Seeyousound12 è ormai entrato nel vivo. Lo sappiamo, se n’è parlato anche qui, e chiunque ne abbia scritto concorda sul fatto che sia una delle (ormai pochissime in verità, ndr) manifestazioni culturali a sfondo musicali rimaste a Torino che fa della sua indipendenza artistica una fucina esponenziale per nuovi stimoli e ancor più rinnovata conoscenza. Non lo scriviamo per una sorta di coeptatio benevolentiae, ma se non lo avete ancora fatto siamo i primi a sollecitarvi ad alzare le vostre terga per andare a vedere con i vostri occhi, e ascoltare con i vostri padiglioni auricolari, cosa vuol dire amare davvero la musica, e il cinima, e come si possano unire egregiamente le due cose avendo moltissima passione, sterminate idee e una parva disponibilità di vil denaro.
Ieri sera ad esempio, tra gli appassionati della manifestazione – che vanta sempre nuovi accoliti ma soprattutto un nutrito numero di aficionados che, per lo più, rappresenta anche lo zoccolo duro dei sostenitori ‘in solido’ della manifestazione – molti hanno optato di andare ad assistere a “Butthole Surfers: The hole truth and nothing butt”, documentario sulla folle band texana della scena Alternative, attiva tra gli anni ’80 e i ‘90, presentato per la prima volta (e forse anche ultima, come preconizza anche Carlo Bordone dalle pagine di Rolling Stone) in Italia: una scelta dettata dal cuore, anche questa, e forse anche dalla curiosità di visionare del materiale assolutamente inedito, celebrante una scena e un tipo di arte che, visti i tempi, difficilmente vedrà tentativi simile nel presente e, forse, anche nel futuro.
Ad ogni modo, tra quelli che hanno scelto di staccare le terga dalla poltrona di casa per dirigersi al Cinema Massimo, tutti gli altri (sottoscritto compreso) hanno optato di visionare la riedizione di un film-documentario altrettanto imperdibile, la versione celebrativa, rielaborata con 40 minuti di aggiunte, del documento girato da Ondi Tamuner e uscito ormai più di 20anni fa. La storia non è complicata, come spesso accade quando le cose vengono testimoniate e raccontate in presa diretta, e senza troppi filtri. Si parla infatti della complessa amicizia-rivalità tra due band della scena rock alternativa degli anni ’90: The Dandy Warhols e The Brian Jonestown Massacre. Più in particolare, però, il protagonista della scena è quasi essenzialmente la contrapposizione tra la pazza e autodistruttiva genialità di Anton Newcombe – leader, fondatore e distruttore dei Massacre (e di se stesso), e la moderata (termine uscito dalla sua medesima bocca) dissennatezza rockettara di Courtney Taylor-Taylor, cantante, autore e leader dei Warhols. Il documentario segue il loro percorso artistico tra tour, eccessi, conflitti personali e tentativi di successo commerciale, mostrando il contrasto tra l’idealismo creativo e le logiche dell’industria musicale.
Il percorso emozionale al quale l’autrice e regista Ondi Tamuner ci sottopone, è una fedele e intima riproduzione di quelli che avrebbero anche potuto essere due viaggi nell’iperspazio del rock, se non fosse stata invece – per i Massacre – una continua e inevitabile (e forse anche inconsciamente voluta) caduta rovinosa, e lo fa assistendo e raccontando quelle due traiettorie opposte: una più orientata al successo mainstream – raggiunto anche al costo di compromessi e qualche piccolo intoppo – e l’altra segnata da caos e autodistruzione.
Assistendo allo straordinario disastro artistico e musicale che Newcombe si autoinfligge per tutti gli anni ’90, non può non venire – anche solo per un breve istante – in mente Kurt Cobain: e in effetti, Anton è semplicemente un Kurt che, arrivato alla soglia del successo, ha deciso di voltarle la schiena, sbattendole violentemente la porta in faccia. Una genialità da tutti riconosciuta, invidiata anche dagli amici Dandy Warhols, ma spesso vituperata, vessata con comportamenti autolesionisti e atteggiamenti distruttivi anche e soprattutto nei confronti degli amici componenti del gruppo, e delle persone che guardavano a lui con amore disinteressato. In questo, la dipendenza da eroina è un tratto comune e caratteristico tra lui e Kurt, che fanno da contraltare, ad esempio, al senso di ‘divertimento’ rock dei Warhols, propensi per lo più alla coca. E sintomatica in questo è una frase del documentario, con la quale la voce narrante del documentario Joel Gion – stralunato tamburellista del gruppo – descrive l’inizio dell’amicizia tra i due gruppi, che decidono di dedicarsi alle loro notti brave evitando l’uso dello speed, solo perché “ai Dandy piaceva enormemente di più la Coca”.
Il film è davvero come lo definisce Dave Ghrol (che pure di atteggiamenti autodistruttivi se ne intende parecchio, ndr): il “mio film horror su una rock band preferito: è il film più terrificante che abbia mai visto.” E lo capiamo davvero visto che, a certe parabole, lui ha assistito in presenza; lui, un rocker che ha abbracciato la vita dei tour fin dall’adolescenza, che ha dovuto seppellire parecchi amici, che ha vissuto anni in luoghi inabitabili e in situazioni davvero estreme prima di conoscere la fama mondiale, la caduta (non per sua volontà) e la risalita all’empireo. Insomma, uno che sa cosa bisogna non-fare per arrivare e rimanere lì.
Per conto mio, credo che sia un film imprescindibile, un must per chiunque abbia a cuore il rock: un racconto di una bellezza disarmante, sincero e malinconico, agiografia di una band che avrebbe davvero dovuto e potuto, ma che non vorrà mai essere famosa, nemmeno se dovesse avere altre mille opportunità di farlo.
Con buona pace di discografici, produttori, giornalisti e di tutta quella pletora di “sanguisughe” (come ad un certo punto le definisce Newcombe nel film) che al rock guarda solo per mero, legittimo, ma non artistico interesse.
Articolo a cura di Stefano Carsen
