Maggio 19, 2026
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Quando si parla dei Guappecartò, non si parla solo di una band, ma di una vera e propria espressione musicale che fonde Napoli con il mondo. Con il loro sound energico e viscerale, i Guappecartò sono riusciti a creare un mix originale di rap, funk, soul e sonorità napoletane che parla direttamente alla gente, senza filtri. Il gruppo, pur mantenendo una forte identità legata alle radici partenopee, ha saputo conquistare il pubblico con un linguaggio che trascende i confini geografici e culturali.

Nel corso di questa intervista, scopriremo come il loro percorso artistico si è evoluto, dalle influenze che li hanno plasmati fino alla realtà musicale di oggi. Parleremo di ispirazioni, sfide e di come la loro musica racconta storie autentiche di vita quotidiana, senza paura di affrontare anche temi più crudi e reali. Un’occasione per esplorare il loro approccio alla creazione musicale e il messaggio che vogliono trasmettere in un’epoca in cui le voci fuori dal coro sono più che mai necessarie.

Come avete scelto di chiamarvi Guappecartò? Cosa significa “essere guappi di cartone” per voi oggi?

Guappecartò è il nome che abbiamo scelto quando eravamo nella Val di Chiascio da Madeleine Fischer nel 2004. Nacque come gioco, poiché all’epoca non pensavamo neanche di iniziare come gruppo. Madeleine ci disse: “Voi siete un gruppo e avete bisogno di un nome”. La cosa ci sembrava assurda e meritava un nome assurdo: scegliemmo questo, ci piacque, e per questo motivo ce lo siamo tenuti. Il guappo di cartone è una figura che riassume esattamente quello che siamo noi da musicisti: c’è un aspetto molto fragile e uno molto spavaldo in noi come nei guappi. Noi facciamo con la musica quello che fanno i guappi con le armi, ma la nostra arma è la musica e manteniamo questo aspetto della nostra identità molto fragile e delicata, nonostante l’apparenza spavalda. Per questo il nome continua a mantenere un significato importante, nonostante il sound sia completamente cambiato nel frattempo.

Dai buskers a Perugia al palco di Parigi: quale fase della vostra carriera vi ha trasformato di più come gruppo e come individui? Quale è quella più divertente?

Sicuramente tutte le tappe sono state importanti, perché siamo un gruppo che è riuscito a suonare sempre divertendosi, anche in fasi totalmente differenti della vita. Suonare è un’attività vitale per noi, tant’è che ci è capitato negli stessi periodi di passare dal suonare nei bar piccoli ai festival più grandi, dagli eventi privati alle chiese: ovunque ci sia un pubblico, si può fare musica. Una cosa importante per noi è stato il passaggio in cui è iniziata la collaborazione con il nostro attuale produttore, Stefano Piro, che è quello che ci ha dato i mezzi per poter prendere una direzione e un’organizzazione più sensata. Della nostra carriera, quasi tutte le fasi sono state divertenti, visto che riusciamo a trovare il bello anche in situazioni estreme. Viviamo un’avventura tragicomica.

La vostra musica è praticamente senza voce: è una cosa liberatoria? Può diventare limitante?

Questa è la sfida più grande del nostro progetto. Abbiamo accolto sin dall’inizio questa direzione, poiché riteniamo che la musica sia un linguaggio universale che riesce a parlare al profondo delle persone in maniera diretta e senza filtro. Questo la rende un’arma a doppio taglio: a volte la sensibilità di chi ascolta, e la sua capacità di recepire, permettere di capire o meno quel che noi cerchiamo di esprimere. Preferiamo dare libertà assoluta all’ascoltatore di interpretare come meglio crede quel che sente, così come noi cerchiamo di esprimerci come meglio crediamo.

C’è da dire che questa scelta ci ha permesso di passare tra varie nazioni con relativa facilità, poiché, portatori di questo linguaggio universale, da un lato chiedevamo al pubblico uno sforzo in più, per entrare nella profondità non mediata da parole, dall’altro riuscivamo ad aprire molte porte.

Avete mai riflettuto sul peso commerciale della vostra scelta?

La nostra scelta è stata consapevole dei limiti commerciali di questa direzione. L’abbiamo assunta fino in fondo perché non ci è mai interessato troppo il desiderio di diventare mainstream. Certo, molti ci hanno sempre sottolineato la possibilità di diventare più famosi con una voce sulla musica, ma la nostra intenzione è quella di esprimerci. Punto e basta.

Non abbiamo nulla contro la commercialità, visto che anche noi nel nostro piccolo lo facciamo coi dischi venduti, ma viene dopo: non siamo pronti a cambiare il contenuto di quel che facciamo solo per poterlo vendere. Noi facciamo le nostre cose come ci vengono, e poi le vendiamo.

Il nostro è di sicuro un discorso un po’ elitario o di nicchia, per un pubblico selezionato, ma in realtà noi vogliamo solo fare quello che musicalmente sappiamo fare, come se fosse la nostra missione. Se il pubblico recepisce, bene; se è numeroso, meglio ancora! In ogni caso, questo non dipende da noi, ma dalle strutture che gravitano attorno a noi.

“Sambol – Amore Migrante” parla di migrazione, radici, cambiamento: in che modo queste tematiche si riflettono nella vostra vita quotidiana?

Attualmente siamo divisi tra Francia e Italia. Viviamo questa distanza quotidianamente, cercando nonostante tutto di restare sempre in contatto. Non vivere assieme ogni giorno non pregiudica i nostri rapporti professionali, un po’ come la distanza non dovrebbe intaccare i rapporti personali. Essere obbligati a lasciare un posto per andare altrove, se dipende da uno scopo, non deve pesare sulla realizzazione del sé. Sambol, come storia storia di una persona che si ritrova ad essere cittadino del mondo con l’unico scopo di esprimere la sua arte, ci ispirava molto. Ci vedevamo riflessi nella sua figura. Era un artista non riconosciuto in vita e che meritava un omaggio.

Quale strumento o quale parte del vostro suono pensate sia il vostro marchio di fabbrica?

La melodia è ciò che resta di più. Non necessariamente la melodia del violino, ma il concetto in sé, che ci mantiene saldi alla tradizione e alla radice italiana del nostro lavoro. Anche la sperimentazione è importante: la voglia di osare, di andare oltre ogni volta con un nuovo disco, cercando di esplorare nuove sonorità.

Fino ad ora la nostra musica è stata caratterizzata dalla musica, ma vedeva strumenti chiave come violino, contrabbasso, chitarra acustica e fisarmonica. In quest’ultimo album D-segni siamo andati oltre, ricercando l’essenza del suono da un lato ed esplorando gli strumenti dall’altro, magari in maniera non canonica. Penso a strumenti con parti in legno che possono essere percosse o grattate: lo strumento è una risorsa a disposizione, che qualcuno ha deciso di poter suonare in un certo modo, ma che ha ancora margini di scoperta ed esplorazione.

La Francia vi ha accolto, avendo costruito parte della vostra carriera lì: cosa vi ha insegnato quel contesto che portereste in Italia?

Di sicuro il pubblico. In Francia siamo sempre stati colpiti dall’attenzione e dalla voglia di assistere agli spettacoli che vediamo nel pubblico, pronto a immergersi fino in fondo. Sia negli spettacoli musicali che non, c’è a tutti i livelli più attenzione. In Italia siamo in una fase di crescita dei grandi eventi, che sovrastano in parte quelli medio-piccoli, che non godono degli stessi mezzi; in Francia, invece, ovunque ci sono palchi ben gestiti. Ognuno è seguito in maniera ottimale, garantendo più varietà nella musica proposta. Crediamo sia un aspetto culturale, ma vorremmo portarlo in Italia, come processo che nasce dall’incontro tra la richiesta dal basso e una regia dall’alto.

In Francia abbiamo verificato anche la grande curiosità del pubblico nella possibilità di scoprire artisti sconosciuti. C’è meno bisogno di avere grandi nomi e pubblicità per poter suonare e farsi ascoltare. Le persone hanno voglia di scoprire e capire più che altrove, che sia un artista sconosciuto o un grande nome.

Dove preferite suonare tra strada, un club e un teatro grande?

Di recente preferiamo la possibilità di suonare in teatro, soprattutto per l’ultimo album. Il teatro permette di valorizzare altre dimensioni e non solo quella musicale. Ad esempio, stiamo pensando di sviluppare una parte di visual legate al disco e chiaramente non potremmo farlo per strada. Queste ultime canzoni sono da considerare un flusso da seguire, mentre in passato c’era più spettacolo nei nostri brani. Vogliamo ricreare un’esperienza sensoriale dall’inizio alla fine, come se fossimo seduti su un divano davanti a un film, senza che il regista debba intervenire periodicamente a spiegarti quel che vedi.

Però pensiamo anche a luoghi non convenzionali, come musei o mostre. Con la vecchia formazione dei Guappi abbiamo suonato parecchio nei musei. La musica si può fare in diversi luoghi.

Qual è stato il processo creativo che avete seguito in quest’ultimo album?

L’idea di questo album è venuta con la morte di Madeleine nel 2020, ma la sua realizzazione si è sviluppata molto rapidamente: ci siamo chiusi in studio e nel giro di una settimana abbiamo registrato tutto. Per noi è un processo relativamente nuovo: di solito ci dedichiamo più tempo, raccogliendo le idee con una gestazione più lenta e condivisa. Stavolta, invece, c’era l’urgenza di tirare fuori qualcosa di necessario e sincero, senza aver paura di come saremmo stati percepiti: abbiamo voluto raccontare quel che siamo, creando questo suono in maniera quasi estemporanea, per una volta.

Cosa avete ascoltato per  la scrittura di quest’album?

Ci piacciono tutti i generi musicali e li guardiamo sempre come fonte d’ispirazione. Ultimamente abbiamo ascoltato più musica elettronica e minimalista, mentre in passato abbiamo guardato più a quella tradizionale. Certo, oggi il mondo degli ascolti è globalizzato come gli altri, quindi oggi riusciamo ad ascoltare di tutto più facilmente.

A volte in passato ci veniva rimproverato di essere troppo eterogenei nella scrittura. Stavolta, pur avendo spunti distanti tra loro anche negli stessi brani, abbiamo cercato di creare un sound coeso e coerente dall’inizio alla fine.

Qual è un momento in cui avete “sbagliato” o vi siete sentiti persi come gruppo e come lo avete superato?

Senz’altro la morte di Madeleine nel 2020. Quel momento ha portato il gruppo da 5 a 2 componenti per un’ampia serie di motivi. Dovevamo scegliere: far finire tutto o andare avanti con una rinascita. Abbiamo puntato sulla seconda e ci siamo riusciti grazie alla musica. Madeleine ci suggerì una cosa: nel suo libro cui ci siamo ispirati, riguardo alla non linearità del tempo e alla sua ciclicità, abbiamo trovato l’ispirazione per chiudere un ciclo e aprirne un altro. Ecco, lanciandoci nel vuoto come sempre.

A tal proposito: dopo quest’album, che progetti avete per il futuro?

Per i prossimi mesi ci dedicheremo sicuramente al tour che inizia a novembre in Italia: da Milano giriamo il Paese per tutto il mese; a gennaio ci sposteremo a Parigi e da lì vorremmo continuare in Europa con altre date.

Per i prossimi album, invece, sicuramente ci lanceremo di nuovo nel vuoto, senza sapere che burrone ci troveremo davanti. Di sicuro, con il nostro nuovo disco e con il nostro nuovo suono si chiuderanno delle porte e se ne apriranno delle nuove: le persone che ci hanno ascoltato in passato non ritroveranno quegli elementi cui erano abituati. In parte li perderemo, ma cercheremo di trovare nuovi ascoltatori curiosi dei nostri nuovi orizzonti. Nel tour saremo in quartetto con Seb Martell alle chitarre, che è anche coproduttore dell’album e  Natale Lariccia ai disegni ritmici, già collaboratore per Sambol.

Articolo a cura di Michele Cornacchia

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