L’Eurovision non è mai stato apolitico. La differenza, oggi, è che la politica rischia di prendersi il palco.
Le prese di posizione di alcuni Paesi europei contro la partecipazione di Israele e le dichiarazioni di Levante – pronta a rinunciare all’Eurovision in caso di vittoria a Sanremo – hanno riportato il dibattito su un terreno scivoloso. Non si tratta più soltanto di partecipare o boicottare, ma di capire quanto peso politico stiamo chiedendo alla musica di sostenere.
Il ragionamento per assurdo
Proviamo a spingerci oltre.
Se tutti i Paesi decidessero di disertare l’Eurovision per la presenza di Israele, cosa resterebbe del contest? Non un gesto simbolico unitario, ma un evento svuotato della sua funzione: niente competizione, niente scambio culturale, niente esposizione internazionale.
Non è uno scenario realistico, ma serve a chiarire il paradosso. Il boicottaggio non colpisce direttamente le strutture decisionali dell’EBU: colpisce il sistema musicale, gli artisti, la circolazione delle canzoni. In altre parole, sposta il conflitto su chi sta sul palco, non su chi lo organizza.
Levante, la coerenza e la linea mobile
La posizione di Levante è chiara, personale e politicamente leggibile. Non è una provocazione, né una dichiarazione ambigua. Ma apre una domanda inevitabile: perché oggi questa scelta appare necessaria, mentre un anno fa no?
Nel 2025 il contesto internazionale era già segnato da forti tensioni. Israele partecipò regolarmente e l’Italia salì sul palco con Lucio Corsi. Nessuna rinuncia, nessun boicottaggio sistemico. Questo non rende la scelta di Levante meno legittima, ma la colloca in una fase diversa del dibattito, più radicalizzata e meno ambigua, in cui la richiesta di coerenza viene spinta fino alle estreme conseguenze.
Lucio Corsi e l’Eurovision come acceleratore
Col senno di poi, viene da chiedersi: Lucio Corsi avrebbe dovuto rinunciare?
La risposta, guardando ai fatti, è probabilmente no.
Dopo l’Eurovision, Corsi ha avviato un percorso europeo che oggi lo vede in tour con date praticamente sold out. Non è merito esclusivo del contest, ma senza quel palco l’impatto sarebbe stato inevitabilmente più limitato.
L’Eurovision non costruisce carriere dal nulla, ma funziona da acceleratore. E in un mercato musicale saturo e frammentato, l’accelerazione non è un dettaglio: è una condizione di sopravvivenza.
Cosa perde l’Italia se resta a casa
L’Italia non è un Paese qualsiasi all’Eurovision. È uno dei Big Five, una presenza strutturale. La sua assenza sarebbe un segnale politico forte, ma il danno più profondo sarebbe culturale.
Non partecipare significa:
- rinunciare a una vetrina internazionale da oltre 150 milioni di spettatori;
- indebolire la circolazione della musica italiana contemporanea fuori dai confini nazionali;
- lasciare spazio a una narrazione del pop europeo sempre più uniforme.
Il boicottaggio non ferma la macchina. Semplicemente ridefinisce chi resta fuori dall’inquadratura.
Il nodo irrisolto
Il punto non è stabilire se sia giusto o sbagliato partecipare.
Il punto è capire se sia sostenibile chiedere agli artisti di farsi carico, individualmente, di una responsabilità geopolitica.
Nel momento in cui l’Eurovision diventa un test etico, la musica smette di essere linguaggio e diventa bersaglio. E così rischia di perdere la sua funzione primaria: mettere in circolo differenze, visioni, identità.
Forse il vero rischio, oggi, non è andare all’Eurovision.
È smettere di esserci.
Articolo a cura di Angela Todaro

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
