Maggio 19, 2026
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Torino, Hiroshima Mon Amour. Prima data del MAGICO TOUR, preceduto dal successo estivo del TRAGICO TOUR. L’ingresso sul palco di Cimini è solitario, nel buio: sale con cappellino, giacca di pelle e chitarra, con dietro solo la scritta del suo nome.  Si accende una luce e l’artista inizia a cantare senza dire nulla: tre canzoni una dentro l’altra – Strappami il cuore, Tokyo, A14 – in versione acustica, quasi senza soluzione di continuità. L’atmosfera è raccolta e fragile, con le luci basse e il pubblico statico in ascolto. È un inizio intimo, che riporta subito tutto all’essenziale: voce, corde e silenzio attorno; come è sempre stato il caro vecchio indie, che vive di vicinanza più che di potenza. Le canzoni sembrano perfettamente riarrangiate per questo spazio.

Poi gli altri musicisti – Ivan Emanuele, Edo Nanni, Claudio Marciano, Luca Rizzoli – entrano piano e con OH! il live si apre davvero: la sala inizia a muoversi e qualcuno accenna a ballare. Cimini sorride, ringrazia e presenta il suo nuovo tour: il MAGICO TOUR, la naturale evoluzione di quel TRAGICO TOUR che l’ha portato ovunque nei mesi scorsi. E infatti parte con una sequenza serrata di brani nuovi e vecchi: IL MAGO e MYROMANTICA fanno ballare e cantare tutti, mentre Karaoke e Fare tardi riportano un’energia più familiare, quella dei tempi di Pubblicitàe di Ancora meglio. Sul palco è sciolto, ironico come sempre. Tra un pezzo e l’altro parla del freddo di Torino e del senso del tour, di come ogni concerto debba essere un piccolo tentativo di trovare bellezza anche quando sembra non esserci, anche quando il mondo resta – inevitabilmente – tragico.

La svolta arriva con Ave Maria: niente chitarra, solo luce blu e schermi dei telefoni che si accendono per riprendere una delle canzoni più intense. È perfettamente introdotta da una parte recitata che crea un’atmosfera intensa e sospesa, continuata poi da Una casa sulla luna, con Cimini alla tastiera e i musicisti seduti. Il ritmo si abbassa, ma cresce la connessione col pubblico. Ma l’apice arriva quando intona Ti amo terrone, canzone che pare vecchissima (2013), seduto in pratica tra la gente: un ritorno alle origini, fatto con leggerezza e affetto.

Riprende la chitarra per Non ti ho detto mai, che segna una nuova apertura nel concerto, un mix della prima parte riflessive e la seconda energica: Io sono gli altri e J’ai compris arrivano una dopo l’altra. “Da qui in poi si piange”, dice lui, e in effetti le luci si fanno più calde e intime, ma l’energia degli strumenti e del pubblico non si ferma. Sabato sera sembra cucita su questo momento.

Quando parte La legge di Murphy, poi, l’Hiroshima – assieme a me – esplode. È la canzone cult, quella che tutti aspettavamo: si canta, si ride, si alzano le mani. E proprio lì arriva la sorpresa: gli Eugenio in Via Di Gioia salgono sul palco. C’è caos, c’è affetto, c’è casa. Insieme suonano Scuse in un clima da festa tra amici, dove l’improvvisazione è parte del gioco e dove si percepisce la complicità ad occhio nudo.

Il finale è per L’URLO: amata, urlata davvero, con tutto il pubblico che la canta fino all’ultima parola. È una chiusura potente, ma allo stesso tempo intima.

Ad essere onesti, il pubblico non è numeroso, ma caldo e affiatato: volti conosciuti, fedeli di Cimini dai tempi di Ancora meglio, gente over 30 che lo segue da quando La legge di Murphy era un manifesto dell’indie. E forse è esattamente il pubblico che ci si aspetta per un artista così e – manco a dirlo – il mio preferito: cosa c’è di meglio di stare tra persone che amano davvero un artista, che conoscono ogni parola e glielo fanno sentire? Non serve la folla per riempire una sala: bastano le canzoni giuste, dette nel modo giusto.

Mondo tragico quasi magico prende corpo dal vivo, e il titolo smette di essere solo un gioco di parole: il tragico c’è, ma lo attraversiamo insieme. Il magico, forse, è proprio questo.

Articolo a cura di Emma Salone

Photo gallery a cura di Marco Ritoli

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