Maggio 11, 2026
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C’è qualcosa di profondamente familiare nella musica di Marco Castello. Non è solo il dialetto , né i riferimenti più o meno espliciti alla Sicilia. È un sentire. Un modo di stare sul palco e nel mondo che profuma di zagara, che ha il ritmo lento e solare delle giornate a sud, anche quando si è al Nord.

Ieri sera al Flowers Festival di Collegno, tra il verde del Parco della Certosa e l’aria tiepida di una serata estiva, Marco Castello ha portato con sé un pezzo di Sicilia. E da siciliana che vive in Piemonte, posso dire che non era solo musica: era casa.

Il suo live è stato un racconto sincero e colorato, fatto di suoni che ondeggiano tra il jazz e il pop d’autore, tra il funk gentile e l’ironia cantautorale. Ma soprattutto è stato un viaggio. Perché la musica di Castello è paesaggio: si vedono i colori saturi delle cassette di frutta, le tende mosse dal vento nei pomeriggi assolati, le strade che profumano di pane caldo e risate.

Con i brani del suo ultimo album, Pezzi della vita, e quelli ormai amati del debutto Contenta tu, Marco ha saputo mescolare leggerezza e profondità, senza mai perdere quella cifra stilistica così personale che lo rende uno degli autori più originali della scena italiana contemporanea. La sua voce, morbida e a tratti teatrale, è una carezza che racconta storie vere, vissute o solo immaginate, ma sempre credibili.

C’è ironia, certo, ma c’è anche dolcezza. C’è l’amore per una terra che si sente sempre presente, anche se non sempre nominata. E questo è forse il vero incanto: quella Sicilia non esibita ma evocata, che traspare dai fiati caldi, dalle melodie sinuose, da una sensibilità che fa dialogare il passato con l’oggi.

Al Flowers Festival, il pubblico – variegato e curioso – si è lasciato trasportare, come in una festa tra amici dove a un certo punto qualcuno prende la chitarra e tutti ascoltano. In silenzio, ma con il cuore pieno. Marco Castello non ha bisogno di effetti speciali: la sua musica parla, accoglie, e fa sentire meno soli.

E io, sotto quel palco, mi sono sentita a casa. In quella casa che spesso chi parte porta dentro, ma che ogni tanto – per fortuna – torna a bussare con la voce di chi la sa raccontare così bene.

Articolo a cura di Angela Todaro

Photo gallery di Elenora Spina

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