Con Some Like It Hot, i Bar Italia fanno un passo in avanti deciso e affascinante. Il trio londinese – Nina Cristante, Jezmi Tarik Fehmi e Sam Fenton – continua a scavare nel proprio universo sonoro fatto di chitarre storte, atmosfere sfocate e romanticismo sbilenco, ma stavolta lo fa con una maturità nuova, come se le registrazioni casalinghe dei primi tempi avessero lasciato spazio a una visione più ampia, cinematografica quasi.
L’album pulsa di folk-pop ipnotico, di ballate rock da ubriachi e di momenti che arrivano come raggi di sole alle cinque del pomeriggio – inattesi, ma capaci di cambiare la prospettiva di chi ascolta. La title track richiama volutamente A qualcuno piace caldo, la commedia cult del 1959 con Marilyn Monroe: divertente, sexy, un po’ punk nel suo spirito ribelle. Non è solo un riferimento estetico – c’è anche lì, certo – ma un parallelo concettuale. I bar italia giocano con glamour e satira, proprio come il film, facendo emergere un’ironia sottile dentro un sound che rimane cupo, languido, eppure profondamente umano.
La forza del disco sta nel modo in cui le voci si alternano e si intrecciano – ora dialoghi sussurrati, ora scambi interrotti, ora cori improvvisi. È una conversazione tra anime diverse che si trovano a metà strada tra sogno e disincanto. La varietà timbrica e strutturale è evidente: se i primi dischi sembravano appunti su un taccuino, Some Like It Hot è un quadro a olio. Le texture si infittiscono, i brani prendono direzioni meno prevedibili.
“Fundraiser” apre il disco come una sorta di manifesto: un mix di voci e atmosfere sospese, che subito posiziona l’ascoltatore dentro questo nuovo territorio. Poi arriva “Rooster“, un pezzo abrasivo, in cui la voce di Nina Cristante si fa sempre più tagliente, fino a spalancare le porte della psichedelia. “Bad Reputation” invece sembra un valzer ubriaco, con un ritmo che traballa ma resta affascinante. “The Lady Vanishes” vira verso un pop etereo, sognante, mentre i fantasmi dell’indie rock e del post-punk riemergono in “Omni Shambles“, a ricordare che certi tratti identitari non si perdono mai davvero.
Il cuore folk della band batte forte in “Lioness“, un brano che trasuda amore per le chitarre e per la forma canzone più tradizionale, mentre “Eyepatch” è pura scarica nevrotica, liberatoria, quasi no wave. La title track, “Some Like It Hot“, sembra davvero uscita da un western distopico, dove al posto dei cowboys ci sono outsider in giacche di pelle e cuori spezzati.
Non è un album pensato per sorprendere, e i bar italia non sono mai stati una band da effetti speciali. Ma Some Like It Hot ha un’intensità sotterranea, che ogni tanto affiora e travolge. È un disco che funziona come tappa evolutiva: porta avanti il discorso avviato nei lavori precedenti e prepara il terreno per la dimensione live, dove la band dà il meglio di sé. Sul palco, i bar italia si trasformano: diventano una creatura compatta, malinconica e potente, capaci di tenere insieme fragilità e impatto, come dei supereroi indie alla deriva.

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
