Maggio 19, 2026
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Sabato 12 luglio, sotto il cielo del Grande Torino, Cesare Cremonini ha tenuto il suo concerto con un’energia magnetica: solo lui, la sua band e uno spettacolo visivo che ha trasformato lo stadio in un cinema in piena notte.

Appena è salita la prima nota di “Alaska baby”, tutti hanno capito che non si trattava di un live tradizionale. Lo schermo gigante (65 metri per 22) ha proiettato aurore boreali, deserti sconfinati e cieli violacei che pare davvero volessero portarci lontano. In quell’istante, invece, eravamo tutti lì, a guardarlo e meravigliarci, già catturati dal racconto che stava costruendo.

Il concerto è stato strutturato come un film a episodi: uno al piano, con versi delicati e intimi, l’altro esplosivo, da stadio. “Vieni a vedere perché” e “Le sei e ventisei” sono arrivati dopo un momento sospeso, dove la sua voce sembrava appartenere solo a lui, e invece si specchiava nei silenzi carichi di attesa. Poi, piano verso l’energia: da “Mondo” a “Logico #1”, passando per “Grey Goose”, il ritmo si è fatto palpabile, le luci hanno dipinto giochi di linee nello spazio e la band ha preso il ritmo al volo, trascinando migliaia di cuori.

Non c’erano ospiti sul palco, e credo che fosse proprio questa la scelta giusta: a rendere potente il concerto c’era l’intensità del suo timbro, dei suoi racconti, del suo modo di unire piano e sintetizzatori in transizioni che ti soffiavano il fiato. Come quando, da “Un’alba rosa”, con immagini e arrangiamenti piano-electro, si è passato ad “Acrobati”, con un gioco di led e coreografie che stringevano Cremonini e la band in un tutt’uno ipnotico.

Non ci sono state pause. Ogni canzone ha avuto una scenografia, un soffio di vento, un’inquadratura sul cielo. Quando si è parlato di viaggi interiori e albe lontane, era come se davvero stessimo partendo insieme – e quando si è tornati a brani più classici, “Dicono di me”, “Padre madre”, “Il comico”, “Ora che non ho più te”, si è sentita un’onda di coraggio, di nostalgia, di “noi che c’eravamo” sotto il cielo di Torino.

E non è mancato un omaggio alle sue radici: nel momento di “Figlio di un re”, ha preso la fisarmonica, e la band si è stretta intorno, trasformando la scena in un angolo di Bologna, tra fisarmonica, liscio e libertango. Quel brivido di autenticità, fatto di strumenti che parlano di casa, è stato dolcissimo.

Dietro le quinte c’era una macchina che rasenta la perfezione: 660 proiettori LED, 30 macchine del fumo, laser ovunque, automazioni e operatori ovunque. Ma tutto è rimasto discreto: non l’hai percepito come “effetti speciali a tutti i costi”, bensì come un abbraccio tecnico alla musica.

In due ore e mezza, Cremonini ha raccontato il suo viaggio – solitario con l’anima, ma condiviso con 35mila cuori entusiasti – senza replica, senza ospiti, senza distrazioni. È stato un tuffo nel suo mondo, nelle sue paure, nei suoi voli. E, allo stesso tempo, nelle emozioni di ognuno di noi.

Un live ambizioso? Sì. Ma soprattutto sincero, curato e capace di emozionare davvero. E ora l’attesa si sposta verso il 2026, verso nuovi orizzonti – ma chi c’era a Torino ha già avuto un assaggio di un racconto denso d’anima, di note e luci. E forse, quel brivido, rimarrà impresso ancora a lungo.

Photo Credit: Elisabetta Canavero

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