Ci sono momenti nella carriera di un musicista in cui cambiare non significa necessariamente cercare una nuova direzione. A volte significa smettere di correre. Ride Lonesome, il nuovo album di Beck, nasce proprio da questo rallentamento.
È un disco che non sembra interessato a stupire. E per un artista che ha costruito una parte consistente della propria identità sulla sorpresa, sull’ibridazione e sulla capacità di passare da un genere all’altro con disinvoltura, è una scelta tutt’altro che banale. Qui Beck rinuncia a buona parte dell’apparato che in passato gli permetteva di moltiplicare le possibilità della canzone e torna a una forma più essenziale, quasi classica.
La cosa interessante è che non sembra un ritorno nostalgico. Beck non prova a ricreare il musicista che era negli anni di Sea Change o Morning Phase. Recupera piuttosto quel modo di scrivere e lo porta dentro una fase diversa della propria vita.
Le canzoni sono nate anche durante il periodo del lockdown, quando improvvisamente il mondo esterno aveva smesso di funzionare secondo le sue regole abituali. È facile immaginare quanto una condizione simile possa favorire una scrittura introspettiva, ma Ride Lonesome non è un diario della pandemia. Quello che emerge è qualcosa di più duraturo: il bisogno di fare i conti con il tempo, con le separazioni e con l’idea che alcune cose non possano essere recuperate.
Anche la fine del matrimonio con Marissa Ribisi entra nel paesaggio emotivo dell’album. Ma ridurre il disco a un “divorce album” sarebbe fuorviante. Il dolore privato è soltanto il punto di partenza. Più in profondità c’è una riflessione sulla perdita in senso ampio, sulla distanza che si crea tra ciò che pensavamo sarebbe successo e ciò che è effettivamente accaduto.
Musicalmente, Beck sceglie di non sottolineare troppo questo passaggio. Le canzoni si muovono con calma, spesso affidandosi a chitarre, pedal steel, cori e archi. Le orchestrazioni di David Campbell ampliano lo spazio attorno alla voce senza trasformare i brani in grandi numeri sinfonici. Il lavoro di Nigel Godrich, storico collaboratore di Beck, contribuisce a mantenere tutto in equilibrio: niente sembra fuori posto, ma soprattutto niente reclama attenzione a tutti i costi.
È una produzione che lascia aria.
E proprio l’aria è uno degli elementi più importanti del disco. Nei brani c’è spazio tra una frase e l’altra, tra un accordo e il successivo, tra la voce e gli arrangiamenti. Beck non sembra voler riempire quei vuoti. Li lascia esistere.
Questo rende Ride Lonesome un ascolto meno immediato rispetto a molti dei suoi album più celebri. Non ci sono necessariamente canzoni che chiedono di essere riconosciute dopo mezzo minuto. I brani funzionano per accumulo, attraverso dettagli che emergono dopo diversi ascolti. È musica che non dà molto in cambio a chi la ascolta distrattamente e parecchio a chi accetta di restarci dentro.
In the Night è uno degli esempi più evidenti di questo approccio. Il tema dell’addio viene trattato senza stabilire una spiegazione univoca: una persona può essere stata lasciata, può essere scomparsa, oppure può appartenere a un passato che non è più possibile raggiungere. L’ambiguità rende la canzone più universale, perché non impone all’ascoltatore una storia precisa.
Anche Run Away lavora su un’immagine semplice: una persona che si mette in macchina e continua a guidare. Non c’è una destinazione particolarmente importante. Il movimento diventa piuttosto un modo per tenere occupato il corpo quando la mente non riesce a trovare una soluzione.
È una delle idee ricorrenti dell’album: andare avanti non significa necessariamente sapere dove si arriverà.
La title track porta questa sensazione ancora più al centro. Il viaggio solitario evocato dal titolo non è quello romantico del cowboy che attraversa il paesaggio. È una condizione esistenziale molto meno spettacolare: trovarsi davanti a una parte della propria vita che bisogna attraversare senza avere una mappa affidabile.
In questo senso Beck appare diverso da quello che abbiamo conosciuto in gran parte della sua carriera. Il musicista di Loser poteva permettersi ironia, stranezza, distanza. Quello di Odelay trasformava il caos in invenzione. Quello di Midnite Vultures faceva dell’eccesso una forma di linguaggio. Qui invece la personalità artistica emerge proprio dalla rinuncia all’eccesso.
Non significa che Beck sia diventato un musicista semplice. Significa che non ha più bisogno di dimostrare quanto possa essere complicato.
È probabilmente questo il punto più riuscito di Ride Lonesome. La maturità non viene raccontata attraverso grandi dichiarazioni, ma attraverso una maggiore disponibilità alla fragilità. La voce non deve essere sempre circondata da idee. Può stare al centro e basta.
Anche per questo il confronto con Sea Change e Morning Phase è inevitabile, ma non particolarmente utile se serve soltanto a stabilire quale dei tre dischi sia più riuscito. Il nuovo album appartiene alla stessa famiglia emotiva, però arriva dopo un’altra quantità di vita vissuta. Le stesse coordinate producono quindi un paesaggio differente.
C’è persino una forma di serenità dentro questa malinconia. Non la serenità di chi ha trovato una risposta, piuttosto quella di chi ha smesso di pretendere che ogni esperienza debba averne una. Le canzoni non risolvono il dolore: gli danno una forma abbastanza precisa da poterlo osservare.
Bleed, con il suo senso di déjà vu, sembra riassumere bene questa condizione. La sensazione è quella di ritrovarsi in un luogo emotivo già attraversato, riconoscendolo soltanto quando ci si è tornati dentro. È un’esperienza comune, ma Beck la rende musicale senza trasformarla in una massima.
Il risultato è un album che funziona soprattutto quando gli si concede tempo. Non è un disco da usare come sottofondo mentre si fanno altre cose. Chiede attenzione, e in cambio offre una qualità oggi abbastanza rara: la possibilità di ascoltare un artista famoso mentre abbassa il volume della propria personalità.
Il titolo Ride Lonesome potrebbe far pensare a un album più cupo di quanto sia realmente. La solitudine c’è, eccome, ma non è necessariamente disperazione. È uno spazio nel quale Beck può finalmente osservare ciò che resta quando vengono meno il movimento, la coppia, le distrazioni, le invenzioni e le aspettative.
Restano le canzoni.
E sono canzoni solide, adulte, volutamente prive di effetti speciali. Non cercano il colpo di scena. Cercano una temperatura emotiva. Dopo una carriera passata spesso a moltiplicare le forme della musica pop, Beck sembra interessato a capire cosa succede quando ne conserva soltanto il nucleo.
Forse è anche per questo che Ride Lonesome funziona. Non perché riporti Beck indietro, ma perché dimostra che può tornare in un territorio già esplorato senza limitarsi a ripeterlo.
È un disco sulla perdita che non ha bisogno di diventare un disco sulla sconfitta. E nella sua lentezza trova una forma di movimento molto più discreta: quella di chi continua a camminare anche quando non ha ancora capito quale sarà la destinazione.
Articolo a cura di Angela Todaro
