Maggio 11, 2026
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Giovanni Doneda, che del gruppo è bassista, lo dice tra un pezzo e l’altro: “Non ci capita spesso di suonare in un club in riva al mare”. Nonostante la pioggia che cade per tutto il tempo e le temperature basse, Il Mago del Gelato si ritrova proprio in riva al mare per questa terza tappa del tour per club; dopo l’inaugurazione casalinga a Milano e la data napoletana, il gruppo arriva all’Eremo di Molfetta venerdì 7 novembre, punto di riferimento musicale di Bari e provincia. Non l’unica data pugliese, inaspettatamente: scorrendo le nove date sparse fino a dicembre, la Puglia è l’unica regione italiana a fregiarsi di una doppia sosta, con il concerto dell’8 novembre alle Officine Cantelmo di Lecce – ed è un dato molto interessante: la regione lunga per eccellenza può sfruttare il suo dualismo Bari-Lecce per acquisire sempre più spazio nelle tournée?

Siamo qui, quindi, con le finestre di fianco al palco spalancate sull’Adriatico. Sembrano un elemento di scena, come per dare una cornice marittima a un gruppo che ha parzialmente dismesso, con il suo ultimo album Chi è Nicola Felpieri?, i lati più balneari e solari della musica. All’ampia folla accorsa a Molfetta, dopo l’apertura dei pugliesi Alessandro Fiore – qui coperti d’una veste acustica, ottima per risaltare l’intarsio delicato dei brani tratto dal loro recentissimo ep Bar Apollo, ma meno per raccontare anche gli aspetti più sghembi e sperimentali del loro dream pop – Il Mago del Gelato offre un spettacolo più denso e concentrato del passato. L’album, si vede, rispecchia un gusto crescente dei quattro membri del gruppo per la library music; la recentissima partecipazione alla compilation Cinevox Reframed, raccolta di brani dei maggiori compositori del genere, li ha visti partecipi con un brano di Piero Piccioni, richiamato durante il live. Il gusto raffinato e sperimentale dei maestri italiani degli anni Sessanta e Settanta, però, non sostituisce nulla dell’offerta molto ben definita del gruppo: per un’ora e un quarto il quartetto, coadiuvato come sempre da una sezione di due fiati e dalle percussioni, fissa alta l’asticella della frenesia. Che peschino da Chi è Nicola Felpieri? o dai brani precedenti, Il Mago del Gelato continua a riversare sul pubblico i ritmi dinamici e battenti dell’afrobeat – con un altro omaggio, stavolta dedicato al Re di tutti, cioè Fela Kuti – così come nei ricami della chitarra o nell’ampio repertorio del tastierista Alessandro Paolone.

Il lato performativo e scenografico del loro spettacolo non è secondario, mai. Senza trucchi, senza esasperazioni: la mimica, l’interazione col pubblico, i volti tirati dai sorrisi accompagnano e incitano le prime file a ballare grossomodo dall’inizio alla fine, con un dispendio energetico secondo solo a Pietro Gregori, ottimo batterista del gruppo.

Alla fine, nella rinascita mainstream del funk italiano in tutte le salse geografiche e di genere – dai Nu Genea ai Fitness Forever, dai C’mon Tigre ai Calibro 35, con tutte le loro profonde diversità – i quattro de Il Mago del Gelato spiccano dal vivo per la frenesia ininterrotta, appunto. Ci si diverte, e molto, sia con la hit L’anguria, che in Chi è Nicola Felpieri? era solo digital bonus track e che dal vivo si rivela tra gli apici della scaletta, così come Stracciatella o altri brani del passato. Certo, i momenti di risacca e di riposo sono pochi, pochissimi, e forse arricchirebbero la dinamica generale di un concerto. Se le energie sono sufficienti, però, il concerto è pronto a sostituire un’intensa sessione cardio, e in questo la cornice autunnale dei club non sottrae nulla allo spettacolo. Funziona.

Insomma, nel panorama italiano i quattro milanesi arrivano tardi sulla scena funk e jazz, che sembra essere tanto cresciuta quanto invecchiata rapidamente – e non è un problema: le soglie di maturità e sperimentazione sono lì dietro l’angolo – come testimoniato dai sette anni passati dalla pubblicazione di Nuova Napoli, in qualche modo il manifesto musicale e commerciale della scena. Arriva tardi Il Mago del Gelato, ma non sfigura, né suona demodé: pigiando ancor di più il piede sull’acceleratore afrobeat, sulle percussioni incessanti o sulle acide chitarre, chiede e ottiene dal pubblico un alto livello di divertimento.

Basta arrivare ben allenati sulle gambe.

Articolo a cura di Michele Cornacchia

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