Dopo aver aperto il percorso con Gringo Vol.1, i Selton chiudono il cerchio del loro ambizioso progetto discografico con Gringo Vol.2, disponibile dal 10 ottobre 2025 per Island Records / Universal Music Italia. Un secondo capitolo che non solo completa, ma espande e approfondisce l’universo Gringo, confermandone la coerenza concettuale, sonora e visiva.
Se il primo volume si presentava vestito di verde, il nuovo capitolo arriva in rosa: una scelta tutt’altro che estetica. I due colori rimandano infatti alla storica scuola di samba Mangueira di Rio de Janeiro, fondata da Cartola, che li scelse come simbolo di libertà creativa e originalità. Un’eredità che i Selton fanno propria, rifiutando definizioni rigide e classificazioni di genere per riaffermare il diritto a una musica “straniera”, curiosa, in continuo movimento.
Gringo Vol.2 prosegue così un viaggio artigianale e controcorrente, lontano dalle modalità produttive più rapide e standardizzate del presente. Un lavoro costruito con pazienza, sperimentazione e ascolto, guidato dallo sguardo del producer vincitore di Grammy Ricky Damian, italiano di base a Londra, che ha accompagnato la band nel superare i propri confini creativi. Da oltre sessanta idee iniziali sono nate ventitré canzoni, tenute insieme da un equilibrio delicato tra contrasti e armonie, energia e introspezione.
Il disco si presenta come una bottiglia lanciata nello spazio: un messaggio scritto a mano in un’epoca dominata dalla velocità e dalla tecnologia. I Selton guardano a un tempo antico, in cui si viveva nel presente e il futuro non era ancora un’ossessione, trasformando questa nostalgia in un gesto radicalmente contemporaneo. Un invito a rallentare, a restare umani, a riconoscersi nella fragilità e nella poesia imperfetta del fare musica.
Attraverso la tracklist, Gringo Vol.2 diventa un vero e proprio percorso narrativo. Si apre con Ventura, lettera cosmica che introduce il viaggio, attraversa l’ironia tagliente di El Sexo (con Giulia Mei), la malinconia di fine estate di Tudo Bem (con Gaia) e l’insoddisfazione generazionale di Panda 2013 (con Emma Nolde). Brani intimi e sospesi come Vado Fuori e Jhonny Deeps convivono con la corsa surf-pop di Me and My Skate, fino all’abbraccio corale di Beati Noi (con Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi). Il disco si chiude con un ritorno alle origini: Sangue Latino, reprise istintivo e naturale.
Anche in questo secondo volume, le collaborazioni non sono semplici featuring, ma parti integranti del racconto: voci e prospettive diverse che amplificano il senso di viaggio e scoperta alla base del progetto Gringo.
È all’indomani della data travolgente milanese che li abbiamo incontrati, per parlare di libertà creativa, identità, artigianato musicale e di cosa significa, oggi, continuare a sentirsi gringo.
Complimenti per ieri sera: ci siamo divertiti tantissimo. Milano è andata fortissima…
Ramiro:
Esatto, Milano è sempre una città speciale. Per noi è diventata un po’ casa in questi anni, quindi ha sempre un valore particolare.
Gringo è un progetto che rivendica l’essere “stranieri”. Oggi, per voi, cosa significa davvero sentirsi gringo?
La parola gringo in portoghese ha una connotazione un po’ diversa rispetto a quella che ha qui: in Italia viene spesso associata ai film western, all’americano “cattivo”, mentre in Brasile viene usata in generale per indicare chi arriva da fuori. Anche i migranti italiani, per esempio, vengono chiamati gringos.
La scelta di intitolare così il disco nasce proprio da questo: dall’idea di mantenere uno sguardo straniero, curioso, capace ancora di stupirsi di fronte alle cose che ci circondano.
Se Gringo Vol.1 era una dichiarazione d’intenti, cosa vi ha sorpreso o messo più in crisi nel processo creativo del Volume 2?
La cosa più complessa è stata accettare quanto il disco fosse eterogeneo, con momenti molto estremi: da una parte pezzi super energici, dall’altra brani estremamente intimi e introspettivi.
A un certo punto però ci siamo resi conto che questi contrasti ci rappresentano davvero. Se guardi anche il live di ieri, passiamo dal fuoco in mezzo alla gente a una canzone chitarra e voce. Tutto questo siamo noi.
Così abbiamo deciso di spingere ancora di più questi estremi: è diventata la base sia del Volume 2 sia del live.
Avete parlato spesso di libertà creativa, anche come rifiuto delle classificazioni. È una conquista o una necessità per sopravvivere artisticamente?
Direi entrambe le cose. Ogni disco per noi è una ricerca: “Ok, cosa possiamo fare di nuovo?”. Senza libertà rischi di diventare una copia di te stesso.
Dopo vent’anni ci siamo chiesti come poter essere ancora rilevanti oggi. La risposta è stata continuare a fare quello che ci piace davvero, che è sempre stata la nostra scintilla. Guardare dentro di noi, senza compromessi.
Anche l’immaginario visivo ha un ruolo centrale: Gringo 1 era verde, il 2 è rosa. Quanto conta il dialogo tra musica e immagine?
Conta tantissimo. Ci occupiamo da sempre anche della parte grafica, e per noi musica e immaginario visivo sono inseparabili.
Proprio per questo la scelta di Gringo di non avere una vera copertina, di rinunciare alle immagini, è stata molto forte. Era uno statement. Ci siamo detti: questo disco è importante, vogliamo che l’attenzione sia tutta sulla musica.
Un po’ scherzando, parlando dei Beatles e del White Album, abbiamo avuto un’illuminazione: forse è proprio questo che dobbiamo fare. Il colore, in fondo, lo crea chi ascolta, nella propria testa.
Nel disco c’è uno sguardo verso un tempo in cui il futuro non era un’ossessione. È nostalgia o un atto politico contro la velocità contemporanea?
Probabilmente entrambe le cose. C’è una nostalgia anche del futuro, come racconta l’apertura del disco: quella bottiglia che fluttua nello spazio e viene ritrovata da un essere del futuro, con dentro una lettera scritta a mano.
È una metafora di come ci sentiamo a fare un disco così artigianale in un’epoca dominata dalla velocità, dal computer, dall’intelligenza artificiale. Noi abbiamo scelto la direzione opposta: prenderci tempo, fare un doppio album fatto “con le mani”.
Gringo 2 è la nostra bottiglia nello spazio.
Forse speriamo in un futuro un po’ vintage, in cui dopo tutti questi avanzamenti tecnologici ci si renda conto che ciò che conta davvero è l’umanità.
Come direbbe Marco Castello: tornare a fare le cose con le mani, reimparare a farle.
Parlate anche di esseri umani che diventano per metà macchine. La musica può ancora essere un luogo di resistenza umana?
Io ci credo moltissimo. Anche se oggi la tecnologia è ovunque, la musica è una delle cose più ancestrali che esistano.
Credo che non smetterà mai di esistere quel bisogno di trovarsi davanti a un palco, a qualcuno che suona, e voler pogare, urlare, piangere, ridere. Questa cosa continuerà.
Da 60 idee a 23 canzoni: come si riconosce, nel caos creativo, una canzone che merita di restare?
È difficilissimo, infatti è stato un processo lungo. Tutti e tre scriviamo, quindi mettiamo tutto sul tavolo e poi iniziamo a selezionare: cosa può stare nel mondo Selton, cosa no, cosa è davvero nuovo per noi.
Ventura apre il disco con una lettera nello spazio: era chiaro fin dall’inizio?
No, in realtà è arrivata dopo. Erano versi che Dudu aveva scritto, ma sentivamo che il disco aveva bisogno di un filo conduttore, di una narrazione che aiutasse a far convivere tutte le anime del progetto.
Così abbiamo lavorato su intro, intermezzi e su uno storytelling più ampio.
Brani come Panda 2013 e Beati noi raccontano un’insoddisfazione generazionale. Vi sentite portavoce o testimoni?
Entrambe. Forse più testimoni. Credo che in questo momento siamo tutti testimoni di un mondo che sta andando un po’ a rotoli.
Se hai la possibilità di dire qualcosa, o almeno di far riflettere, è giusto farlo. Non per dare risposte, ma per condividere uno sguardo.
Le collaborazioni in Gringo 2 sembrano parte del racconto, non semplici featuring. Come scegliete con chi condividere una canzone?
Partiamo sempre dai rapporti umani.
Con Gaia c’era già un legame, con Giulia Mei è stato tutto molto naturale: ho prodotto il suo disco e quando ci serviva una strofa più “cattiva”, rappata, lei era perfetta.
Con Emma c’è sempre stata stima reciproca: è venuta in studio, ha ascoltato il pezzo e ci ha detto che l’introduzione non la convinceva. Ha iniziato a cantare… e da lì è nata la canzone. Collaborazioni così ti costringono a guardare i tuoi brani da un punto di vista nuovo.
Dopo il Brasile e i club italiani, cosa dobbiamo aspettarci dal live? Avete già mostrato tutto?
Siamo stati completamente concentrati su questo live, che in realtà è Gringo Vol.1 e Vol.2 insieme. Era la prima volta che portavamo il disco nella sua interezza ed è stato un lavoro tosto.
Adesso il focus è lì, ma sicuramente arriveranno altri pezzi.
Grazie ragazzi per il tempo e la disponibilità. Ci vediamo a Bologna.
Ramiro:
Grazie a te.
Articolo a cura di Angela Todaro
Photo Credit: Claudia Mei
























Claudia, classe 1999. Con la passione per la fotografia e per la musica sin da piccola, ho trovato in queste due arti un modo per esprimermi. Fotografo concerti perché amo catturare le emozioni che la musica sa trasmettere
