Le Schiene di Schiele sono una delle band più affascinanti e visionarie della scena musicale italiana contemporanea. Con il loro mix unico di indie rock, sperimentazione sonora e una forte componente visiva, sono riusciti a creare un sound che esplora l’intersezione tra psichedelia, post-punk e atmosfere avanguardiste. Il loro approccio musicale non si limita solo a melodie o ritmi, ma si espande in un’esperienza sensoriale che coinvolge l’ascoltatore a livello emotivo e visivo. Ogni loro performance è un vero e proprio viaggio, dove il confine tra musica e arte visiva si fa sottile e labile.
Nel corso della loro partecipazione alla seconda e ultima serata dell’Indiana Festival, che si è svolta ai Magazzini Sul Po, le Schiene di Schiele hanno portato il loro caratteristico sound audace e sperimentale, regalando al pubblico un’esperienza indimenticabile, immersa nella magia di uno dei luoghi più suggestivi di Torino. Il festival, noto per la sua attenzione alla musica indipendente e all’arte in tutte le sue forme, ha rappresentato il palcoscenico ideale per una band come la loro, sempre alla ricerca di nuovi orizzonti sonori e visivi.
In questa intervista, esploreremo il processo creativo delle Schiene di Schiele, il loro approccio alla sperimentazione musicale, e cosa significa per loro essere parte di un evento come l’Indiana Festival, che celebra la musica fuori dagli schemi. Un’occasione per scoprire come la band continua a sfidare le convenzioni e a tracciare la propria strada nell’affascinante mondo dell’avanguardia musicale italiana.
Il vostro nome richiama un artista del corpo contorto e dell’anima nuda. Qual è il legame più profondo tra la vostra musica e l’arte di Egon Schiele?
La nostra musica è cruda e contorta, esattamente come i corpi emaciati delle opere di Schiele. È una connessione che ci piace molto e sentiamo nostra: amiamo l’arte in tutte le sue forme ed è importante per noi avere continui stimoli che arrivino non per forza da altre opere musicali.
Se vi chiedessi di descrivere la vostra musica senza usare parole legate al suono, cosa direste?
Caotica, viscerale e riflessiva.
C’è una ferita – personale o collettiva – che attraversa i vostri brani? Una che magari non si rimargina mai.
Forse non è propriamente una ferita vera e propria, ma c’è sicuramente la bruciante necessità di esprimersi. Tutti noi suoniamo e viviamo la musica in maniera molto personale, si può dire in un certo senso che siamo completamente noi stessi solo quando suoniamo insieme, che sia su un palco o in sala prove.
Il corpo è centrale nella vostra espressione. Quando componete, da dove partite: dalla testa, dal cuore o da qualche altra parte?
Sempre dal cuore, poi la testa arriva a dare senso e struttura al germoglio grezzo… ma senza esagerare.
Pensate che oggi, in Italia, ci sia spazio per la musica “scomoda”, quella che non consola ma mette in crisi?
Lo spazio che i vari tipi di musica hanno nella società dipende sempre dal pubblico e dal contesto. Se guardiamo il mercato musicale allora è evidente che un approccio “più spensierato” ha la meglio sul resto; ma pensiamo che ci sia un sottobosco underground che è più interessato e ricettivo nei confronti di musica dalle tematiche più introspettive.
Indi(e)ana richiama l’idea di un viaggio selvaggio, un po’ fuori pista. Voi dove vi sentite “indie”, e dove invece totalmente “altrove”?
Sicuramente il nostro portafoglio è molto “indie” e questo ci obbliga a fare delle scelte e dei sacrifici per poter andare “altrove” quanto vogliamo.
Per la frase sul muro invece diremmo “è sempre peggio ad ogni passo”
Articolo a cura di Angela Todaro
