Dopo un disco capace di trasformarsi in fenomeno culturale, la sfida più difficile non è replicare il successo, ma sopravvivergli. È il nodo attorno a cui ruota Music, Fashion, Film, il nuovo album di Charli XCX: un lavoro che rinuncia deliberatamente alla ricerca dell’impatto immediato per raccontare il momento più delicato della sua carriera.
Quando, nei mesi scorsi, Charli aveva liquidato il progetto con una frase provocatoria — «il dancefloor è morto, quindi adesso facciamo rock» — molti l’avevano interpretata come una trovata promozionale. Ascoltando il disco, però, quella battuta assume un significato diverso. Non tanto perché Music, Fashion, Film sia davvero un album rock nel senso tradizionale del termine, quanto perché fotografa la fine di una stagione.
L’universo di Brat aveva trasformato la cultura del club in un fenomeno globale, portandola ben oltre i suoi confini naturali. Ma ogni esplosione popolare porta con sé il rischio dell’esaurimento. Charli sembra esserne perfettamente consapevole e sceglie di non inseguire una seconda Brat Summer. Preferisce interrompere il ciclo prima che diventi una caricatura di sé stessa.
Il risultato è un disco attraversato da una domanda costante: cosa succede quando il successo diventa un peso invece che una conquista?
Tra ironia tagliente e confessioni sempre più esplicite, Charli mette in discussione la propria identità artistica. Si interroga sul futuro, sulla possibilità di dedicarsi al cinema, sul rapporto tra creatività e sofferenza, fino a chiedersi quanto dolore venga realmente trasformato in arte e quanto, invece, diventi soltanto una giustificazione personale. È probabilmente questo il cuore dell’album: più che raccontare un’estetica, racconta uno stato mentale.
Anche musicalmente Music, Fashion, Film rappresenta una deviazione rispetto al passato. Il contributo di A. G. Cook e Finn Keane resta fondamentale, ma il loro approccio non guarda al rock come genere da riprodurre fedelmente. Le batterie mantengono una natura elettronica, le chitarre vengono continuamente manipolate e la produzione evita qualsiasi forma di nostalgia filologica. È un rock filtrato attraverso la sensibilità di musicisti cresciuti con il pop digitale e la PC Music, più interessati alla contaminazione che al purismo.
Le influenze richiamano l’indie e l’alt-rock dei primi anni Duemila, ma tutto appare volutamente essenziale, quasi incompiuto. Molti brani sembrano conservare la spontaneità di una demo, come se l’imperfezione fosse diventata parte integrante del linguaggio espressivo. Una scelta che può risultare frustrante per chi cerca grandi singoli, ma coerente con l’idea di un disco costruito più sul processo creativo che sul prodotto finale.
Ed è proprio qui che emerge il limite, ma anche la particolarità, dell’album. Preso isolatamente, Music, Fashion, Film raramente raggiunge i picchi compositivi dei lavori precedenti. La forza del progetto risiede soprattutto nell’universo che gli ruota attorno: il dialogo con cinema, moda e arti visive, le collaborazioni con figure provenienti da mondi differenti e una narrazione che supera il semplice formato discografico.
Non è un caso che il disco sembri funzionare meglio come tassello di un ecosistema creativo che come raccolta di canzoni. Charli non punta più soltanto a pubblicare musica: costruisce un immaginario, in cui album, videoclip, film, fotografia e performance convivono come parti dello stesso racconto.
Per questo Music, Fashion, Film difficilmente verrà ricordato come il seguito di Brat. È piuttosto il disco con cui Charli XCX sceglie di sottrarsi alle aspettative generate da quel successo, accettando il rischio di apparire meno immediata e perfino meno accessibile.
Se Brat era il colore acceso dell’euforia collettiva, Music, Fashion, Film sceglie le sfumature del bianco e nero. Non cerca l’esplosione del dancefloor, ma l’introspezione. Non rincorre l’ennesimo tormentone, bensì una nuova identità.
Forse non è l’album più forte della sua discografia. Ma è probabilmente quello che racconta con maggiore lucidità il prezzo del successo e la necessità, per un’artista, di reinventarsi prima che siano gli altri a definirla.
