Maggio 6, 2026
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Dopo oltre vent’anni di carriera, The Zen Circus continuano a guardare dritto dentro le crepe del presente. Con “Il Male”, il loro nuovo disco, la band pisana torna con un suono più asciutto e diretto, ma anche con un’urgenza rinnovata: raccontare la parte oscura delle cose senza moralismi, con quella miscela di rabbia, ironia e lucidità che li ha sempre distinti.

Ne abbiamo parlato con Massimiliano “Ufo” Schiavelli, storico bassista del gruppo, che ci ha raccontato come è nato “Il Male”, cosa significa oggi confrontarsi con un titolo così netto e perché, nonostante tutto, “parlare del male” può essere un modo per fare pace con se stessi e con il mondo.

Il male è un disco che affronta il dolore nelle sue tante sfaccettature. Da dove nasce l’urgenza di questo tema oggi per voi?

L’album è nato dal fatto che, dopo l’ultimo tour, ci trovavamo di fronte a una lunga pausa. Però, sotto traccia, avevamo continuato a lavorare fin da subito in sala prove: passavamo molto tempo da Andrea Appino e ci dicevamo “vediamo un po’ cosa viene fuori”. Ogni volta che entravamo in sala, nascevano uno o due brani nuovi.
C’era però un tema ricorrente: questo “male”, questa parola tornava sempre fuori. Così, arrivati al quarto o quinto brano, l’album si è praticamente “autobattezzato”.
Complice il momento storico, le vite personali di ciascuno di noi… alla fine tutto si è coagulato attorno a questo tema, come se si fosse autodeterminato da solo. A quel punto abbiamo capito che quella era la direzione, e il titolo Il Male è venuto fuori in modo del tutto spontaneo.

Nel comunicato dite che “Ignorare il male lo alimenta”. Qual è stato il vostro approccio per metterlo in musica?

Sì, abbiamo deciso di dire questo perché ci siamo accorti che da molti anni c’è un rimosso del male in favore di una positività anche un po’ pubblicitaria ovunque. Nell’idea che diamo di noi stessi agli altri, sui social, nella narrazione generale c’è sempre questo bene che dovrebbe vincere e in ogni caso sono tutti convinti di fare del bene. Anche gente come Trump o Netanyahu probabilmente ne è convinta. Da quello che ti vende la filosofia spiccola su Instagram a quello che ti consiglia la crema, al capo di Stato, tutti convinti. E invece questo rimosso collettivo del male l’ha fatto precipitare e alla fine poi il male, se vogliamo, si è anche mangiato il mondo. Quindi nell’approccio musicale che è parte della domanda, noi lo vogliamo prendere di petto e guardarlo da vicino, capendone che è la parte dentro di noi, che non viene da un luogo metafisico questo male, non viene da chissà dove, ma da dentro e capirlo nelle suoi varie declinazioni, quella intima, quella della persona che soffre personalmente, di quando si soffre in due, di quando si soffre in tanti, di quando soffre tutta l’umanità. E il male che ricevi e che che dai.

In “Meglio Di Niente” cantate di una separazione e del peso degli oggetti che diventano memoria. Quanto c’è di autobiografico in questa canzone?

Troppo. Troppo. Troppo. Cioè, grazie alla musica ci si oggettiva: si esce dal piano autobiografico e si entra davvero nel pezzo. Infatti, c’è una risposta enorme da parte del pubblico, perché — ed è questo il trucco — nel momento in cui qualcosa si oggettiva, ognuno ci trova dentro una parte di sé. In fondo, chiediamo questa condivisione e questa socialità non solo per ciò che facciamo e per noi stessi, ma poi, una volta che l’hai inciso e lo mandi fuori, diventa di tutti.

Appino ha sognato questa canzone. Che ruolo ha l’inconscio nella vostra scrittura oggi, rispetto agli esordi?

Non te lo saprei dire perché tante cose vengono fuori in modi che neanche si capisce, tante altre vengono fuori anche per caso, così, per ispirazione.
L’inconscio sicuramente, in questo lavoro, è emerso parecchio. Però se vado a guardare indietro, tante cose probabilmente erano già nate anni fa.
Questo caso è particolare, perché abbiamo la prova audio di Andrea che si sveglia e registra un memo vocale per non perdere la canzone che aveva sentito nel sonno. È una cosa rarissima, un super senso, perché di solito uno sogna un’idea, un motivo, qualcosa… e poi sparisce.
Invece qui, probabilmente, era un inconscio più forte che voleva farsi sentire davvero, venire fuori e non restare più solo una parte inconscia.

Ci sono brani dell’album che avete trovato un po’ più difficili da scrivere o registrare proprio per il carico emotivo che hanno?

Beh, sicuramente alcune cose sono andate più lisce, altre un po’ più… travagliate, diciamo così.
Però, per quanto riguarda la parte di registrazione, questa volta — appunto, essendo andati in sala prove — il disco è venuto fuori con molti meno orpelli, con molta meno l’aspettativa di fare qualcosa di super stratificato, e più l’idea di realizzare qualcosa di lineare. Quelle parti, infatti, sono state sorprendentemente facili.

Ti dicevo: ogni volta che andavamo in sala prove pensavamo, “vabbè, se oggi ne usciamo con una mezza bozza è già tanto”, e invece ogni volta ne uscivamo sempre con uno, a volte anche due brani. Quindi, da quel punto di vista, tutto è andato molto in discesa.

Poi però c’è l’altro lato, quello di doverli riascoltare 150 volte mentre li mixi, e nel frattempo senti le parole che ti risuonano addosso — quello è un altro discorso. Quello, sì, l’abbiamo dovuto digerire molto prima di farlo uscire. A livello umano: riascoltare sempre certe frasi, dopo un po’, pesa.
Infatti ormai io non li ascolto più. Basta. Voglio solo suonarli.

Avete collaborato con Enzo Sferra per la tavola “Malefico Presente” come è nata questa idea e che valore ha per voi unire satira, musica e memoria culturale?

Una volta che abbiamo visto che il titolo diventava Il Male, a posteriori, abbiamo pensato: “Beh, in effetti noi, che ci muoviamo sempre a metà tra la satira, la provocazione e il paradosso, no?… Ci è venuto naturale fare questo parallelo.” In effetti, in Italia abbiamo avuto una stagione incredibile con autori che forse si erano posti le nostre stesse domande: se vogliamo far ridere, cosa vogliamo fare davvero? Noi, con gli Zen, cosa vogliamo ottenere? Vogliamo rompere le scatole? Far ridere? O porre domande un po’ scomode? Da lì e abbiamo fatto contattare Sferra, anche per dare al progetto un tono più serio. E si è poi rivelato il “mostro” che è, nel senso migliore del termine: una persona eccezionale, che ha interpretato a modo suo alcuni concetti, e da lì è nata una sinergia particolare tra noi — che siamo chiaramente della generazione successiva — e loro, che per noi rappresentano un punto di riferimento. Sono cresciuto in una famiglia di sessantottini: i miei genitori avevano tanti amici di movimento, di cultura… quindi quell’atmosfera girava per casa. Mi ricordo che ho imparato a leggere su Linus, su Il Male, su Frigidaire. E quindi, per noi, questi autori più grandi erano come dei fratelli maggiori, dei “linguisti punk”, persone interessantissime. Forse siamo stati anche fortunati per le nostre origini — Pisa è comunque una città molto attiva culturalmente e sul piano delle realtà antagoniste — e questo ha probabilmente rafforzato il legame. Dall’esterno poteva sembrare quasi una scelta naturale, come un proseguimento spontaneo di ciò che Il Male era stato. C’era davvero molta naturalezza. È stato bello, perché ci siamo trovati subito, e si è creata da subito una situazione molto positiva.

Dopo oltre 25 anni insieme, come definireste oggi il vostro equilibrio umano e artistico come trio storico?

Allora, ti spiego questa cosa: come si fa, appunto, a stare insieme 25 anni in questa maniera?
Io penso che, soprattutto, siano cambiati i ruoli all’interno della band — in studio, sul palco…
Oppure, se litighiamo ancora, per cosa lo facciamo? Ecco, mi vengono in mente queste cose: raccontami proprio la dinamica del gruppo. Siamo stati salvati da una generale incoscienza, e da una certa lentezza di fondo, quella che la band ha mostrato fin dall’inizio — e continuiamo a lavorare così.
Poi si è creata una specie di situazione “alla Amici miei”, come dicevo a Tizio, sì… proprio alla Monicelli.

E poi, purtroppo (o per fortuna), di cervello abbiamo ancora sedici anni — e questo vale per tutti noi.
A un certo punto, finalmente, abbiamo trovato anche — ricorrendo a un paragone che ho usato l’altro giorno — un equilibrio come quello dei ricci:
quando sentono il pericolo o il freddo, cercano di stringersi insieme, ma gli aculei gli impediscono di stare troppo vicini.
Bisogna quindi mantenere la giusta distanza, quella che permette di stare al caldo senza ferirsi.

La nostra fortuna è sempre stata la voglia — quella di salire sul furgone, di andare a suonare, di prendersi la serata, e di essere sempre gli ultimi ad andarsene. Di essere quelli che hanno più voglia di suonare di tutti.
E penso che questo sia un nostro tratto distintivo, assolutamente. Finché rimane quell’atteggiamento lì, poi il resto viene da sé. La band, in fondo, è nata per strada, un po’ “arraccattata” com’era — e forse è proprio questo che ci ha tenuti insieme. Un’altra cosa che potrei dire è che gli Zen del 2001 erano degli scappati di casa che si erano montati la testa. Gli Zen del 2025 sono degli scappati di casa che si sono definitivamente montati la testa.
E anche questa, in fondo, può essere un’altra chiave di lettura.

 C’è una cosa che ammirate oggi l’una dell’altro che magari da ragazzi non avreste notato? 

È una domanda bellissima.
Sì, sì, davvero bellissima.

Io penso di sì. Perché, stando così tanto insieme, quelli che magari all’inizio ti sembrano dei difetti, delle debolezze, poi li vedi come delle forze. Quello che all’inizio ti dava fastidio dell’altro, poi capisci che è qualcosa di essenziale per la band.
Assolutamente sì.
Sicuramente sì. Il modo in cui ci vediamo l’un l’altro è maturato tanto nel tempo.
Per esempio, io con Andrea: a volte mi sembrava ossessivo, e invece poi mi sono reso conto che è semplicemente una grandissima forza di volontà.
Karim, invece, mi sembrava brusco, ma poi ho capito che è la persona più buona che conosco.
Ognuno di noi ha delle risorse, che emergono anche col tempo.
E questo fa parte del crescere insieme — che, ragazzi, non è facile, no?

Cioè, una cosa è partire da ventenni, un’altra è ritrovarsi a quarant’anni, a cinquanta, e dire:
“Ancora siamo qua.”
Siamo cambiati, certo, ma ci siamo ancora.
Ed è una cosa bella.

Ci siamo frequentati più di tutte le fidanzate messe insieme!
Infatti mi sono durati pure troppo, questi qua!
È incredibile… è come un matrimonio.

In un album che parla anche di fragilità  come si supportano tra personalità  diverse come la vostra?  

È questo il segreto dell’essere una band. Se ognuno di noi fosse stato da solo, forse non ce l’avrebbe fatta a reggere tutte le pressioni — non solo quelle negative, ma proprio le pressioni della vita, del lavoro, dello spettacolo. Anche quando fai dischi difficili — e questo lo è, per la tematica — ci sono stati lavori molto più duri da fare, quasi impossibili, per motivi logistici, organizzativi o economici. Questo invece, pur essendo un disco “pesante” per i temi che affronta, l’abbiamo fatto a casa di Andrea, stavamo bene, eravamo sereni, “belli belli in casa”, come si dice.
In passato invece abbiamo fatto lavori che ci hanno davvero rovinato la salute e le finanze. A confronto, questo è una bazzecola. Mi ricordo dischi come Dr. Seduction o altri, che sono stati uno difficili da fare. Questo, invece, nonostante tutto, è stato più “leggero”, proprio perché siamo una band.
Ecco, la band è una forza. Una persona singola, nel nostro ambiente, è molto più esposta, molto più fragile.
Invece, quando sei in una band, ti aiuti. È fantastico. Forse è davvero questo il segreto.

Avete affermato che il disco è “registrato senza filtri bed editing” e che siete tornati a un suono più “in presa diretta” come nei vostri dischi garage. Come mai questa scelta?

Guarda, come ti dicevo, questo progetto è nato in sala prove, e proprio perché è nato lì ci siamo accorti che ci piaceva molto questo tipo di organizzazione del suono, un po’ come avevamo fatto nei dischi precedenti, che erano più stratificati e lavorati. Forse anche perché Andrea arrivava da un disco suo che era all’opposto: molto elaborato, pieno di arrangiamenti e di elettronica. Quindi, sia per reazione a quello che aveva fatto prima, sia semplicemente perché ci piaceva farlo in sala, abbiamo deciso di continuare su questa linea. Abbiamo anche messo un piccolo disclaimer, per chiarire che non pensiamo che sia un metodo migliore di altri, volevamo solo portare avanti l’esperimento di verità che avevamo iniziato, senza voler dire che sia l’unico modo di fare musica. Oggi, in realtà, la musica si può fare in qualsiasi modo e ci sono tanti approcci ibridi: c’è chi mescola campioni vintage con elettronica, e non è quello il punto. Il vero obiettivo non era fare un suono più pulito o più sporco, ma dare continuità a ciò che avevamo iniziato, e questo era ciò che ci interessava di più.

Ultima domanda: se ci fosse un’immagine  o un messaggio che vorreste lasciare a chi ascolta “Il Male quale sarebbe?

Speriamo che questo disco, come molti altri nostri, faccia sorgere delle domande più che dare delle risposte. Questa è una cosa interessante, è anche molto bella, perché lascia tutto molto aperto. In questo disco abbiamo cercato di essere sgradevoli, come sempre. Adesso aspettiamo di portarlo in giro, suonarlo, vedere come reagisce la gente, come lo sente, cosa ci dà come feedback perchè vorremmo che fosse il pubblico a darci il vero messaggio.

Articolo a cura di Angela Todaro

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