Maggio 19, 2026
cccp

La mezzanotte è passata da qualche minuto, mentre la gente esce pian piano dalla Fiera del Levante. Guardarla è interessante: c’è un miscuglio notevole di età e aspetto, che ben rende l’idea del vasto seguito dei CCCP oggi. Di persone probabilmente non ancora nate nel 1990, l’anno dello scioglimento formale del gruppo, ce ne sono molte; ancor di più quelli che nel ’90 avevano venti o trent’anni, che la vita dei CCCP l’hanno potuto seguire in diretta.

Dagli anni Ottanta a oggi il mondo è cambiato profondamente, lo sappiamo. Oggi non ci sono più i centri sociali e i punk ad ospitare i CCCP, ma i festival più organizzati e istituzionali d’Italia. Del resto: “Il passato è afflosciato, il presente è un mercato”.

La serata barese dei CCCP, ricorda Annarella Giudici con un cartello, è la quart’ultima di questa Ultima Occasione. Così hanno chiamato questo nuovo tour per l’Italia, che a Bari li fa presentare davanti a circa due-tremila spettatori. Il cartello con su scritto “-3” viene mostrato dalla Giudici durante Amandoti, che Giovanni Lindo Ferretti canta – o meglio, declama, e ci torneremo – sorretto dall’accompagnamento di un violino e dal coro partecipe e vivo degli spettatori. I quattro CCCP – Ferretti e Giudici già citati, abbracciati dal sempre composto, sorridente ed elegantissimo Massimo Zamboni, e dall’istrionico Danilo Fatur – salutano silenziosi il pubblico, circondati dagli altri musicisti della serata (Luca Rossi al basso, Simone Filippi alla batteria, Ezio Bonicelli al violino e chitarra, Simone Beneventi e Gabriele Genta alle percussioni). 

Amandoti è la chiosa sommessa e docile di due ore di concerto, che i CCCP fanno partire alle 22 in punto con B.b.b. Non si fermano quasi mai, se non per pochissimi minuti, in cui Danilo Fatur, all’apice della sua schizofrenica sceneggiata, si lancia nella sua Vota Fatur, riarrangiata e trasportata dall’elettronica kraftwerkiana degli Ottanta a un synth più vicino alla techno del decennio successivo;  Vota Fatur diventa l’occasione giusta per rifiatare, dopo un’ora e mezza circa in cui la scaletta oscilla lungo tutta la carriera del gruppo. Ci sono i brani degli esordi di Ortodossia, probabilmente i meno scalfiti da riarrangiamenti e ammodernamenti, rimasti intatti nella loro crudezza punk, ma si arriva fino a Epica, etica, etnica, pathos.

Il suono è uno dei due protagonisti di questa Ultima Occasione: la composizione numerosa dei CCCP in questo tour produce un suono potente e stratificato, soprattutto grazie a un reparto ritmico potenziato con la batteria e i due percussionisti. Il vero protagonista sonoro del gruppo, tuttavia, è senza dubbio Zamboni, che mai scosta il suo berretto dalla testa o perde il suo gentile sorriso, e che ricopre tutto con il suono abrasivo e ipnotico della sua chitarra. Suona massiccia, soprattutto in brani trasformati da riarrangiamenti che ne amplificano ancor di più la forza: Noia, la più fracassona e ipnotica della scaletta, e ancor di più Emilia paranoica, trasformata nel 2025 in una versione epica e trionfale.

L’altro protagonista o, meglio, gli altri protagonisti sono Annarella Giudici e Danilo Fatur, ovvero la benemerita soubrette e l’artista del popolo. I due, che avevano perso come noi i CCCP con il passaggio del 1990 al Consorzio Suonatori Indipendenti, tornano dopo più di trent’anni nel gruppo come animatori teatrali di tutto il concerto, esattamente come quarant’anni fa.

Elegante, marziale, istituzionale la prima, che si cambia e riveste di pezzo in pezzo, diventando soldatessa, sacerdotessa, Donna d’Italia, motociclista, issando una grande bandiera rossa del PCI sul palco. Tra un pezzo e l’altro la Giudici si avvicina sola al microfono, portando con sé una cartellina con su scritto “A.G.”, da cui legge il copione di questa Ultima Occasione, da perfetta valletta in rivolta.

Dall’altro lato, contraltare grottesco e caotico dell’elegante Annarella, c’è Fatur. Di Vota Fatur abbiamo già scritto, ma vediamo Danilo durante tutto il concerto muoversi e contorcersi, vestito di ruote, stracci o impegnato a pugnalare un totem. 

Se la Giudici è la sobria guerriera, simbolo del Novecento che i CCCP hanno cantato, Fatur è il contraltare di queste seriose istituzioni, quello che davvero le rappresenta, perché porta alla luce il violento, grottesco, carnale potere di cui vivono.

Manca un altro pilastro, lo sappiamo. Viene per ultimo perché Ferretti, tra il fracasso sonoro di Zamboni e quello teatrale di Giudici e Fatur, è la parte sommessa, un po’ nascosta, delle due ore di spettacolo. Canta meno che mai, come se fosse diventato un puro declamatore. Canta con tono più basso, per usare la voce in maniera rilassata. Eppure, nonostante la sua veste monacale, dimessa l’indole battagliera del passato – a proposito, com’è divertito il pubblico mentre canta Oh! Battagliero – sono le sue parole a tenere teso il filo tra il punk e il teatro, tra la veste filosovietica e l’antimilitarismo. Ferretti dà il meglio di sé sulla tripletta centrale di Radio Kabul, Punk Islam e And The Radio Plays, si concede in tanto in tanto qualche balletto, persino un breve liscio con Annarella durante Oh! Battagliero. Nonostante tutto, Giovanni Lindo Ferretti è ancora centro e anima intensa di questa Ultima occasione.

Siamo alla fine. Trascorse le due ore, trascorsa la scaletta lunga e corposa, i CCCP lasciano il palco. Il pubblico, quel miscuglio animato di persone che avevamo analizzato nelle loro diverse età e provenienze, distende finalmente i muscoli. Sono stati ben tirati tra il pogo più volte scattato nelle prime file o nel molleggiato reggae di And The Radio Plays.

Se c’è un muscolo più tirato e provato degli altri, tuttavia, è il cuore. Chi per nostalgia del punk anni Ottanta, chi per l’assenza di guida in un eterno presente, che capire non sai, ci siamo commossi tutti e a fondo durante il concerto. Un momento in questa Ultima occasione ha guidato la commozione. La chitarra solitaria di Zamboni onorava i quattro CCCP: Ferretti cantava, mentre Fatur e Giudici, immobili, li accompagnavano. Sembrava un vero saluto, un saluto a qualcosa che mancherà a fondo a questo Mondo. Del resto, per la mia vita che è tutto quello che ho, è tutto quello che io ho e non è ancora finita.

Articolo a cura di Michele Cornacchia

Lascia un commento

error: Questo contenuto è protetto!