Luglio 13, 2026
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“Senza il tuo odore un nido è un mucchio di rami.” Rareș lo canta piano, con una voce accanto alla sua, e non aggiunge altro. Il nido è ancora lì — è questo il punto. Non è caduto, non è bruciato. È rimasto esattamente dove era, e non serve più a niente. Da qualche parte in questo spazio vuoto e intatto comincia Sincero!

Capita a tutte e tutti di dover affrontare una rottura. I musicisti ne hanno fatto spesso un mestiere, provando a mettere in musica quel variopinto spettro di sentimenti che la fine di una relazione ci innesca. Ci provò decenni fa Bob Dylan con Blood on the Tracks, che di un matrimonio agli sgoccioli restituiva l’incompiutezza, la sensazione di star lasciando qualcosa in bozza. Beck, diversi anni dopo, si mise la veste più sobria possibile in Sea Change, con una posa elegante e distinta, nonostante i tumulti del cuore. Ci provarono, tastando e traducendo in canzoni tutto quello che l’amore può darci, i Magnetic Fields col monumentale 69 Love Songs. Sono i break-up album, dischi che inquadrano la fine di un rapporto dai suoi ultimi attimi, immediatamente prima o dopo il fattaccio.

Il terzo disco di Rareș — cantautore nato a Bârlad, in Romania, cresciuto a Marghera e poi a Bologna, oggi a Milano — si inserisce in questo solco in modo inaspettato. Femmina, il suo disco precedente, era stato “intimo, violento, massimalista”: hyperpop, elettronica disintegrata, quattro lingue mescolate nello stesso brano, tutto tenuto insieme da una voce che non cercava la perfezione ma la verità. Sincero! fa il contrario — nella delicatezza del momento, o nella necessità che Rareș si è convinto di sentire, sovraccaricarsi di suoni ed energia sarebbe artificioso. Meglio scarnificare la musica, ridurla all’osso: chitarre arpeggiate, fiati che entrano ed escono con parsimonia — non sempre, a volte tornano abbondanti e il disco guadagna in calore — una sola lingua, e il tempo scandito da una batteria vera, suonata, laddove inizialmente Rareș aveva persino pensato di azzerare tutto e farsi guidare solo da un freddo metronomo. Il tempo che va avanti, insomma, anche quando vorresti fermarlo.

All’esordio su Panico Dischi, affida la produzione alla mano esperta di Marco Giudici — un altro che sposa minimalismo e sentimento crudo — e tira le fila di anni di collaborazioni chiamando a sé, tra gli altri, Giovanni Truppi. In Femmina Rareș aveva cantato “dove cazzo è Truppi” — ora c’è, e la sua presenza su Strappacuore non è un featuring qualunque: è la risposta a una domanda lasciata aperta. Con loro anche faccianuvola, okgiorgio, Gaia Morelli, iako. Potremmo chiamarlo un disco chamber pop, dove la camera è quella di un adulto bambino. Il cuore spezzato che parla non cerca giustificazioni né colpevoli: guarda il qui e ora, e trova — inaspettatamente — che da qualche parte in quel mucchio di rami c’è ancora qualcosa che vale.

“Facciamo suonare la musica”, dice una voce registrata in Inizio, e la musica suona davvero, muovendosi per contrasti. Da un lato ci sono i momenti di improvvisa vitalità e fierezza fragile: brani come Gatti o la bellissima Bella giornata, dove il ritmo si alza, il clarinetto disegna una leggerezza apparente e gli ottoni entrano con l’energia di una piccola fanfara, a sostenere chi decide di andare avanti anche senza sapere dove. In quest’ultima traccia Rareș ci lascia il verso più generoso del disco: “ti ho vissuta cento volte, altre cento ti vivrei, ma se senti ancora un cuore fossi in te io partirei”. Dall’altro lato c’è la confessione spoglia e l’introspezione. In Giorni di sole (con iako) e soprattutto in Robina, dove la calda voce di Gaia Morelli si intreccia alla sua su un tappeto interamente suonato di sax e pianoforte, emerge un senso di smarrimento totale. È una richiesta esplicita di essere liberati da sé stessi: “il coltello dalla parte del manico, fammi del male che almeno io mollo la presa”.

L’analogico e lo scorrere del tempo dominano anche Hanno previsto pioggia, un pezzo d’attesa scandito da accordi di pianoforte marcatissimi come un orologio, che si lega idealmente ad Agosto, brano presente nell’ultimo lavoro di faccianuvola. Ma il baricentro emotivo e sonoro del disco è L’amore è un’altra cosa, prodotta da okgiorgio. È il punto in cui il disco si ferma e tocca il fondo del proprio abisso. C’è un lavoro immenso sull’architettura del suono: la chitarra acustica si appoggia su sub-bassi profondissimi che ricordano le produzioni notturne di James Blake, mentre le stratificazioni vocali evocano quella malinconia sospesa e quasi sacrale tipica di Carrie & Lowell di Sufjan Stevens. Non è una canzone da ascoltare distrattamente; è una stanza acustica in cui isolarsi per stare dentro il dolore senza fretta.

Il disco attraversa poi Un fiore e Quando ci sei con passo più incerto — zone di passaggio in cui Sincero! perde un po’ di fuoco, brani che esistono più per tenere in piedi la struttura che per dire qualcosa di necessario. È il momento in cui si sente che il disco è lungo, e che non tutto ha la stessa urgenza.

Poi viene Strappacuore, con Giovanni Truppi. Pochi elementi, arrangiamento spoglio, due voci che non si sovrastano ma si cercano — il contrappunto è quasi cameristico, ogni nota ha il suo spazio. Insieme trovano il verso più onesto del disco: “ritornare ad essere più come ero prima dell’amore, tornare ancora vergine, vedere se mi tornerà la voglia di amore”. Non è una conclusione. È una domanda tenuta in piedi.

Senza confini e Credi portano il disco verso la fine con passo diverso — la prima traballante e onirica, la seconda dritta e a testa bassa, basso martellante, nessuna concessione. Come quando smetti di elaborare e cominci semplicemente ad andare avanti, non perché il dolore sia finito ma perché ci si stanca di stare fermi. Fine chiude con doppie e triple voci che moltiplicano una singola voce in una piccola coralità. Il disco non risolve quello che ha aperto — e questa, alla fine, è la sua forma di onestà.

“Vediamo se mi tornerà la voglia di amare.” Non è una promessa, non è una guarigione. Sincero! è un bel disco, onesto nel modo raro in cui lo sono le cose che non cercano di sembrare più di quello che sono. Racconta la fine di un amore senza autocommiserazione e senza morale, e in questo arricchisce un sottogenere — il break-up album — che in Italia non aveva ancora trovato una forma così pudica e laterale. Lascia il nido lì dove era — vuoto, intatto — e ti chiede se riesci a vederci qualcosa lo stesso.

Articolo a cura di Michele Cornacchia

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