In Francia, in queste settimane, le piazze si sono riempite di studenti; se dovessimo individuare qui un leit motiv, direi che ben si accosterebbero, queste proteste, al buon vecchio adagio “Je ne regrette rien” lanciato anni fa da Edith Piaf (con buona pace di coloro che preferirebbero non fare nulla per non avere dunque né rimorsi né tantomeno rimpianti). Non è comunque una novità: la Francia ha sempre avuto un rapporto particolarmente franco con la protesta, tanto che ormai verrebbe da sospettare che la insegnino a scuola insieme al francese. Quello che colpisce, stavolta, non è tanto la protesta in sé quanto la risposta che ha ricevuto: manganelli, fermi, un dispiegamento di forze che somiglia più a un tentativo di spegnere un incendio soffocandolo con un cuscino che a un tentativo di capirne la causa. È la risposta tipica di chi non ha argomenti, non ha soluzioni, e soprattutto non ha la capacità, o la volontà, di ammettere che il disagio che ha davanti è reale. Quando non si sa cosa rispondere, si risponde con la forza. È più comodo, richiede molto meno pensiero, e dà anche una certa soddisfazione muscolare a chi lo mette in pratica.

Il punto è che quegli studenti, con la loro rabbia disordinata, stanno dicendo una cosa semplice e scomoda: il sistema attuale, quello della crescita infinita su un pianeta finito, degli stipendi fermi e dei profitti che invece crescono allegramente, non è più soltanto da correggere. È da ripensare da cima a fondo. Una nuova società, un nuovo ordinamento economico, non sono più un lusso da intellettuali annoiati o un’utopia da centro sociale col thé alla menta. Sono diventati, semplicemente, vitali. Anche se, va detto, “vitale” è una parola che fatica sempre a competere con “non se ne parla finché non tocca a me”.
Nel 2004 i Green Day, con “Know Your Enemy”, misero in musica esattamente questa urgenza: un pezzo martellante, scritto apposta per spingere ad alzarsi in piedi e riconoscere con nome e cognome i veri responsabili del disagio, siano essi governi, finanza o propaganda, invece di continuare a prendersela genericamente con “il sistema” come se fosse una divinità astratta e incolpevole. La canzone invita letteralmente a riconoscere il proprio nemico e a far detonare l’energia della rabbia in qualcosa di costruttivo, trasformando la violenza in una spinta rivoluzionaria anziché lasciarla marcire in rancore sterile. Un invito, va detto, che gli studenti francesi sembrano aver preso piuttosto alla lettera, con buona pace di chi preferiva restassero a casa a guardare TikTok.
“People Have the Power” cantava Patti Smith nel 1988, in un disco che resta uno dei manifesti più limpidi della musica impegnata. E prima di lei, nel 1971, John Lennon con “Power to the People” aveva scandito lo stesso concetto in forma di slogan da marciapiede, di quelli che poi finiscono stampati sulle magliette vendute, con una certa ironia della sorte, a prezzo pieno. Ma attenzione a cosa intendevano davvero. Non stavano dicendo che le persone hanno il potere di cambiare le cose dall’oggi al domani, con un colpo di bacchetta magica collettiva: se fosse così facile, l’avremmo già fatto durante una pausa pranzo. Stavano dicendo qualcosa di più sottile e, forse, di più importante: che le persone hanno il potere di far sapere al mondo che esistono, che pensano, che non sono banderuole che girano a seconda di dove soffia il vento del momento, o dell’ultimo sondaggio. Il potere, in questo senso, non è quello di vincere subito. È quello di non scomparire, di restare visibili, di continuare a far rumore finché qualcuno, prima o poi, è costretto ad ascoltare, anche solo per fastidio.
Ed è un concetto che dovremmo masticare meglio anche qui in Italia, visto quanto poco ci è voluto per calmarci.

Il prezzo calmierato della benzina, misura temporanea e francamente palliativa, è durato quanto un gatto in tangenziale: pochi giorni dopo la fine del taglio delle accise deciso dal Governo, il diesel è tornato a salire come se niente fosse, e noi, puntuali come sempre, già distratti da altro. Viene in mente Giorgio Gaber, con “Io non mi sento italiano”: un pezzo che, tra ironia e amarezza, fotografa un popolo che fatica a riconoscersi come corpo collettivo, che si indigna un giorno e dimentica il successivo con la stessa disinvoltura con cui cambia canale. Non stupisce che un taglio di accise, buono per qualche settimana di titoli di giornale e qualche post di ringraziamento, sia bastato a spegnere ogni discussione sul prezzo dell’energia. Siamo bravissimi a indignarci, molto meno a restare indignati: l’indignazione italiana ha la durata media di una promozione al supermercato.
La storia, qui, non offre scorciatoie, per quanto ci piacerebbe trovarne una in saldo. I grandi miglioramenti sociali, quelli veri, non sono mai arrivati per gentile concessione dall’alto, e nessun potente ha mai svegliato se stesso una mattina dicendo “oggi mi sento generoso”. Le otto ore lavorative, il voto alle donne, i diritti sindacali, le pensioni, la sanità pubblica: tutto questo è arrivato dopo decenni di lotte, di repressioni, di sconfitte prima delle vittorie. Il progresso sociale, storicamente, si paga con anni di sofferenza prima di vederne i frutti, e nessuno, finora, ha trovato il modo di saltare la fila.
Ciò su cui possiamo davvero influire, come persone più che come popolo isolato, non è la direzione della storia, che ci sovrasta e che si muove su scale più larghe di qualunque singola nazione, per quanto ci piaccia pensare di essere noi al volante. È l’intensità e la durata della discesa. Farci sentire a gran voce, non sparire nel rumore di fondo, restare visibili come chiedevano Patti Smith e Lennon: è forse l’unico margine di manovra reale che ci resta. Ed è lo stesso principio che Gil Scott-Heron metteva in musica già nel 1971, con “The Revolution Will Not Be Televised”: il cambiamento vero non arriva comodamente seduti davanti a uno schermo, con il telecomando in mano e la sensazione di aver fatto la propria parte perché si è messo un like. Va vissuto, agito, portato in strada e nelle relazioni reali, con il proprio corpo e la propria voce. Non evitare il tunnel, dunque. Ma provare, insieme, concretamente, a renderlo il più breve e il meno buio possibile. E se proprio dobbiamo aspettare la rivoluzione, almeno facciamola in diretta, e non su qualche piattaforma in streaming.
Rubrica a cura di Stefano Carsen

Elisabetta Betta Canavero, unisco la passione per la musica, gli spettacoli e la fotografia, seguendo gli eventi più vicini e lontani, dando vita a racconti coadiuvati dall’obiettivo della macchina fotografica
