Luglio 12, 2026
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C’è una differenza sottile ma decisiva tra un disco che nasce da un’urgenza artistica e un progetto costruito per alimentare un evento. “Ryan Ted”, il nuovo mixtape di Tedua, sembra appartenere soprattutto alla seconda categoria: sedici tracce che ruotano costantemente attorno a un unico centro gravitazionale, il concerto a San Siro del prossimo 24 giugno.

L’impressione, ascolto dopo ascolto, è che il rapper ligure utilizzi questo ritorno all’estetica O.C. più come cornice celebrativa che come reale ripartenza creativa. Il richiamo alle origini c’è, ma spesso resta superficiale, schiacciato dalla necessità di ricordare continuamente il traguardo raggiunto. In più punti del disco, Tedua sembra voler trasformare il mixtape in una lunga introduzione allo show milanese. Alcune barre, certi inserti parlati e perfino l’immaginario dei videoclip insistono sullo stesso concetto: San Siro come consacrazione definitiva.

Il problema è che, nel frattempo, la musica fatica a reggere il peso della narrazione. “Ryan Ted” rinuncia alla visione ampia e stratificata de “La Divina Commedia” senza però recuperare davvero la fame e l’imprevedibilità dei primi lavori. Ne esce un progetto più leggero, meno ambizioso, pensato soprattutto per alimentare hype e presenza scenica in vista della grande data.

Anche la lunga lista di featuring – da Anna a Ernia, passando per Sayf e Nerissima Serpe – contribuisce più al movimento del disco che alla sua profondità. Gli incastri funzionano, alcuni momenti hanno energia, ma raramente arriva quella sensazione di sorpresa che ci si aspetterebbe da un artista con il talento di Tedua. Il mixtape preferisce giocare sul riconoscimento immediato: autocitazioni, riferimenti interni, strizzate d’occhio alla fanbase.

Tra i pochi episodi che provano davvero a scavare sotto la superficie c’è “Lettera a Tedua”, traccia in cui il dialogo tra artista e fan apre finalmente uno spiraglio più personale. È uno dei rari momenti in cui il disco smette di autopromuoversi e torna a interrogarsi.

Ed è forse qui che emerge la contraddizione più evidente di “Ryan Ted”. Tedua resta un artista con un’identità forte, capace di scrivere immagini potenti e di costruire mondi riconoscibili. Ma questo progetto sembra accontentarsi di vivere nel presente immediato, senza lasciare intravedere una direzione futura. Più che un nuovo capitolo, appare come un contenuto di raccordo, un acceleratore promozionale verso il grande evento.

San Siro, per Tedua, è un traguardo meritato. Però un disco dovrebbe riuscire ad andare oltre il calendario. “Ryan Ted”, invece, dà spesso la sensazione di consumarsi nel momento stesso in cui prova a celebrarlo.

Articolo a cura di Angela Todaro

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