I festival, oggi, non sono più solo una sequenza di concerti: sono filtri. Decidono cosa resta e cosa passa, cosa diventa racconto e cosa rumore di fondo. In un sistema musicale sempre più veloce e affollato, il Mengo Fest si è costruito uno spazio preciso, senza inseguire troppo le mode ma nemmeno restando al margine.
Dietro questa traiettoria c’è lo sguardo del direttore artistico Paco Mengozzi, che da anni lavora su un equilibrio instabile: tenere insieme ricerca e pubblico, identità e numeri, libertà e compromesso. Lo abbiamo incontrato telefonicamente per capire cosa significa oggi programmare musica – e perché, volente o nolente, è anche una forma di presa di posizione.
Il Mengo Fest è cresciuto molto negli ultimi anni e ha consolidato la sua presenza nel panorama italiano. Oggi qual è la sua identità precisa nel contesto dei festival italiani?
Ma guarda, il festival ha consolidato quella che era la sua caratteristica iniziale: il legame con la scena indie, quindi con il mondo degli indipendenti, dagli artisti alle etichette fino alle agenzie. L’evoluzione di questa scena ha portato molti artisti indie a diventare mainstream, in modo sano e importante, e noi abbiamo proseguito su questa linea.
Abbiamo sempre mantenuto la logica di un evento costruito da una base sociale forte: un gruppo di ragazzi che all’inizio erano giovanissimi e volevano fare qualcosa di bello per la propria città. Molti di loro oggi sono diventati professionisti del settore musicale: lavorano nella produzione, nel management, nelle etichette, come tecnici o tour manager. Questo ci ha permesso di crescere e di avere un profilo sempre più professionale, senza però perdere la dimensione “dal basso” e di condivisione.
Questa identità ci consente anche di attivare sponsor e collaborazioni, permettendoci di realizzare molti eventi gratuiti grazie a un lavoro sociale e culturale radicato sul territorio. Su queste basi costruiamo ogni anno il programma, cercando tra novità discografiche, uscite, dinamiche come quelle di Sanremo e, più in generale, ciò che accade nel panorama musicale. Il risultato è un cast variegato, senza un unico genere di riferimento, ma con una forte trasversalità.
C’è stato un momento in cui hai percepito chiaramente che il festival stava cambiando scala o direzione?
Sì, ci sono stati diversi passaggi chiave. Uno importante è stato nel 2018, quando ci siamo spostati al Parco Il Prato di Arezzo: questo ha permesso una crescita significativa, sia nei numeri sia nelle possibilità del festival, anche se con un aumento notevole della complessità.
Un altro momento è stato il periodo post-Covid, con una crescita ulteriore e la presenza di artisti come Salmo, Lucio Corsi o gli Afterhours, che hanno rafforzato la notorietà del festival. Inoltre, il fatto che altri eventi si siano fermati ci ha portato a diventare un punto di riferimento ancora più centrale per il territorio.
Entrando nel tuo lavoro quotidiano: come nasce la costruzione artistica del festival?
Parte sempre da un’attenta osservazione di ciò che accade intorno a noi, soprattutto a livello discografico. Sanremo, negli ultimi anni, è diventato un indicatore importante, perché intercetta artisti che spesso sono in linea con il nostro percorso.
Poi entra in gioco la logica dei tour: bisogna capire chi è in giro, chi pubblica nuovi dischi, chi è disponibile nel periodo del festival. Si parte spesso dagli headliner e poi si costruisce tutto il resto.
Accanto a questo c’è una ricerca continua sugli emergenti, che devono però avere un senso all’interno della linea artistica del festival. La difficoltà maggiore è trovare un equilibrio tra qualità, gusto e sostenibilità economica, tenendo conto anche delle caratteristiche del territorio.
Quanto incidono streaming e numeri social nelle decisioni?
Sono solo un parametro iniziale per inquadrare l’artista, ma non sono decisivi. La valutazione principale resta sempre la musica e il percorso artistico.
Quanto spazio date agli emergenti rispetto ai nomi consolidati?
Molto. Il festival inizia presto, nel pomeriggio, e una buona parte della programmazione è dedicata agli emergenti, partendo dal territorio e salendo progressivamente di livello. In generale, possiamo dire che c’è un equilibrio circa 50/50 tra emergenti e headliner, anche se varia da serata a serata.
Che rapporto avete con il territorio?
Fortissimo. Siamo nati in un piccolo parco di periferia, quindi il legame con il territorio è sempre stato centrale. Crescendo, abbiamo costruito rapporti solidi con istituzioni, sponsor e associazioni. Oggi siamo un punto di riferimento per la proposta estiva della città.
Un festival può essere un presidio culturale?
Assolutamente sì. Lo è attraverso lo scouting, ma anche attraverso il coinvolgimento diretto dei giovani, che possono fare esperienze concrete e, in alcuni casi, trasformarle in un lavoro. Inoltre, organizziamo attività durante l’anno, come contest e momenti di confronto.
Quanto incide l’inflazione dei cachet?
Moltissimo. I costi aumentano, mentre contributi e sponsorizzazioni spesso diminuiscono. Questo crea una forbice sempre più ampia e rende difficile sostenere certi artisti, soprattutto in contesti non metropolitani. È un equilibrio molto fragile.
Programmare musica è ancora un atto culturale?
Sì, assolutamente. Le scelte artistiche definiscono l’identità del festival: sono una dichiarazione culturale, oltre che organizzativa.
Il pubblico è cambiato?
Sì, oggi c’è una componente più “sociale”: si partecipa anche per esserci, per raccontarlo. Questo tende a prevalere sulla scoperta musicale. Per questo cerchiamo di rafforzare il valore del festival come esperienza complessiva, al di là dei singoli artisti.
Un festival deve “dire qualcosa”?
Sì, anche attraverso scelte concrete: sostenibilità ambientale, accessibilità, attenzione sociale. Deve esserci coerenza tra valori dichiarati e pratiche reali.
Cosa ti entusiasma ancora dopo tante edizioni?
La dimensione collettiva del lavoro, il confronto continuo e la scoperta musicale. E anche la voglia di costruire qualcosa di importante per il territorio.
Ti capita mai di essere in conflitto tra gusto personale e ruolo?
Sì, ma cerco di separare le due cose. Un festival non può essere solo il gusto di una persona: deve essere più aperto e inclusivo.
C’è qualcosa che non faresti mai?
Sì: proporre artisti con contenuti offensivi o inaccettabili, anche se porterebbero pubblico.
Se dovessi descrivere il Mengo Fest con un’immagine?
L’atmosfera. Il clima che si respira nel parco: rilassato, positivo, accogliente. È qualcosa che si percepisce appena arrivi.
Alla fine, più che una line-up, un festival è una serie di scelte che restano – e altre che inevitabilmente si perdono. In mezzo, c’è il tentativo di costruire un racconto che tenga insieme presente e intuizione, mercato e urgenza. Paco Mengozzi si muove lì, in quella zona grigia dove programmare significa anche esporsi. E se oggi i festival rischiano spesso di assomigliarsi, la differenza sta forse proprio in chi è disposto a prendersi il rischio di dire qualcosa in più.
PROGRAMMA DEL FESTIVAL: 5 giorni di festival con concerti di artisti e band tra le migliori realtà nazionali ed internazionali.
A partire dalle ore 18.00 live no stop fino a mezzanotte
Aspettando il Mengo Music Fest
SABATO 11 LUGLIO
– SUBSONICA
MARTEDI’ 14 LUGLIO / Ingresso Libero
– Emma Nolde
– MOTTA
MERCOLEDI’ 15 LUGLIO / Ingresso Libero
– Ele A
– MARIA ANTONIETTA E COLOMBRE
GIOVEDI’ 16 LUGLIO / Ingresso Libero
– Mind Enterprises
– Casino Royale
– DITONELLAPIAGA
VENERDI’ 17 LUGLIO
– 2Mandydjs Dj Set
– SHAME
SABATO 18 LUGLIO / Ingresso a pagamento
– Vintage Violence
– Mille
– Napoli Segreta djset
– MYD live
– I CANI
– Idles Dj Set
Articolo a cura di Angela Todaro e Natalia Ameduri
