Febbraio 15, 2026
TameImpala_DEADBEAT-album-2025

C’è un momento, prima o poi, in cui anche i viaggiatori cosmici sentono il bisogno di rimettere piede a terra. Con Deadbeat, Kevin Parker abbandona (almeno in parte) le visioni galattiche che hanno fatto la storia del progetto Tame Impala per tornare a guardarsi dentro. Lo fa con un album personale, quasi intimo, costruito in solitudine e scolpito tra synth, drum machine e loop ipnotici. Ma non aspettatevi un disco dimesso: Deadbeat è un’esplorazione emotiva che pulsa al ritmo dei rave, e sa essere tanto vulnerabile quanto fisico.

Registrato in quasi totale isolamento, con Parker solo davanti ai suoi strumenti e alle sue inquietudini, Deadbeat è una sorta di confessione danzante. Le tracce si muovono tra bassi profondi, texture elettroniche ruvidissime e aperture melodiche che lasciano spazio a una sincerità nuova per il polistrumentista australiano. Non c’è autocommiserazione, ma il desiderio chiaro di trasformare ansia e fragilità in una connessione collettiva: la pista da ballo come luogo di catarsi.

Il disco si apre con beat spigolosi e un’estetica sonora che sa di luce stroboscopica e nebbia da club. La voce di Kevin, per anni cristallizzata in un falsetto ultra-prodotto, qui si fa più sporca, più umana: incrinata, imperfetta, reale. È una scelta estetica e narrativa insieme, che accompagna tutto il disco, dalle atmosfere rarefatte di My Old Ways ai silenzi sospesi di Obsolete, dove l’elettronica si riduce all’essenziale e il cuore batte piano sotto la superficie.

In Loser, una delle tracce più crude del disco, la voce si spezza fino a lasciar uscire un “fuck!” liberatorio, quasi un urlo che spazza via anni di controllo maniacale. Ma ci sono anche momenti più esplosivi: Ethereal Connection è un trip ad alta energia, mentre Afterthought gioca con suoni post-disco e rende omaggio a un’icona come Quincy Jones, strizzando l’occhio al Thriller originale.

Molti dei brani sembrano nati per essere suonati in mezzo alla natura, di notte, sotto un cielo aperto: l’eco dei bush doof, i rave spontanei nelle foreste australiane, attraversa tutto l’album come un fantasma sonoro. Dracula, Oblivion, No Reply portano l’ascolto su terreni oscuri, notturni, dove si cerca un ordine che non arriva mai del tutto. In Piece of Heaven, Parker si scopre padre, e osserva la distanza dagli affetti con una tenerezza mai esibita. In Not My World riflette sulla celebrità come se fosse qualcosa di irreale: “Mi fa capire che non è il mio mondo”, sussurra.

La chiusura è affidata a End of Summer, sette minuti di acid house e malinconia lucida, perfetti per l’ultimo ballo. È lì che tutto si dissolve: la festa, la tensione, la nostalgia. Ma anche lì, nella dissolvenza finale, c’è una sorta di pace.

Con Deadbeat, Tame Impala entra in una nuova fase. Kevin Parker smette di inseguire la perfezione e lascia che le crepe parlino. Il risultato è un album che fonde elettronica e umanità con un equilibrio sottile, fatto di groove e vulnerabilità. È il suo disco più terreno, e forse anche il più sincero. Perché sì, ballare resta fondamentale — ma stavolta non si balla per evadere. Si balla per capire chi siamo davvero.

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