Luglio 14, 2026
bad-bunny-2-rt-gmh-260208_1770600514826_hpMain

Non è stato un halftime show. È stato, senza mezzi termini, un espectáculo de medio tiempo. Una dichiarazione di identità, una presa di spazio culturale, un gesto politico travestito da festa pop. I tredici minuti di Bad Bunny al Super Bowl non hanno semplicemente intrattenuto: hanno ridefinito cosa intendiamo quando diciamo “America”, e soprattutto chi ne ha diritto.

Nel cuore dell’evento televisivo più visto dell’anno, Bad Bunny ha portato una lingua, una cultura e una visione del mondo che per decenni sono state considerate marginali, accessorie, “altre”. E lo ha fatto senza chiedere permesso, senza tradurre, senza spiegare. Cantando in spagnolo. Abitando il palco come se fosse casa.

Il contesto è fondamentale. Bad Bunny arriva al Super Bowl pochi giorni dopo aver attraversato la notte dei Grammy da protagonista, consacrando definitivamente un percorso che da anni lavora ai fianchi l’industria musicale statunitense. Un artista latino, con un repertorio in larga parte non anglofono, che non si limita più a “partecipare” al pop globale ma ne detta le coordinate.

Il Super Bowl diventa così l’estensione naturale di quella vittoria: non una celebrazione individuale, ma la prova definitiva che la cultura latina non è un fenomeno di nicchia né una moda passeggera. È struttura portante dell’immaginario contemporaneo. È mercato, pubblico, linguaggio. È presente. E soprattutto, è politica.

L’apertura con Tití me preguntó non è casuale. Bad Bunny canta immerso in una ricostruzione di Porto Rico: i campi di canna da zucchero, la pava in testa ai lavoratori, gli anziani che giocano a domino, i banchetti di coco frío e piragua. Non è folklore: è quotidianità. È una comunità messa in scena con la naturalezza di chi non chiede di essere esotico, ma riconosciuto.

Per la prima volta nella storia del Super Bowl, un halftime show è interamente pensato in spagnolo, non come concessione ma come scelta identitaria. Porto Rico – territorio non incorporato, sospeso in una relazione irrisolta con gli Stati Uniti – diventa il centro simbolico dello spettacolo più americano che esista. Un ribaltamento potente: l’America che guarda se stessa da fuori, e non sempre si riconosce.

Il messaggio è chiaro e attraversa anche la residency annunciata per l’estate 2025, No me quiero ir de aquí: Porto Rico non è un posto da cui fuggire, ma da abitare. Restare è un atto politico.

Con la maglia bianca numero 64 – l’anno di nascita della madre – Bad Bunny sale sul tetto della casita rosa al centro della scena, circondato da volti noti e figure della cultura pop latina e non solo. Ma lo sguardo torna sempre al corpo collettivo: il corpo di ballo, la gente, la comunità.

Il reggaeton qui non è solo musica: è linguaggio di resistenza. Quando sullo schermo compare il coquí, la rana simbolo di Porto Rico, non è un dettaglio decorativo ma un riferimento preciso, ormai adottato come emblema contro le retate dell’ICE e la criminalizzazione dei migranti. Fuori dallo stadio, un’America che espelle. Dentro, un’America che balla, esiste, rivendica spazio.

La comparsa di Ricky Martin, seduto tra banani e sedie di plastica, ha il sapore di un passaggio generazionale: da chi ha aperto una breccia nel pop globale a chi oggi quella breccia l’ha trasformata in autostrada.

Ancora più spiazzante l’ingresso di Lady Gaga, in una versione volutamente sobria, quasi dimessa. Die with a Smile diventa salsa, cantata durante la celebrazione di un matrimonio che – secondo indiscrezioni – non sarebbe stato una messa in scena. Gaga, figlia di immigrati italiani, è l’unica voce in inglese dello show. Una scelta che pesa: l’inglese non è escluso, ma non è centrale.

Il momento più esplicitamente politico arriva senza slogan urlati. Bad Bunny si arrampica su un palo della luce, richiamo diretto ai blackout cronici dell’isola e alle infrastrutture abbandonate. Sullo schermo compare la scritta: “L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore”. Poi El apagón, la bandiera di Porto Rico, e una frase che suona come un manifesto: “Puerto Rico está bien cabrón”.

Nel finale, mentre i ballerini sventolano bandiere che rappresentano tutta l’America, non solo quella a stelle e strisce, Bad Bunny pronuncia le uniche parole in inglese: “God bless America”. Ma subito dopo ne ridefinisce il significato. America come continente, non come cortile. Dall’Argentina al Venezuela. Seguimos aquí.

Il pallone da football, con la scritta “Together we are America”, viene scagliato sul campo. Non è un gesto di chiusura, ma di forza.

Donald Trump aveva annunciato che non avrebbe guardato lo show. Lo ha fatto comunque, e lo ha attaccato subito dopo, definendolo un affronto alla sua idea di grandezza americana: lingua incomprensibile, balli “disgustosi”, media compiacenti. Una reazione prevedibile, quasi necessaria, che certifica quanto il colpo sia andato a segno.

In parallelo, anche i Green Day – da sempre voce di un’altra America, bianca ma antagonista – hanno ribadito in questi giorni il loro rifiuto delle politiche migratorie e dell’ICE. Due mondi musicali lontanissimi che, in modi diversi, indicano la stessa frattura: l’America non è una sola, e non è più controllabile da un’unica narrazione.

L’halftime show di Bad Bunny non è stato un episodio isolato, ma un punto di non ritorno. Non una provocazione, ma una presa d’atto. La cultura latina non chiede spazio: lo occupa. Non chiede traduzione: parla. Non chiede legittimazione: esiste.

Se il Super Bowl è lo specchio dell’America che vuole vedersi, Bad Bunny ha mostrato un riflesso più ampio, più vero, più scomodo. E forse, proprio per questo, necessario.

Articolo a cura di Angela Todaro

Lascia un commento

error: Questo contenuto è protetto!