitivamente archiviato quell’etichetta, preferendo raccontare la propria evoluzione senza inseguire il mito delle origini.

Articolo a cura di Angela Todaro

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