Settembre 21, 2026
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Who wants to live forever?” cantavano ormai parecchi anni fa i Queen, tra le note di una celeberrima e omonima propria canzone, un pezzo scritto apposta per diventare parte della colonna sonora del film “Hilander, l’ultimo immortale”. Un film culto degli anni ’80, nato in una società che vedeva nel raggiungimento della ricchezza e del successo – e della possibilità di trattenerla il più a lungo possibile – alcuni dei propri valori più fondanti, immersa com’era tra Yuppies e nuovi ricchi della finanza. Eppure, quel film, che raggiunse un successo enorme anche tra quelle persone che perseguivano quegli stessi ideali, non osannava né la longevità, né la possibilità di usarla per essere ricchi e potenti il più a lungo possibile. L’immortalità nel film non viene dipinta come un superpotere desiderabile, ma come una condanna alla solitudine, e – proprio per questo – alla fine della millenaria competizione, la ricompensa finale per l’ultimo immortale rimasto in vita non è un potere divino distruttivo, ma la possibilità di invecchiare, amare e avere figli. Diventare mortali e poter vivere una vita normale, integrata nel flusso naturale del mondo, è il dono più grande, proprio perché la bellezza della vita risiede proprio nella sua fragilità e nella sua fine.
Ed è qui che la faccenda si fa interessante, perché la stessa confusione tra durare e valere sembra aver contagiato anche la politica. Un paio di settimane fa, infatti, Giorgia Meloni e i suoi alleati hanno rivendicato con orgoglio un primato: quello del governo più longevo della storia repubblicana italiana. Un traguardo tagliato dopo più di quattro anni di permanenza a Palazzo Chigi, salutato come la prova provata di una solidità, di una stabilità, quasi di una legittimazione superiore.
Ma “longevo” non è sinonimo di “capace”, né tantomeno di “buon governo”. La durata è un dato del calendario, non un giudizio di merito. Si può restare a lungo al proprio posto per abilità, certo, ma anche per inerzia, per assenza di alternative credibili, per la fragilità di chi dovrebbe contrastarti. E se guardiamo a cosa questi quattro anni e passa hanno lasciato sul terreno, il bilancio, a mio parere, non autorizza alcun brindisi: la situazione economica e sociale del Paese è peggiorata, e di parecchio. Salari fermi, servizi pubblici in affanno, un disagio diffuso che nessun record di permanenza può nascondere. Resistere non è lo stesso che migliorare. Il pendolo di un orologio rotto, in fondo, è molto stabile.
Il rock questa distinzione l’ha capita molto prima dei nostri palazzi. Nel 1965 gli Who, con “My Generation“, consegnarono alla storia un verso feroce, in cui Roger Daltrey, sputando le parole a mo’ di balbettio, dichiarava di sperare di morire prima di diventare vecchio. Sarebbe un errore leggerlo come un banale elogio della giovinezza anagrafica. Nell’immaginario di Pete Townshend e soci, “old” non indicava una data sulla carta d’identità, ma una condizione sociale: l’essere sistemati, benestanti, allineati, conformisti, parte di quell’establishment che i giovani mod guardavano con disgusto. Si poteva essere vecchi a vent’anni, e si poteva restare giovani a settanta. La vecchiaia, per loro, era una resa. E la longevità, in quest’ottica, non era una conquista ma un rischio: quello di durare così a lungo da diventare esattamente ciò che si era giurato di combattere.
Quel verso, però, era la provocazione di chi non ha ancora fatto i conti col tempo. Chi li ha fatti, i conti, è il Pink Floyd di “Time”, su “The Dark Side of the Moon”. Lì non c’è più la sfida sprezzante della gioventù, ma la scoperta amara di un ventenne che si accorge di aver passato gli anni a gingillarsi, a rimandare, ad aspettare che qualcuno gli dicesse cosa fare, e di ritrovarsi con la vita già in gran parte trascorsa. Il tempo sprecato, la consapevolezza improvvisa della mortalità: nessuno l’ha messa in musica con più lucidità. E il punto è che il problema, lì, non è quanto si vive, ma come si spende ciò che si ha. Una lezione che vale per un individuo, e forse ancora di più per chi governa un paese: durare a lungo e non aver fatto nulla di utile di quel tempo è, semplicemente, tempo sprecato in grande stile.
C’è poi chi, a quella provocazione degli Who, ha saputo rispondere da “persona adulta”. È David Bowie con “Changes“: la ricetta è reinventarsi continuamente, cambiare pelle, non fermarsi mai nella stessa identità. Ma senza illusioni. Perché nel ritornello Bowie ammette con serenità che, molto presto, si diventerà più vecchi, e che nessuno scampa a questa certezza. È quasi la risposta matura a “My Generation”: non si può evitare di invecchiare, ma si può evitare di irrigidirsi. Non si sfugge al tempo, ma si può decidere di non farsi fossilizzare. La differenza tra chi dura e chi vive sta tutta qui: nella capacità di cambiare mentre si dura.
Ed è per questo che, alla fine, torniamo al Highlander da cui siamo partiti. Non serve vivere per sempre, né governare più a lungo di chiunque altro, per aver vissuto o governato bene. Nietzsche lo aveva già detto con una precisione che fa quasi male: “L’amore per la vita è praticamente l’opposto dell’amore per la longevità. L’amore pensa sempre all’istante e all’eternità, ma non pensa mai alla ‘durata’.”
L’istante e l’eternità: ciò che conta è intensità, non lunghezza. E forse, chi ama davvero la vita, o il proprio Paese, dovrebbe preoccuparsi meno di quanto a lungo riesce a restare, e più di ciò che lascia dietro di sé.

Rubrica a cura di Stefano Carsen


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