A un certo punto la Sicilia ha smesso di essere uno sfondo.
Nella musica italiana è diventata un tono di voce.
La senti nelle pause di Colapesce e Dimartino, nella teatralità gentile di Carmen Consoli, nelle malinconie pop di Levante, nell’ironia sghemba di Marco Castello, nei giochi linguistici di Anna Castiglia, nella rabbia elegante di Giulia Mei. Perfino nelle derive grottesche e memetiche di Tony Pitony.
Artisti diversissimi, lontani per estetica e generazione, eppure legati da qualcosa di sotterraneo. Una specie di parentela invisibile.
Per anni la musica italiana ha avuto geografie chiarissime.
La Genova di Fabrizio De André, Gino Paoli, Luigi Tenco con il porto, gli ultimi, la chanson francese e l’esistenzialismo. La Milano di Giorgio Gaber e Enzo Jannacci, dove il cabaret incontrava il jazz e l’alienazione urbana diventava teatro musicale.
La Sicilia invece restava sempre qualcosa da raccontare. Un luogo evocato, romanzato, spesso stereotipato.
Poi è arrivato Franco Battiato e ha cambiato tutto.
Battiato non ha semplicemente portato la Sicilia nella musica italiana. Ha fatto una cosa più radicale: ha dimostrato che si poteva essere profondamente siciliani senza diventare folkloristici. Che si poteva partire da un’isola periferica e parlare del mondo intero. Mistica orientale, filosofia, televisione commerciale, musica colta, synth-pop, dialetto interiore, ironia, spiritualità e cultura pop: nel suo universo conviveva tutto.
E soprattutto conviveva senza gerarchie.
Forse è questa la sua eredità più grande. Non un suono imitabile, ma un metodo. Una libertà.
Per questo nessuno oggi “rifà” Battiato, ma tanti sembrano muoversi dentro il suo spazio mentale.
Colapesce e Dimartino sono quelli che più chiaramente hanno trasformato quella lezione in linguaggio contemporaneo. Le loro canzoni sembrano sempre sospese tra provincia e cosmopolitismo, malinconia e sarcasmo, nostalgia e meme. C’è Palermo ma anche internet, il mare ma anche la televisione, la solitudine generazionale ma raccontata con leggerezza quasi surreale.
Nelle loro canzoni il Mediterraneo non è mai una cartolina. È uno stato mentale.
Anche Carmen Consoli, in fondo, ha aperto una strada fondamentale. Ha reso possibile un’identità meridionale forte e complessa dentro il mainstream italiano, senza mai addolcirla. Le sue canzoni avevano corpo, dialetto emotivo, letteratura, rabbia, sensualità, politica.
Dopo di lei molte artiste non hanno più sentito il bisogno di “ripulire” la propria provenienza.
Ed è interessante che la nuova generazione siciliana lavori tantissimo proprio sulla lingua.
Marco Castello usa il nonsense e la morbidezza jazz come se Lucio Battisti fosse cresciuto a Siracusa. Anna Castiglia trasforma il quotidiano in teatro ironico. Giulia Mei mescola pianoforte, invettiva politica e confessione generazionale con una scrittura lucidissima.
Anche i fenomeni più laterali, come Tony Pitony, raccontano qualcosa di questa scena: il gusto per il grottesco, la performance, il kitsch consapevole, la comicità che nasconde disagio e malinconia.
Ed è forse qui che nasce davvero la nuova scuola siciliana.
Non in un genere musicale preciso, ma in un modo di stare al mondo.
C’è quasi sempre ironia, ma raramente cinismo.
C’è malinconia, ma mai autocommiserazione.
C’è cultura alta che si mescola continuamente al trash, alla televisione, ai meme, alla provincia, alla spiritualità.
Come se la Sicilia contemporanea fosse diventata il posto perfetto per osservare il collasso delle gerarchie culturali.
Forse perché è un’isola abituata da sempre alle contaminazioni.
O forse perché chi cresce in una periferia geografica sviluppa naturalmente uno sguardo laterale sulle cose.
Di sicuro c’è che oggi la musica italiana più interessante sembra arrivare proprio da lì: da artisti che non cercano più di sembrare internazionali cancellando le proprie radici, ma che diventano universali proprio esasperando la propria identità.
Ed è una cosa profondamente battiatiana.
Articolo a cura di Angela Todaro
