C’è chi scrive per piacere, e chi scrive per necessità.
Il Management del Dolore Post Operatorio appartiene da sempre alla seconda categoria: quella di chi trasforma la parola in un’arma, la musica in un atto di resistenza. Nati nella scena alternativa italiana di inizio anni Duemiladieci, i Management hanno attraversato crisi, rinascite e cambi di pelle, senza mai perdere la propria lingua: diretta, poetica, corrosiva.
Il Management del Dolore Post Operatorio continua a essere una delle poche band italiane capaci di trasformare la fragilità in gesto politico, la disillusione in poesia.
La loro forza non sta solo nelle parole — sta nella coerenza con cui continuano a cercare senso, a fare rumore, a restare vivi dentro un panorama musicale sempre più anestetizzato.
Oggi tornano con un nuovo capitolo che suona come una dichiarazione di intenti. Non è solo un disco — è un modo per riaffermare che la musica può ancora dire qualcosa, in un tempo in cui tutto si consuma troppo in fretta. Li abbiamo incontrati per parlare di urgenza, palco, parole e sopravvivenza.
Ogni vostro disco è sempre sembrato una ferita aperta, una forma di resistenza personale e collettiva. Cosa rappresenta questo nuovo lavoro per voi, oggi?
In questo momento siamo in tour per omaggiare il ritorno del Dolore Post-Operatorio, la parte di noi che avevamo amputato e in questo momento storico sentiamo come necessaria. Ci sono delle ferite troppo grandi, dappertutto.
La vostra scrittura è sempre stata un corpo a corpo con la realtà, mai accomodante. Da dove nasce oggi la necessità di dire certe cose? È ancora un gesto di urgenza o di consapevolezza?
Scrivere può essere anche il sintomo di una malattia, una cosa non scelta. Non crediamo ai doni del cielo e dell’ispirazione. A volte si è costretti a farlo, come elemento disturbante di una patologia.
Nei vostri testi convivono rabbia, ironia e poesia. Vi sentite più osservatori del presente o testimoni emotivi di quello che ci sta succedendo intorno?
Abbiamo cominciato criticando la società e siamo arrivati a criticare noi stessi all’interno della società, è molto più corretto.
Il suono del Management è cambiato nel tempo, ma resta sempre riconoscibile. Quanto pesa la ricerca sonora rispetto alla scrittura dei testi? Vi interessa ancora “disturbare”?
Anche in questo caso, la ricerca di altri mondi, di altri suoni, di altre identità, è un elemento patologico e al contempo una dichiarazione: noi non stiamo bene da nessuna parte. Appena qualcuno ci riconosce in qualche cosa, cerchiamo immediatamente un altro spazio.
I vostri live hanno sempre avuto un’intensità quasi fisica. Che tipo di energia volete portare sul palco in questo tour? Che rapporto avete oggi con il pubblico, dopo tanti anni di concerti?
è come un pranzo di famiglia. C’è una tavola imbandita d’odio e d’amore. Di gesti e parole violente, gridate, e momenti di umanità e commozione.
Siete spesso stati letti come una band “politica”, ma la vostra forza sta nel non essere ideologici. Vi ci riconoscete, o è un’etichetta che vi sta stretta?
Si dice che ogni gesto è politica. Ma c’è politica e politica. Se ogni gesto non è il richiamo a una piccola rivoluzione, allora è politica spicciola, quella che dobbiamo subire tutti i giorni.
In un’epoca in cui tutto è ridotto a slogan, voi avete sempre difeso il peso delle parole. Sentite che oggi scrivere testi veri, densi, sia un atto quasi controcorrente?
Il problema è che le persone usano lo stesso metro per considerare il pop e l’alternativo. Questa è stata la grande fregatura dell’indie. L’industria ha mischiato le carte. Scrivere testi e canzoni serie, non è controcorrente, è un atto dovuto per un artista alternativo. Tutti gli altri, gli artisti della scaffalatura pop, facessero quello che vogliono. Le loro canzoni servono da sottofondo alla pubblicità. Le scrivessero con i crismi richiesti dalla catena di montaggio.
Dopo questo nuovo capitolo, dove vedete il Management nei prossimi anni? C’è qualcosa che sentite di non aver ancora detto — o che avete voglia di dire in modo diverso?
Non lo sappiamo, fortunatamente. Se sapessimo dove andare, non ci andremmo.
Dopo le parole, la musica: il Management del Dolore Post Operatorio salirà sul palco dello Spazio 211 (Torino) domani, 8 novembre, per una data che promette emozioni forti e vibrazioni autentiche.
Articolo a cura di Angela Todaro

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
